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L’espressione ed il linguaggio del corpo dei figurini non sono i soli messaggi che gli autori cercano di far trasmettere dalle loro realizzazioni. Il perno attorno a cui ruota il soldatino è la fedeltà storica, i suoi dettagli, ma anche la sua attinenza allo status sociale del personaggio rappresentato, senza naturalmente trascurare il contesto che lo circonda. L’Argispide di Luca Marchetti fece scalpore per la forza espressiva che aveva nonostante l’elmo che ne ricoprisse completamente il volto e per il linguaggio proprio del corpo. Tuttavia non sarebbe da escludere l’eventualità che il guerriero faccia parte di uno schieramento di retroguardia se non per il fatto che la retroguardia non era affatto consueta negli eserciti dell’antica Grecia. L’elmo, che veniva abbassato immediatamente prima di lanciarsi contro la falange avversaria, rende improbabile l’indossare la tracolla di sostegno del fodero della spada, che ci è stato raffigurato ancora nella mano sinistra.
Così un osservatore esperto finirebbe per non chiudere il cerchio narrativo contenuto nell’insieme compositivo, dalla contestualità storica, la postura, lo status e l’armatura indossata dal tipo. Un lavoro così pregevole, soprattutto per l’epoca di realizzazione, non assurge così al valore di capolavoro. Resta il fatto che data la qualità di questa proposta, queste incongruenze non furono notate. Naturalmente tutte queste considerazioni sono mie per quanto possano valere, ma Una ricetta che ovviamente non esiste e tutti i presenti sono tacitamente consapevoli di questo e della soggettività dell’argomento. Peraltro va precisato innanzitutto che l’ottima qualità esecutiva viene data per scontata. In realtà ci si sta interrogando sul “quando la ricostruzione è corretta”, quando cioè il contenuto narrativo della composizione si armonizza col soggetto rappresentato e con l’aderenza storica. Il tema è ovviamente di difficilissima soluzione, e forse anche non di fondamentale importanza. Ma in realtà, pescando nel panorama soldatinaio potrei tentare (forse disperatamente) di riassumere cosa si potrebbe intendere per “un bel soldatino”. Per questo ho scelto di prendere ad esempio l’oplite.
Il perché è forse nell’apparente semplicità, o forse perché attualmente l’evo antico sta tornando di moda, ma anche per portare in campo neutro “medievalisti” e “napoleonici”.
Infatti la maggior parte degli spunti per quest’articolo li ho tratti dai libri che troverete citati nella nota bibliografica. Per esempio tutti i disegni che troverete pubblicati in questo articolo sono tratti dal volume di Peter Connolly. Leggendo questi libri viene subito voglia di dipingere e collezionare degli opliti. L’oplite (in qualche testo tradotto anche col termine “oplita”) era il guerriero per eccellenza nell’antichità classica. Il più nobile e meglio armato tra le varie categorie di fanti, era l’elemento base della falange. A Sparta ogni “uguale” era anche un oplite. Ma proprio dalla tecnica di combattimento fondata sulla falange sorgono i primi dubbi su una possibile rappresentazione corretta del mio oplite. Il mercato, nonostante non sia così esplorato come il cavaliere o come l’ufficiale napoleonico, offre diverse possibilità di scelta per questo soggetto.
La prima questione da affrontare è legata all’iconografia relativa all’eroe-guerriero tramandataci. In vasi, coppe, sculture e altre raffigurazioni appare spesso completamente nudo, munito di uno scudo rotondo concavo (hoplon o hopolon da cui appunto il nome di oplite), schinieri, un elmo crestato, una spada portata con una tracolla (telamon) e una o due lance. Al contrario l’oplite che ci è descritto da Hanson dal VII fino a tutto il V sec. è completamente, o quasi, ricoperto di elementi in lamina di bronzo.
La versione “nude”, è ormai acclarato, sembra fosse una pura interpretazione artistica dei “grafici” del tempo, i quali ritraevano gli eroi, o meglio i campioni, così come si allenavano o gareggiavano negli stadi alle olimpiadi, quando erano in competizione nel lancio del giavellotto, nella lotta o nella corsa. Corsa che peraltro, in apposite specialità, è documentato avvenisse anche in completa “panoplia”, cioè in completa armatura. Quindi, riprodurre il guerriero greco nudo, sarebbe giustificato solatanto se si volesse reinterpretare “stilisticamente” (parola che mette i brividi) il guerriero della grecia classica, oppure evocare atleti, o addirittura eroi mitologici. È il caso dell’Omerico Achille di Peter Karel trafitto, come narrato dal Poeta, da una freccia nel suo punto debole.
Quest’ipotesi è stata peraltro splendidamente approfondita in questo senso dall’autore che sfrutta eccezionalmente il simbolismo figurativo in un’anatomia perfetta, ed in una figura assolutamente in contrasto con la realtà. Vediamo infatti che Achille, un vero e proprio semidio protagonista dell’Iliade, reagisce platealmente al colpo e conservando tutta la su energia inarca la schiena, si solleva sulle punte dei piedi e protrae verso l’alto il suo scudo, in contrasto con i probabili effetti della legge di gravità. Si pensi che l’hoplon, uno scudo circolare del diametro di circa 90-120 cm, in legno rivestito di cuoio e lamina di bronzo, si calcola pesasse circa 8 kg! Molto probabilmente avrebbe trascinato verso il basso un “comune mortale” che veniva colpito mentre era lanciato in corsa. Infine è l’anacronismo stesso delle armi attribuite ad un guerriero di circa sei secoli prima, a sottolineare la libertà della scelta interpretativa: un puro esercizio accademico. Interpretando … P.S. Desidero ringraziare la Pegaso e El Viejo Dragon per le immagini dei loro figurini.
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