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KV II modello 39: Il gigante di Stalin - Andrea Tallillo

Un vecchio kit rispolverato dalla cantina...

Durante la guerra russo-finlandese, uno dei maggiori ostacoli all’offensiva sovietica era nella parte meridionale del fronte.
Qui la ‘Linea Mannerheim’, profonda e ben munita di capisaldi in cemento armato, ostacoli anticarro e campi minati, sfruttava il terreno nella migliore maniera possibile.
A dispetto di continui attacchi, le truppe finlandesi la tenevano fermamente, bloccando il passaggio dell’istmo di Carelia.
I sovietici con la normale artiglieria e coi cannoni dei loro carri, quasi tutti leggeri, non riuscivano ad averne ragione.
Fu allora richiesta ufficialmente la realizzazione di un mezzo armato con un obice calibro 152; ci furono tre diversi progetti, ma solo uno ebbe modo di essere sviluppato in tempo.
La sua configurazione prevedeva una grande torretta girevole, con un’installazione fusa MT-1, sullo scafo del carro pesante KV, che era ancora agli esordi in quanto ordinato nei primi 50 esemplari a metà dicembre 1939.
Il prototipo del KV II, pronto poco tempo dopo, era risultato pesante ma il concetto era innovativo, almeno per l’uso che se ne doveva fare.
Se ne accellerò il completamento senza ulteriori modifiche, date le circostanze che imponevano una veloce entrata in servizio.
Ai primi del febbraio 1940, due KV II furono mandati al fronte con la 20 a brigata corazzata ed ebbero il battesimo del fuoco il 16 del mese.
Più tardi, altri due prototipi li seguirono. Questi veri e propri mostri batterono coi loro pezzi i bunkers finlandesi nei pressi di Summa, appoggiando molto bene i genieri sovietici, nonostante il fuoco di risposta; uno fu colpito una cinquantina di volte, ma senza gravi conseguenze.
I risultati ci furono, contro le difese a dente di drago, anche se non decisivi.
Comunque, la pressione sovietica non ebbe cosi’ più soste, dopo l’apertura delle prime brecce l’11 febbraio, i reparti finlandesi si trovarono senza più riserve e dovettero ritirarsi attorno a Viipuri, finchè dopo altri aspri scontri si arrivò ad un armistizio lo 11 di marzo.
Per i KV II non c’erano più molti usi; la prima serie era stata realizzata in pochi esemplari, solo 24 secondo le più recenti notizie pubblicate di fonte sovietica, prima di passare alla seconda, quella più conosciuta.
L’operazione Barbarossa vide anche i KV II cercare d’opporsi alle formazioni corazzate tedesche.
Le superiori tattiche dei panzer li resero ben presto poco adatti ad un tipo di scontro nel quale si affermavano mobilità e coordinamento tra reparti.
Il KV II era ancora soggetto a guasti meccanici, per via del cambio troppo leggero e del motore di non agevole manutenzione.
Lo spessore delle corazzature lo rendeva quasi inattaccabile, ma non si poteva impiegare il loro poderoso armamento con la massima efficienza, perché la torretta girava bene solo col mezzo posto su terreno piano, i controlli del tiro erano ancora da perfezionare e mancava inoltre una buona riserva di granate.
Gli ultimi esemplari disponibili del KV II modello 39 sparirono nel calderone dell’estate 1941, in genere le fotografie disponibili li mostrano abbandonati dagli equipaggi.

