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Il Battaglione alpini sciatori - A. Tallillo

Monte Cervino, 1942... Pistaa !!!!

Il Battaglione alpini sciatori Monte Cervino - © Andrea Tallillo - Click to enlarge

Credo che non siano poi molti i modellisti che, attirati dai figurini di sciatori tedeschi o sovietici, si ricordino di altri reparti sciatori che furono impiegati nella Seconda guerra Mondiale.
Uno di essi, tra i pochissimi reparti del genere nell’ambito del Regio Esercito, si sacrificò per ben due volte nel giro di due anni, sulle montagne albanesi e nel crogiolo della steppa russa.
I suoi alpini furono difficilmente eguagliabili, se non altro perché quasi unici in quanto ad equipaggiamento adeguato, partendo dai capi di vestiario.
Aver avuto molti altri reparti cosi’ validi non avrebbe certo cambiato le sorti degli altri alpini del fronte orientale, ma avrebbe probabilmente ridotto le proporzioni dell’immane sconfitta italiana.
Un primo Battaglione sciatori Monte Cervino si era fatto onore nel fango d’Albania dalla metà del dicembre 1940, riportando pesanti perdite che portarono al suo scioglimento il 20 maggio 1941.
Il suo impiego era stato, come per molti altri rinforzi arrivati al fronte, a spizzico, vanificando il suo prezioso addestramento.
Per la ricostituzione, si richiesero 30 sciatori volontari da ogni Reggimento alpino, da equipaggiare ed armare con criteri nuovi.
L’organico previsto era strutturato su Comando e due Compagnie a struttura regionale, la 1 a con liguri e piemontesi e la 2 a con lombardi e veneti, formate da una squadra comando e 3 plotoni, ognuno con 2 squadre fucili mitragliatori ed una di fucilieri.
In totale, l’organico era di 14 ufficiali, 25 sottufficiali e 281 alpini, con 12 fucili mitragliatori, 20 mitra Beretta (6 per compagnia ed 8 al comando, per ufficiali e capisquadra) ma senza le mitragliatrici Breda 37 previste.
La truppa aveva ancora in dotazione il moschetto 91 ma più avanti, dopo i primi scontri, fu tollerato l’uso di armi di preda bellica sovietica, specie dei mitra Ppsh 41 – i famosi “pepescià”, molto apprezzati per la loro affidabilità e potenza di fuoco.
Per le armi di squadra, alle deludenti prestazioni dei Breda 30 si ovviò, almeno nel caso della 2 a Compagnia, con i ben più efficienti fucili mitragliatori sovietici DP 28.
Partito da Aosta il 13 gennaio 1942, fu nella zona d’operazioni del fronte russo tra il 19 ed il 21 febbraio successivi.
Date le sue caratteristiche di pronto impiego, fu lasciato alle dipendenze del Comando del Corpo d’Armata per essere usato nei punti più critici del vastissimo fronte.
Dopo un periodo di scontri di pattuglie e di controllo dell’attività partigiana il Battaglione, alla testa di colonne di fanteria delle divisioni Torino e Pasubio sostenne un acceso combattimento tra il 21 ed il 23 marzo a Ploskij – Olkowatka, in azioni intraprese per alleggerire gli attacchi sovietici, e le prime perdite, anche di congelati.
Dal 25 aprile fu in linea col Raggruppamento Barbò sul Samara, con l’impegnativo compito di reperire esaurienti informazioni su di un nemico mobile e ben mimetizzato e per collegamenti.
Nel settore di Izjium il Monte Cervino, oltre a svolgere un’intensa attività di pattuglia lungo le sponde del fiume, dovette sobbarcarsi lavori di sistemazione ed adattamento di opere campali e camminamenti, sotto al tiro dei cecchini sovietici; in entrambi i casi volle dire uno stillicidio continuo di perdite.
Il 5 maggio i ‘Cervinotti’ diedero il cambio ai tedeschi a Smamenowka, partecipando poi alle importanti operazioni di Klinowoy, un caposaldo da riconquistare a tutti i costi per ridurre la sacca di Izyum.
Furono due settimane di scontri corpo a corpo, sino alla sera del 18 quando i sovietici si ritirarono.
La spinta dell’offensiva sovietica era stata smorzata e l’autunno passò in relativa calma.
Ben altre prove attendevano il reparto, prove durissime che si protrassero sino al crudele epilogo invernale, quando si sacrificò quasi per intero per aprire il passo ad altre unità.

