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Sottufficiale Sturmartillerie - Andrea Tallillo

Un kit Hornet in scala 1:35

La specialità dell’artiglieria d’assalto fu una tipicità tedesca della storia del carrismo, in pratica i tecnici seppero avere l’idea giusta al momento giusto, ovvero montare un cannone di calibro superiore a quello del carro d’origine, rinunciando a priori alla torretta per avere più spazio.
La formula dello Stug III cominciò già nel 1940, quando i pochi primi esemplari ebbero l’onore addirittura di un servi zio sulla nota rivista Signal.
Come mezzo di sostegno ai reparti di fanteria, i cannoni d’assalto furono un eccellente combinazione di produzione economica rispetto ai panzer, affidabilità e potenza di fuoco, venendo usati sempre più largamente sia nei Balcani che sul fronte orientale.
L’apparizione, nel 1941, dei carri sovietici T34 e KV I portò fatalmente a dover cambiare la formula, trasformando lo Stug III in un semovente controcarro.
Ma andando ai suoi equipaggi, c’è da rimarcare che ebbero in dotazione un’uniforme che ormai è stata riprodotta in scala 1-35 più volte.
Un grande passo in avanti rispetto ai primi figurini disponibili in plastica è stata la comparsa di svariati soggetti in metallo bianco o resina, una vera e propria pioggia.
Nel frattempo è cresciuta la qualità media degli equipaggi forniti nei kits e sono arrivate in rinforzo delle valide scatole in plastica, con le quali animare le nostre realizzazioni.
Con una spesa maggiore, potremo avere comunque dei figurini da rifinire e presentare a parte, è un peccato, a volte, “sprecarli” in ambientazioni dove il loro valore andrebbe sottovalutato.
In ogni caso, anche tenendo conto dei limiti della scala, resta la difficoltà di riassumere un minimo d’informazioni, senza dover consultare troppi libri.
Tenterò cosi’ di portarvi per mano nelle a volte intricate caratteristiche dei fregi e distintivi, sperando di non farvi venir un mal di testa.
Per prima cosa c’è da descrivere l’uniforme-base.
La si ideò nel 1940 per i corazzati che non fossero i panzer, partendo però sempre dal taglio particolare ma pratico di quella nera adottata proprio per i carristi nel 1934 e cambiandone il colore per ovvie ragioni mimetiche.
Era composta da un basco, da un giubbetto e dai pantaloni.
Il corto giubbetto aveva maniche avvolgibili ed era portato a colletto aperto, con camicia grigio-topo e cravatta nera.
I bottoni erano in corno o materiale plastico nero, due erano in alto in corrispondenza dei baveri ed un altro occasionalmente posizionato proprio sotto l’angolo superiore interno del bavero destro.
La falda sinistra veniva prima agganciata ai due bottoni presenti all’estremità di quella di destra e poi alla fila di sei più grandi, lasciando visibili solo i primi due dall’alto.
Tre asole sul bavero sinistro corrispondevano a questi bottoni, in quanto nel caso di clima più freddo si poteva rivoltare ed accavallare i baveri, chiudendo il giubbetto anche con l’aiuto di un gancetto interno.