KV II modello 39 - © Andrea Tallillo - Click to enlarge

Il modello in 1-35
Ogni tanto, per realizzare qualcosa di diverso, basta rispolverare dalla cantina un vecchio kit, aggiornarlo nei cingoli e cambiare la torretta.
Più o meno, è il caso del modello che Vi proponiamo stavolta, anche nella realtà non troppo differente dal successivo, a parte la torretta, riconoscibile a prima vista per la parte frontale inclinata, con una scudatura complicata e perciò tuttosommato vulnerabile.
Alcuni anni fa, la giapponese Modelkasten, meglio conosciuta per la sua lunga serie di cingoli maglia per maglia in plastica, dopo un tentativo della Commander americana produsse pure la torretta in questione, in resina ma non nel solito blocco pieno, che stavolta sarebbe stato alquanto pesante, bensi’ realizzandola vuota.
La conversione, ora purtroppo difficilmente reperibile da noi, comprendeva una canna tornita in ottone e non si presentava male, i dettagli sono facilmente controllabili sulle poche fotografie del mezzo reale esistenti.
Riunendole, si può mettere loro accanto un minimo di documentazione ora disponibile, partendo dal vecchio kit Tamiya del KV II.
Su questo c’è ben poco da dire, si tratta di un vecchio cavallo di battaglia, anch’esso non troppo reperibile perché non ristampato.
Inoltre, è stato messo veramente in ombra dal kit Trumpeter 311 che lo sostituisce validamente, rimane utile proprio per lavori simili a quello che proponiamo.

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I pochi pezzi in plastica spessa, color verde marcio, troppo liscia e con particolari ormai datati, darebbero vita ad un modello molto basico, quasi a livello di giocattolo.
Comunque, è possibile migliorarlo di molto, integrando il realismo coi set fotoincisi del super set Eduard 825 o col set di dettaglio 402 della Royal Model, rendendo più ruvide le superfici delle corazze e sostituendo i cingoli con quelli tipo maglia per maglia.

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Realizzazione del modello
La prima cosa, per lo scafo, è riempire le grandi aperture legate all’eventuale motorizzazione del carro, sia quelle del fondo che quelle delle ruote motrici posteriori (Particolare 1) per finire con quelle anteriore e posteriore (2).