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L’uniforme
In quanto ad uniformi e dotazioni il reparto poteva considerarsi ricco, l’equipaggiamento era stato scelto al meglio delle disponibilità.
Il copricapo più diffuso non poteva essere che quello alpino, il tipo da truppa (Particolare 1) aveva fregio anteriore nero (A) mentre il colore della pappina era rosso.
In second’ordine l’elmetto modello 33, indossato sovente sopra ad un passamontagna per isolare meglio la testa, con una foderina in tela bianca, dalla quale in genere spuntava dal lato sinistro la caratteristica penna d’aquila fissata con una sacchetta di cuoio.
Sopra alla normale uniforme, caratterizzata però dai pantaloni ‘da sciatore’ s’indossava spesso solo un camiciotto impermeabile (2) in tela cerata bianca, fornito in tre taglie, con sparato a 7 occhielli per parte, sotto al quale c’era un’ampia pettorina triangolare a soffietto.
Lungo le cuciture dei rinforzi era applicato un copritasca chiuso con bottoni a pressione; la tasca era con finto piegone nella parte mediana.
La parte posteriore del camiciotto aveva sulle spalle un rinforzo, sovrapposto, mentre al fondo la tela era ripiegata verticalmente per circa 10-17 cm con una cucitura.
Su ciascuna piega erano applicati 6 occhielli, nei quali scorreva un lacciolo di cotone bianco.
Il colletto era formato da due robusti pezzi di tela cerata, uniti con cucitura posteriore mediana; era chiudibile con un gancetto d’ottone e con una linguetta mobile abbottonata.
Anche le maniche erano in tela e terminavano alle estremità con un polsino (3) che da un lato portava due bottoni in osso bianco mentre dall’altra terminava a punta con occhiello.
Un polsino interno da 10 cm, fissato semplicemente nella manica stessa, terminava nella parte libera con un orlo da 15 cm che formava una guaina, nella quale passava un nastro elastico di cotone bianco.
Sul camiciotto, che poteva essere dotato di cappuccio, oltre alle stellette sul colletto si portavano solo distintivi di grado – per sottufficiali ed ufficiali – cuciti sul petto a sinistra.
Assieme ai soprapantaloni confezionati nello stesso materiale, la combinazione mimetica bianca era completa; comoda e confortevole, aveva l’inconveniente d’impedire la traspirazione del corpo con l’uso prolungato.
Si preferiva perciò usare il camiciotto ma conservare i normali pantaloni da sciatore, molto simili a quelli poi adottati dai reparti paracadutisti, in panno grigioverde e con le estremità chiudibili con strisce per poterli rimboccare sugli scarponi.
Le calzature, altro segno distintivo del reparto, erano gli scarponi Vibram a gambaletto allacciato, con spessa suola con disegno ‘a carroarmato’.
Stavolta erano stati distribuiti nel viaggio d’andata, a Verona, nella misura di due paia per ogni alpino, i calzettoni erano in lana bianca.
Le dotazioni erano completate da un maglione a collo alto, in lana grigioverde, ed i guanti.
Molto funzionali quelli felpati a 5 dita, in lana bianca; se il freddo aumentava venivano usati guantoni a manopola (4) con sopraguanti impermeabili in tela cerata bianca.
Le buffetterie erano dello speciale tipo a fascia (5), con tasche portacaricatori e bretelle, in tela bianca ma tuttavia non erano di adozione generalizzata, essendo sempre presenti la più pratica normale buffetteria in cuoio grigioverde, per moschetti 91 da cavalleria, i cui dettagli trovate in (6).
Gli sci (7) erano costruiti in frassino laminato in acciaio, i tre diverse ‘taglie’ – quella illustrata è la media di 210 cm, larga 72-75 mm con spessore abbastanza rilevante e coda rinforzata.
Nello spessore erano ricavati la scanalatura di guida (A) e la laminatura (B).
Da metà degli sci in avanti, da 2 cm avanti alla staffa, era fissata una striscia di linoleum od alluminio di 30 cm di lunghezza che impediva alla neve di frapporsi tra sci e piede.
Gli attacchi con leva a snodo (8) erano larghi 68-75 mm con staffa in ferro dolce munita di finestra longitudinale a I e faccia interna rivestita in cuoio, che si adattava in uno spacco nella parte mediana dello sci.
Le parti in cuoio (9) erano la correggiola, che fissava lo scarpone nella staffa (A), la cinghia anteriore (B) che s’introduceva nello spacco e veniva unita a quella posteriore (C).
Essa, passando sopra e contro il tacco dello scarpone lo fermava, unitamente alla cinghia superiore (D).
La cinghietta sottopiede (E) aveva due estremità ripiegate adocchiello, attraverso le quali passava la cinghia posteriore.
C’è da dire che gli attacchi a staffa saltavano facilmente e mancò il tempo per sostituirli con tipi più resistenti alle sollecitazioni delle bassissime temperature.
I bastoncini (10), in frassino o nel più economico nocciolo, erano lunghi non meno di 145 cm, con anello in cuoio (A) all’estremità superiore che aveva anche un anello nello stesso materiale per l’impugnatura (B).
L’estremità inferiore (C) presentava un puntale da 4 cm ed una rotella di giunco da 16 cm di diametro.