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Sul giubbetto (Tavola 1 – Particolare 1), a parte l’emblema nazionale cucito a destra tra il quinto ed il sesto bottone (A), venivano portate mostrine (B) e controspalline (C), i gradi da braccio, distintivi di merito e specializzazione (D) e, in genere, quasi tutto ciò che era previsto per l’uniforme di servizio modello 36, compreso il nastro alle maniche per una certa categoria di sottufficiali e comprese le decorazioni.
I comodi pantaloni (2) avevano una cintura integrale di tela di canapa grigia e passanti esterni – si potevano però anche usare le bretelle – due tasche inclinate laterali con aletta e bottone, un taschino anteriore a destra ed una (a destra) o due tasche posteriori.
Le ampie gambe erano leggermente strette alla caviglia per poter essere meglio infilate negli stivali e poi rimboccate.
Sia per problemi di distribuzione ad una specialità in progressiva crescita, le uniformi si diversificavano anche per i cambi nei regolamenti, specie nel caso delle mostrine, e per necessità pratiche o locali.
Ne deriva, tornando al lato modellistico di quest’articolo, la discreta libertà di poter usare una buona gamma di verdi, ma ovviamente senza discostarsi troppo da uno standard.
Le mostrine delle prime uniformi (3) erano formate da rettangoli di stoffa feldgrau, bordati nel waffenfarbe (colore dell’arma) rosso vivo e con appuntate le totenkopf in alluminio delle truppe corazzate, questo per tutti i gradi.
Le controspalline tedesche rappresentavano un sistema abbastanza elaborato, che mostrava non solo il grado ma anche l’arma ed il reparto d’appartenenza.
Quelle dei sottufficiali (4) erano costituire da un supporto di stoffa ricoperto da panno verde-blu scuro, con un bordo interno sottoforma di una striscia di passamaneria bianco-argento ed uno esterno nel colore dell’arma.
Vi si aggiungevano stellette romboidali – da nessuna a tre, secondo i gradi, il numero o sigla indicativi dell’unità erano in metallo bianco argentato.
I bottoni che le assicuravano alla giubba erano in metallo argentato, in un secondo tempo ridipinti in feldgrau o grigio scuro.
Per indicare l’attesa di nomina ai gradi superiori, erano usate due piccole striscie di passamaneria da 9 mm circa (A), portate trasversalmente.
I distintivi di specializzazione per truppa e sottufficiali (5) erano ricamati in cotone o seta gialla, su fondo verde-blu scuro, circolare od ovale.
Erano portati sul braccio sinistro in alto, come quello del personale trasmissioni (A) con fulmine in waffenfarbe, o sulla manica destra in basso come quello del sergente tecnico (B) o sul braccio sinistro in basso come quello da cannoniere scelto (C) con granata, fiamma e serto di foglie.
Sempre restando sulle maniche, ricordiamo che marescialli maggiori e marescialli aiutanti, che avevano posizione particolare all’interno delle loro unità, equivalente a quelle del sergente maggiore ‘di reggimento’ inglese, portavano due fascette di passamaneria bianco-argento attorno alle maniche, a circa 13 cm dall’orlo inferiore (6).
L’equipaggiamento, operando in spazi un po’ angusti, era ridotto al minimo : il cinturone da truppa e sottufficiali (7) era alto 45 mm, in cuoio nero con fibbia metallica piatta, a volte ridipinta in verde.
Le fondine da pistola erano di vario tipo, quello illustrato (8) è nero, per la Walther P38.
I binocoli (9) erano portati senza contenitore, solo col pezzo che proteggeva le lenti.
Il portamappe regolamentare (10) era nero ma ne esistevano di altre fogge, in cuoio marrone, erano comunque portati sul fianco destro.
Gli scarponcini neri (11) erano ormai la norma, anche se resistevano gli stivali di cuoio nero (12) coi quali si era entrati in guerra.
Come copricapi, inizialmente furono in dotazione dei baschi simili a quelli dei carristi ma in materiale feldgrau ed altrettanto poco pratici a bordo dei mezzi, furono presto abbandonati.
La loro sparizione lasciò campo aperto a quasi tutti i tipi di copricapo in uso nell’esercito, il più vecchio disponibile era la bustina modello 38, in tessuto feldgrau.
Del cappello a visiera da sottufficiale (9) esisteva un tipo precedente al 1936, simile ma molto più pratico e popolare, perché rispetto ad esso aveva cupola più piccola e floscia, mancava del soggolo e la visiera, nera o ricoperta di tela feldgrau, era morbida.
I fregi – emblema nazionale sulla cupola e setto di foglie sulla banda, erano ricamati in filo d’alluminio argento o grigio-argento su verde scuro ed il waffenfarbe era applicato attorno alla cupola e sopra e sotto la banda.
L’elmetto (13) era usato discontinuamente e dall’autunno 1943 non sarà più distribuito.
Al modello 35, più curato e di colore verde, si poteva applicare la copertina mimetica reversibile – un lato era bianco, l’altro aveva la mimetica ‘a pioggia’ - (14), in tela a 5 spicchi con cucitura longitudinale ed asole per fissare fogliame.

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Il figurino
Sono partito da un bel figurino della Hornet, non recente (inizi del 1997), quello contrassegnato dalla sigla GH 25, un pezzo senza fronzoli ma che potrà essere arricchito da alcuni effetti di verniciatura.
L’alto standard di stampaggio e la posa già convincente non rendono necessario molto lavoro, se non portarlo allo standard della Wehrmacht per quanto riuarda mostreggiature ed insegne, anche nel cappello.
Ho tolto anche la tasca sui pantaloni in alto a destra.
Personalmente, mi trovo a mio agio usando i colori a smalto come base, valorizzandoli con colori ad olio.
Gli smalti sino a qualche anno fa erano considerati colori adatti solo ai principianti, mentre regnava il colore ad olio con tutta una serie di accorgimenti e procedure veramente non alla portata di tutti.
Alla fine, abbiamo tutti scoperto che fior di figurinisti, senza curarsi troppo delle varie mode, ancora li usano, e con quali risultati ! In pratica, il colore ad olio è solo una velatura che aggiunge le sue particolarità ad un medium perfettamente coprente e questo in tempi ridotti, l’importante è stendere un buon primer, una pre-verniciatura in grigio medio, su tutto il pezzo.
La tinta della pelle è imitabile, con più o meno fortuna – dipende da quanti più figurini portiamo a buon fine – con alcune miscele, che specie col crescere dell’esperienza ci verranno naturali e più pratiche rispetto ad un qualsiasi color ‘rosa’ già pronto.
Su una miscela è anche vero che resta più facile partire per ottenere i vari chiaroscuri, si parte mescolando marrone, giallo e bianco, eventualmente scurendo con marrone rossiccio ma senza esagerare.
La fase successiva, ad asciugatura avvenuta, è passare all’ombreggiatura, applicando un marrone prima sulla connessione del naso, poi sulla zona inferiore delle labbra, le orecchie e la zona delimitata dall’eventuale copricapo e la radice dei capelli.
L’uniforme scorre via senza troppi interventi, ricordiamoci però che i tessuti presentano sempre pieghe, per quanto poco accentuate, in luce nella parte superiore ed in ombra internamente, dovremo cercare di riprodurre quest’effetto fondendo correttamente i colori ad olio, senza arrivare ad ispessire gli strati.
La partenza per il feldgrau è lo Humbrol HM 6, ma si può ottenere lo stesso un buon effetto mescolando 3 parti di esso con 1 di blu, 1 di giallo e 6 di bianco, le ombre vanno in Bruno van Dyke con una punta di Terra di Siena e le lumeggiature in Bianco.

I ‘fondamentali’ consigliati

- German Army Uniforms and insignia 1933-1945 – AAP (1977)
- Military Forces of Third Reich – Wild Mook 39 – World Photo Press (1980)
- Sturmartillerie & Panzerjager – Vanguard 12 – Osprey Publishing (1979)

Andrea Tallillo
© 2008
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