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Vanno benissimo per lo scopo i soliti ritagli da piastre di vecchi modelli o parti addizionali, da tenersi sempre nella banca dei pezzi.
Una passata di stucco dopo che la colla sia perfettamente essiccata e non avremo più da pensarci.
La plastica è spessa e non risentirà del trattamento successivo, quello di passare sulle superfici con delle frese montate su trapanino, in modo da renderle più ruvide.
A rinforzo della giunzione tra la piastra anteriore dello scafo e quella inclinata, era presente una specie di barra ad L rovesciata, che è fornita nel kit, ma è troppo corta e soprattutto priva dei 18 grossi rivetti ribattuti che irrobustivano l’unione nella parte bassa (3).
Quando sarà necessario, risolvendo due problemi in uno, si farà prima a sostituirla con due strisce di plasticard incollate l’una sull’altra – quattro in tutto – unite da una piccola colata di cianoacrilato.
A differenza dello stucco, esso non ha ritiri ed asciuga velocemente, in pratica è carteggiabile quasi subito.
I rivetti sono stati ottenuti semplicemente incollandoli sulla piastra e ‘ribattendoli’ con una fresa montata su trapanino, non rimane poi che trattare sempre con essa i bordi (4), per simulare il taglio.
La piastra anteriore ha già il segno del taglio riprodotto discretamente; su quelle delle fiancate laterali, basta solo affiancare i segni delle saldature tra esse, fatte con dello sprue stirato a caldo, il più possibile fino, incollato e poi passato con le frese.
La piastra addizionale non va montata, ma da essa dovremo ritagliare gli attacchi per i ganci di traino (5), dopo averli riposizionati sulla piastra anteriore, li muniremo dei due bulloni e dei segni della saldatura - indicati con S come per tutti gli altri, di vario tipo, sparsi per il carro.
In seguito, si potrà inserire la piastra con ben poco sforzo, basterà applicare i segni della saldatura ed evidenziare con le frese quelli del taglio delle piastre laterali dello scafo (6), che sono un po’ tirate via.
Non resta che trattare l’intera superficie adoperando con mano leggera le frese.
La lamiera deflettrice è rappresentata molto male dal pezzo A14.
Dopo aver ricostruito la rete di protezione della presa d’aria del motore con un telaio di plasticard di giuste dimensioni e tulle da bomboniera dalla tramatura adatta – vedi anche dettaglio 7 – eventualmente la rimpiazzeremo con listelli di plasticard e rivetti aggiunti (8).
Nel particolare (9) si può apprezzare la forma dei risalti inferiori – erano quattro – che la irrobustivano.
A sinistra, la luce posteriore era contenuta in una guaina metallica completata da un tappo di copertura, sul quale c’era una maniglietta piatta (10).
Anche gli attacchi per i ganci di traino posteriori vanno lavorati come quelli anteriori (11).
Non avendo il KV II la piastra anteriore addizionale della sovrastruttura, è giocoforza migliorare il più possibile il kit partendo dalla configurazione base.
Questa, purtroppo, non ha lo stacco con le piastre laterali (12).
Dalla parte anteriore ho asportato questa piastra, sostituendola con una in plasticard di adeguato spessore, rivestito di stucco, alla quale ho applicato il visore in resina offerto nella conversione (13) e, a sinistra, il semplice portello di sparo per armi individuali, rifatto in plasticard (14).
Anche in questa parte, pirografo alla mano, ci sono da riprodurre i segni del taglio delle piastre (15) e la saldature fra esse.
Sulla piastra, a destra, c’era il sistema del faro abbinato al clacson (16), la zona è da dettagliare aggiungendo del filo di rame che riprodurrà quello elettrico che usciva dalla guaina (A); la stessa era abbastanza massiccia ed andrà munita del segno della saldatura (21).
Naturalmente, se non montassimo il faro, dovrà essere lasciato semplicemente il suo supporto, riproducibile in plasticard e col segno della saldatura (17).
L’episcopio protetto, che va abbassato, era saldato (18), mentre la cornice antischegge va tolta perché fu adottata solo nella versione successiva.
Per finire coi dettagli della piastra anteriore, non resta che la zona del supporto d’antenna.
Il ‘vaso’ che la proteggeva (19) va dotato del segno della saldatura, se non installiamo l’antenna va fatto un foro nella sua base interna, se la si installa va fatto il supporto (20) con dei tondini di plastica forati.
Il portello del pilota del kit (21) è troppo largo rispetto alla realtà, possiamo dedicarci a migliorarlo, spianandolo e munendolo del meccanismo di chiusura, dei rivetti (A) e dell’anello di guarnizione nel quale era inserito (B), i bulloni prospicienti (C) erano più vicini al bordo, riapplicheremo quelli del kit dopo averli tolti.
Il tappo del serbatoio carburante (22) va tolto e rifatto meglio, ne esisteva anche uno leggermente diverso (23).
Proseguendo sul cielo della sovrastruttura, ci sono da togliere la striscia antischegge anteriore all’anello di torretta (24) e le due barre posteriori (25), entrambe erano presenti nella versione successiva, baderemo a stuccare bene le relative zone, pareggiando la piastra.
