Intervista a Davide Grassi

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha scritto per diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, per poi approdare agli Uffici Stampa. Ha pubblicato diversi libri di letteratura sportiva vincendo, nel 2002, il premio “Pubblicista dell’anno”. Ha un blog in cui scrive di calcio e non solo, al quale vi rimando tramite il link correlato.


Molti ti conoscono anche grazie al tuo sito www.davideg.it: cosa puoi dirci che non sia già stato detto?
Chi mi conosce solo superficialmente, guardando le copertine dei miei libri potrebbe pensare che io sia un fanatico di calcio, uno di quelli che passa le domeniche a vedere e rivedere partite e dibattiti sul pallone. Niente di più falso: amo il calcio di una volta, meno quello di oggi, che seguo in modo abbastanza distratto. E ho molti altri interessi, che considero più importanti del pallone.

Rossonero comunque, che è poi anche il titolo di un tuo libro (”Rossoneri comunque” Limina Edizioni), mi dà l’idea che sia il tuo motto.
Sì, quel comunque significa rimanere fedeli a una passione, nonostante le delusioni: dallo scandalo delle scommesse alla serie B, dalle dirigenze indigeste alla vergogna delle luci di Marsiglia. Anche in tutti quei momenti sono rimasto rossonero comunque, magari pensando a quella maglia numero dieci che mi ha fatto innamorare del Milan da bambino: quella di Gianni Rivera…

Un altro tuo libro s’intitola “Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit (Fratelli Frilli Editori)”. Le nuove generazioni hanno perso l’uso del dialetto. Ci spiegheresti cosa significa casciavit e il perché del suo uso?
Una volta, la Milano calcistica si divideva in bauscia (gli sbruffoni, i tifosi dell’Inter, la squadra della borghesia) e casciavit (i cacciaviti, i tifosi del Milan, la squadra che rappresentava l’anima più popolare della città). Oggi questa distinzione si è un po’ persa e con il termine casciavit ho voluto, quindi, riproporre lo spirito del calcio di una volta, molto più genuino e “vero” rispetto a quello di oggi, ormai rovinato dal business, dalla violenza, dai dibattiti urlati sull’aria fritta…

Fino ad ora i diavoli ci hanno fatto soffrire le pene dell’inferno, ahinoi. Pensi che si risveglieranno?
Il primo segnale forte c’è già stato a Madrid, a conferma del DNA europeo di questa squadra, che prosegue negli anni. Ma sarà difficile avere continuità e rimango critico sui comportamenti della società, che negli ultimi anni ha trascurato i giovani per puntare su vecchie glorie a fine carriera. Per non parlare della cecità sulle lacune di alcuni reparti, come la difesa. Finora il miglior giocatore del Milan è stata secondo me una sorpresa: il portiere Storari. E questo dice già tutto. Non a caso, quando non c’è stato si è visto cosa ha combinato Dida a Madrid…

Con Mauro Raimondi e Alberto Figliolia hai scritto “Eravamo in centomila - Un secolo di derby sotto la Madonnina” (Fratelli Frilli Editori). Qual è stato il derby che più ti ha fatto gioire? E quello che più ti ha fatto soffrire?
I derby che mi hanno fatto più gioire sono stati due: il 2-2 nell’anno della Stella, quando il Milan perdeva 2-0 a dieci minuti dalla fine e riuscì insperatamente a pareggiare, e il 2-1 con il famoso gol di testa di Mark Hateley, che saltò molto più in alto del “traditore” Fulvio Collovati. Fu la prima grande soddisfazione dopo tanti anni bui. Il derby che mi ha fatto più soffrire? Ricordo un traumatico 5-1 di quando ero bambino: stavo per scoppiare in lacrime…

Cosa c’è nel tuo futuro?
Vorrei pubblicare un libro “extra-calcistico”. Ho iniziato a scrivere raccontando una delle mie grandi passioni – il calcio, appunto – ma ora mi piacerebbe cimentarmi su altri temi. Non a caso, al di là dell’aspetto affettivo, il mio libro preferito - tra quelli su cui ho in qualche modo “lavorato” - è “La mia guerra (diario di un adolescente sotto le bombe)” scritto da mio padre Paolo tra il 1940 e il 1945, e che ho fatto pubblicare postumo. Di fronte a grandi temi come la storia, il sottile confine tra la vita e la morte, la lotta per la libertà contro la barbarie, i migliori racconti di calcio diventano inevitabilmente piccoli. Anche se spesso, nei miei libri, ho cercato di intrecciare le vicende sportive con quelle storiche e sociali.

Ti ringraziamo di questa intervista, Davide. Un grande in bocca al lupo e stai certo che ti seguiremo anche in altri argomenti.

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