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Il figurino
La tenuta da sciatore, sci compresi, è quella più accattivante, per la sua rarità, fra le diverse possibili per un alpino sul fronte russo, un aspetto moderno fra la massa degli altri reparti.
In assenza di figurini ad hoc sul mercato, almeno per il momento, e non volendo spendere più di tanto per una semplice base di partenza, non resta che cercare di realizzarne uno partendo dall’unica scatola in plastica disponibile, quella Dragon dedicata agli sciatori tedeschi, apparsa qualche anno fa col numero di catalogo 6039.
Ho preferito usare quello in posa statica, con gli sci tenuti sulla spalla, da lavorarsi levando per primo il cappuccio e, con l’aiuto di una fresetta montata sul nostro fido trapanino, sgrossando poi la spessa giacca a vento e modificandola per farla diventare l’analogo indumento italiano.
Proviamo a posizionare a secco le braccia, per movimentare la posa basta girare il braccio destro e ridimensionarne leggermente le proporzioni, scavando nelle maniche e riposizionando le mani coi guanti di lana.
Le grandi tasche presenti andranno rimpicciolite e risagomate, bisognerà, inoltre, far sparire anche i rinforzi della - ormai ex- giubba tedesca.
Con il coltellino OLFA incideremo lentamente la giubba per simulare l’apertura, poi foreremo con una punta da trapano da 0.3 mm creando gli occhielli ai alti dell’incisione e riproducendo infine i lacci con l’aiuto di filo di rame sottilissimo.
Si possono ora incollare braccia e gambe.
A colla rappresa, dopo 24 ore, applicheremo dello stucco Tamiya dov’è necessario.
Poi, con l’aiuto di una fresetta a testa ovale, riprodurremo le eventuali pieghe sulla parte anteriore ed in genere ove potrebbero essere presenti.
I pantaloni hanno solo bisogno di una leggera fresatura, per il resto hanno la forma e le proporzioni giuste.
Ormai resta solo la testa da inserire.
Se non si vuole usarne una con elmetto ne va recuperata una della Model Victoria, naturalmente col cappello alpino.
La inseriremo incollandola con del cianoacrilato e raccordandola al busto con l’aiuto di una fresetta.
Ora possiamo dare una mano di bianco opaco, ad aerografo, su tutto il figurino e mentre si asciuga, lavoriamo agli sci.
Quelli della scatola Dragon sono già molto belli e sono corredati di bastoncini e racchette (fotoincise); basta passare leggermente sulla loro superficie la microlama Sign per avere un discreto effetto legno e poi rendere più omogenea la superficie con carta vetrata da 800.
Gli attacchi andranno leggermente modificati, ma quelli italiani erano simili a quelli tedeschi.
Sul figurino, oramai asciutto, inseriremo le due cinghiette reggi-giberne, i portacaricatori, che provengono dalla banca dei pezzi – sono giberne in plastica di figurini della mitica serie ‘Multipose’ dell’Airfix – ed il tascapane che proviene invece dalla scatola Italeri dedicata ai bersaglieri.