Lo stesso anello di torretta va completato aggiungendo una fascia in plasticard, tagliata ad hoc ed incollata, poi col pirografo riprodurremo il segno della saldatura al cielo (26).
Il cofano motore andrà migliorato in diversi punti, con molti dettagli sistemati in loco : uno sguardo ai disegni disponibili, pochi dei quali chiari, e fotografie di mezzi conservati ci saranno di molto aiuto.
I tappi del carburante (27) vanno abbassati, si può scegliere di tagliare e riposizionare gli originali, che non sono un granchè.
Le prese d’aria (28) sono sproporzionate, per un maggior realismo vanno prima scavate nella parte in plastica piena che riproduce la rete, sostituita con una metallica a trama molto fine, tesa con del cianoacrilato lungo i bordi interni e con nuovi supporti in plasticard.
Sul portellone centrale, il cappellotto d’ispezione del filtro dell’aria (29) va migliorato semplicemente rifacendo il meccanismo d’apertura.
La catena d’apertura stampata sul portellone centrale va tolta perché improponibile, i suoi attacchi (30) vanno lasciati, se possibile migliorati.
Altri quattro attacchi (31) erano disposti a cavallo della linea di separazione fra gli elementi del cofano, essi erano muniti di anello metallico – vedi particolare A – riproducibile con del filo di rame che sostituirà quello già stampato, anello che applicheremo ad un forellino fatto con un’apposita punta da trapanino.
In mezzo erano presenti quelli che sembrano fermi per portelli (32), già presenti ma da migliorare.
I portelli d’ispezione alla trasmissione (33) sono da alzare e scartavetrare per renderli più bombati, sono da completare col meccanismo d’apertura ed i rivetti.
Ultimo dettaglio del cofano motore, per gradire, sono le pipe delle marmitte di scarico (34), che con calma svuoteremo con vari tipi di frese, sino a renderle più realistiche.
Sui lati della sovrastruttura, verso la metà, erano presenti delle flange saldate di supporto per gli attacchi delle funi di traino (35) si tratta di rifarsi i pezzi C16 del kit con del plasticard, munendoli dei segni delle saldature.
I parafanghi, per la verità, nel loro assieme sono troppo spessi per apparire verosimili.
I supporti vanno tolti con precisione, per ospitare pezzi dal foglio fotoinciso On the Mark (36), che seppure non recente è ancora adatto alla bisogna.
E’ comunque disponibile un foglio Eduard, il 405 per il KV I B Tamiya.
Durante tale operazione è fatale che parte dei rivetti vada persa, inoltre non sarebbero della forma giusta: Per evitare complicazioni inutili, ho preferito toglierli tutti per lavorare più agevolmente, riposizionandoli in un secondo tempo (37).
Ne vanno posizionati quattro in orizzontale e due in verticale, incollandoli con una punta di trielina, c’è da dire che in genere esisteva una versione a sei orizzontali e tre verticali.
Le flange anteriori sono quelle del kit, ma assottigliate di molto.
Del resto, tutte le superfici dei parafanghi devono esserlo, dal di sotto, un buon rimedio può essere una passata con le frese.
Anche su quelle superiori, troppo lisce per essere per essere realistiche, basterà passare con delle frese montate su trapanino.
Si devono chiudere i fori per il posizionamento dei serbatoi cilindrici, mai usati sul KV II ed eliminare i poco realistici attacchi per maglie di cingolo di scorta.
Queste aree andranno passate anch’esse con le frese, per non far trasparire quattro zone che tradirebbero il lavoro svolto (38).
Questo non succederebbe se montassimo tutte le scatole di stivaggio, ma in genere di esse ce n’erano due : per esse, ci sono solo da fare lavori di media entità, col plasticard rifaremo i cardini e le strisce a risalto (39), mentre su tutte le superfici passeremo delle frese a testa tonda col trapanino, dando loro più l’aspetto della lamiera in scala.
Sui lati – vedi particolare (40) - completeremo con gli attacchi superiori (A), le maniglie centrali (B) in fotoincisione e gli attacchi ai supporti dei parafanghi (C), le maniglie anteriori sono anch’esse fotoincise.
Ricordiamoci che l’andamento laterale dei coperchi non era lineare come propone la Tamiya (41).
Lo scafo, nella parte bassa, richiede ormai solo superfici che non siano lisce, questo è ottenibile col sistema già indicato prima, oltre alla stuccatura dei piccoli fori laterali legati ai fili elettrici per l’eventuale motorizzazione del carro.
Il meccanismo di regolazione del cingolo (42) va staccato dal kit e trapanato in modo da riprodurre meglio le parti cilindriche che lo attraversavano.
Per correggere le ruote del kit (43) senza doverle a tutti i costi rimpiazzare con prodotti aftermarket, basta alesare i fori esterni (A), troppo piccoli, e praticare quelli interni (B), riempiendoli poi con tondini di plasticard, un’applicazione di stucco sui bordi esterni toglierà loro l’assurdo aspetto troppo liscio.
I rulli reggicingolo erano del primo tipo gommato e possono essere reperiti dal kit Tamiya del KV I B.

KV II modello 39 - © Andrea Tallillo - Click to enlarge

La flangia del kit va assottigliata e leggermente risagomata (44) – il suo andamento dall’alto è illustrato nel dettaglio (45) della Tavola 2, essa va completata coi bulloni di fissaggio (46).
Ora affrontiamo l’elemento che rappresenta il clou della conversione, la torretta; per migliorare quella del kit bisogna recuperare qualche pezzo da quella Tamiya, come i due periscopi cilindrici, il portello, eccetera.
Purtroppo, la scudatura del kit è in un pezzo unico con le piastre addizionali, ed il realismo è scarso.
Per valorizzare al massimo quest’area, bisogna separare i pezzi, per migliorarli uno per volta e rimontarli.
Usando colla bicomponente avremo più tempo per poter risistemare i pezzi, se necessario, se dovessero spostarsi ci aiuteremo a ripristinarne la geometria con un righello metallico, muovendoli di quel tantino che serve, sino a finire il lavoro.
Col realismo dei nuovi dettagli, avremo poi la ricompensa del tempo investito a completare la parte anteriore della torretta, (47) sulla quale è fatale si concentrino gli sguardi.
Recupereremo per prime le piastre addizionali inferiori, che andranno assottigliate (A).
Una volta avuta la piastra sgombra, si può già approntare una nuova lamiera curva paraschegge (B) coi suoi bulloni, sui lati della piastra anteriore andrà fatto il segno della saldatura.
Le guance della scudatura (48) andranno assottigliate e lavorate con una fresa per irruvidirne le superfici.
Non useremo la scudatura interna in resina, bensi’ solo quella esterna in plastica Tamiya, arricchendola del segno delle saldature (49) ed inserendo l’obice in ottone della confezione Modelkasten, che andrà un po’ raffinato.
Sulla sinistra della parte anteriore della scudatura rimane da praticare un piccolo incavo (50), mentre un po’ tutte le superfici sono da irruvidire leggermente con una fresa (51), completeremo la parete di destra della scudatura col grosso bullone esistente (52).
Le scalette per l’equipaggio (53) sono quelle del kit Tamiya, leggermente fresate e piegate al centro per simulare la deformazione verificatasi nel tempo; nei punti dov’erano inserite fremo il segno delle saldature.
Su almeno un esemplare quella superiore era montata in verticale sul tetto della torretta.
Tra la seconda e la terza scaletta va aggiunto un portellino di sparo uguale a quello della parte anteriore della sovrastruttura (54), altri due vanno posizionati, uno per lato, accanto al grande portello imbullonato posteriore (55).
Per chi conosce bene i corazzati sovietici, la prossima fase è rendere meno lisce le corazzature.
Su tutte le superfici della torretta è meglio stendere un sottile strato di stucco, che renderà bene l’effetto del metallo corrugato.
Usando una fresetta a testa tonda, si può anche soffermarsi sulle piastre, praticando delle leggere incavature, ovvero i segni dei colpi controcarro tedeschi, andati solo a graffiare le spesse piastre.
Sul cielo, la prima cosa da farsi è riprodurre tutto attorno il segno della saldatura della piastra , poi rimpiazzeremo i periscopi cilindrici con analoghi pezzi Tamiya (56), se possibile cercheremo di praticare gli incavi circostanti per i bulloni che trattenevano la struttura interna.
Anche gli estrattori di fumo (57) sono ricavabili da pezzi Tamiya.
Il portello (58) va rifinito – per gli esemplari di prima produzione – con una corona esterna imbullonata (A) e con un risaltino centrale (B) al quale erano vicini dei rivetti (C), oppure con un anello di guarnizione, un po’ come quello del pilota, e col risaltino circolare centrale.
Le protezioni degli episcopi posteriori sono pur’esse dei pezzi Tamiya, col segno della saldatura riprodotto attorno (59).