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Per la colorazione del figurino, non fornisco le mie formulette, per stimolarvi a cercare un po’ la vostra via, non certo perché siano segrete.
Del resto, viso a parte, il cromatismo dell’uniforme si rifà a ben pochi coli e l’unica ‘trappola’ è come al solito il bianco del giubbetto che presuppone un po’ più d’esperienza o perlomeno alcune prove, per evitare quello che io chiamo ‘effetto detersivo che più bianco non si può’mentre basta guardare qualche fotografia per vedere che gli indumenti bianchi non restavano tali a lungo.
Nel mio caso, è bastato usare del bianco a smalto, unendovi un po’ di grigio e lumeggiando poi con del Bianco di Titanio ad olio.
Fermiamoci a vedere com’è stata realizzata l’ambientazione.
Per cominciare, ho preso un vecchio fermacarte, dalla forma particolare ma molto adatta perché già in pendenza.
Dopo aver reso più scabra la sua superficie con uno scalpello, s’incollano pezzi di sughero – quello che si usa nei presepi, per capirci – con del bicomponente.
Si otterrà cosi’ una sezione di parete d’altura, che ovviamente andrà resa più realistica raccordando gli spazi tra i vari pezzi con del gesso liquido e vari sassolini, fino ad ottenere una superficie omogenea.
Qua e là si possono piazzare dei piccoli cespugli, fatti con del muschio, essiccato naturalmente.
Per avere una buona riproduzione in scala di neve ‘fresca’, anche se esiste più di un buon prodotto in commercio, la cosa più pratica è usare del bicarbonato, stando un po’ abbondanti nella quantità di materiale da usare.
Eviteremo l’inconveniente del suo ritiro e delle possibili crepe future, ovviamente, ne va usato di più negli avvallamenti e sulla punta delle rocce ed altro bicarbonato sarà utile per piccoli aggiustamenti.
L’ultimo tocco è una vernice fissativa lucida, usata nel campo delle belle arti, che spruzzata da una distanza media, previa mascheratura del resto della basetta, darà una realistica patina satinata al bicarbonato.
Se proprio ci fosse scappata la mano, l’eccesso si può togliere con dell’acquaragia, senza pericolo d’intaccare il materiale sottostante.

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Per saperne di più

- Uniformi e distintivi dell’Esercito Italiano 1933-1945 – Albertelli 1981
- 1940-1943 I diavoli bianchi – Mursia 1984
- Uniformi e distintivi dell’Esercito italiano nella 2 a Guerra Mondiale 1940-1945 Stato Maggiore Esercito Roma 1988
- La tragedia italiana del fronte russo 1941-1943 – Bruno Ghigi Editore – 1993
- The Italian Army 1940-1945 (1) – Europe 1940-43 (Men at Arms n. 340) Osprey Publishing 2000

Andrea Tallillo
© 2008
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