Sul portello, a modello quasi ultimato, ho applicato la prima parte del complesso sistema antiaereo, in pratica una semplice barra orizzontale (60), riprodotta in plasticard.
L’intero sistema (61) è già presente nella confezione Modelkasten ma realizzarlo bene porterebbe via molto impegno, sfiorando l’autocostruzione.
La mitragliatri e DT 29 è comunque migliorabile nell’imbottitura del calcio ed aggiungendo il sacchetto raccoglibossoli inferiore (62).
Il caricamento non era un granchè, oltre a qualche cassa, in genere si vedono dei proiettili tirati fuori dai tedeschi in modo da scattare istantanee più interessanti.
Una cassa (63) l’ho ricavata dalla banca dei pezzi, è in plastica ma grazie ad un buon cutter ed alla microlama Sign l’ho incisa su tutti i lati, dandole veramente un aspetto ligneo convincente.
Un po’ di ‘pillole’ da 152 sono reperibili dalla vecchia confezione MB numero 1049, in metallo bianco, o dalla più recente Azimut numero 312, in resina, quest’ultima fornisce pure le relative casse.
Attendendo ancora per incollare l’ingombrante torretta alla sovrastruttura, possiamo dedicarci al montaggio dei cingoli maglia per maglia della Modelkasten, che sono molto belli, ben stampati e necessitano di poco lavoro per la rifinitura.
Per velocizzare il lavoro sono stati verniciati con l’aerografo ancora sulle loro stampate e poi già leggermente invecchiati e sporcati.
Per la colorazione del modello, date le dimensioni e l’uniformità del verde usato – il buon vecchio Humbrol 114 – è quasi indispensabile l’uso dell’aerografo; una volta asciutte le parti principali, incolleremo il treno di rotolamento e la cingolatura.
Prima d’inserire il carro sulla base, bisogna in pratica riprodurre anche il risultato della marcia su terreno vario, che sul fronte russo erano per forza di cose la norma.
Passeremo con lavaggi a colori ad olio, sciogliendo il colore per distribuirlo meglio, la parte inferiore del modello insistendo, con un pennello a setole non troppo rigide, anche negli spazi più piccoli, cosi’ il colore si fermerà negli interstizi.
Il treno di rotolamento, una volta fissato il modello alla base, lo rifiniremo con gli stessi toni del terreno.
Sulla sovrastruttura e sulla torretta lo sporco sarà minore e perciò riproducibile con gli acquerelli, senza caricare troppo il verde di base, l’ambientazione è la Lituania della fine estate 1941.
Una volta asciutti i cingoli, li copriremo in maniera irregolare con una miscela di tempere – nero ed ombra naturale – molto diluite in modo che colando formino un alone di sporco attorno ad ogni particolare in rilievo, se non si è soddisfatti del risultato si può ‘lavare’ e ricominciare daccapo.
Per il terreno, il sistema è il solito, si parte da una cornice portafoto di adeguate dimensioni, col vetro sostituito da un pezzo di compensato abbastanza rigido, ricoperto da uno strato di gesso verniciato ad acrilico ed acquerelli, sul terreno vanno aggiunti l’erba da ferrmodellismo ed alcuni licheni naturali, verniciati ad acquerello , che ben si presta per i suoi toni delicati.
Riserveremo accanto al carro un foro per collocare un figurino, in questo caso un sottufficiale tedesco di un’unità di cannoni d’assalto, impressionato dalla mole del mezzo, la cui torretta pesava da sola circa 12 tonnellate.

KV II modello 39 - © Andrea Tallillo - Click to enlarge

Per saperne di più :
- Soviet heavy tanks – Osprey Vanguard 24 – Osprey Publishing 1981
- KV 1 & 2 Heavy tanks 1941-1945 – New Vanguard 17 – Osprey 1995
- Ciezki czolg KW – PELTA 1997
- KW 1 – KW 2 – Model Hobby 2003

Andrea Tallillo
© 2008

    

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