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Un Panzer II insolito - Andrea Tallillo

Panzer II Ausf. J - Kit Alan Hobby, Scala 1/35

Panzer II Ausf. J

Indubbiamente, i mezzi della Panzerwaffe esercitano ancora un interesse diffuso, sia sul fronte storico-documentativo che sulle applicazioni modellistiche.
Nessun altro esercito ebbe tale varietà di corazzati, alcuni con forme abbastanza bizzarre.
Un esempio è il Panzer II Ausf. J, avveniristico per alcune soluzioni tecniche ma minato in partenza dal controsenso.
Ancora nel novembre del 1939, quando il Panzer II era il nerbo delle divisioni corazzate tedesche, il Waffenamt propose di continuare lo sviluppo della linea Ausf. C / F ma con enfasi su di una corazzatura molto consistente per i tempi, ovvero 80 mm frontalmente e 50 sui lati e parte posteriore.
Il nuovo mezzo avrebbe raggiunto le 17 tonnellate, ovvero il doppio di un Panzer II di serie e le sospensioni sarebbero state a barre di torsione, con rulli doppi intervallati.
Lo scafo e sovrastruttura erano costruiti in un solo pezzo e con portello circolare laterale, in modo non convenzionale rispetto allo standard tedesco del tempo.
La torretta ricalcava quella moderna, già pensata per il VK 901 ma più protetta, priva di feritoie e con cupola a periscopi per il capocarro.
Il progetto, effettivamente fuori luogo, fu più volte lasciato da parte, tant’è vero che oltre a 4 prototipi privi di torretta dovevano essere pronti 30 carri di serie entro il dicembre del 1940, ma si finì per completarne 8 nel 1941 ed i restanti 22 a basso ritmo, durante tutto il 1942.
La loro storia operativa fu anch’essa frammentaria, essendo stati inviati a rinforzo di unità non molto grandi, usate per impieghi particolari o nelle retrovie.
Il primo ciclo operativo sul fronte orientale, con la 12 a Pz Division, vide un solo superstite a fine gennaio 1943 ed anche in seguito il logorio dell’uso operativo si fece sentire su altri sei esemplari sino alla fine del febbraio 1944.
Più interessante, storicamente, l’uso fattone dalla 13 a Kp Polizei Pz ‘rinforzata’ creata nel gennaio 1943 nella Francia meridionale, anche con 6 carri di questo tipo nel suo 3° plotone.
Trasferita, dalla zona di Marsiglia, in Croazia nel luglio 1943, partecipò in seguito al disarmo di unità del Regio Esercito, operando dal 20 ottobre al 13 novembre in Slovenia per l’Operazione Wolchenbruch alle dipendenze della 44 a Divisione fanteria. Tornata autonoma, da fine novembre, resterà nella Slovenia –Provinz Laibach sino all’autunno 1944, perdendo due carri entro la fine di ottobre.
Modellisticamente, quella che fu una versione ‘minore’ ma interessante della lunga serie dei Panzer II rischiava di restare un bel sogno, con un paio di foto sbiadite di vecchi libri – molto poco d’aiuto – e senza quasi nessun particolare interessante sulla sua carriera.
Tentare di ricostruirlo in scala 1.35 implicava l’autocostruzione, pratica ormai quasi desueta almeno stando alle mostre modellistiche degli ultimi dieci anni a questa parte.
Poi, prima l’apparizione di un bel libro tedesco su tutte le unità corazzate di Polizia dell’epoca, poi il bellissimo libro italiano sulle unità italo-tedesche usate nell’Ozark ed infine una delle ultime uscite della documentatissima serie dei Panzer Tracts hanno grandemente contribuito a stracciare il velo attorno al mezzo.
L’argomento resta coinvolgente e non esiste più neanche l’alibi della mancanza di una riproduzione modellistica, perché è uscito pure un kit nella nostra scala preferita e per di più in plastica e perciò alla portata di tutti.

Panzer II Ausf. J - © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

Il kit in 1/35
Questo kit è del tipo che, restando nel concreto – nulla di simile al genere Panzerwaffe 1946 – riproduce qualche mezzo ‘strano’ e poco conosciuto, ma che esistette veramente, avendo pure un uso operativo.
Il VK 1601 è stato riprodotto in plastica alla russa Alan Hobby, che già aveva proposto un altro soggetto poco visto prima, il panzer I Ausf. F molto assomigliante al soggetto che trattiamo.
La qualità media di questi kits è discreta ed ormai la finezza dei particolari abbastanza buona; in pratica non sono male anche se logicamente non toccheranno certe vette.
L’uscita di altre ben più famose versioni come lo Ausf. F della Dragon e la C della Tamiya probabilmente lo metteranno in sordina, ma nella collezione di un vero appassionato non stona, anzi.
Non merita soffermarsi sulla scatola, spartana ma con una discreta box-art, è il contenuto che merita un discreto plauso.
I dettagli, sebbene un po’ pesanti, ci sono e ne risulta un buon modello, sono fornite addirittura barre di torsione da montare separatamente per le sospensioni, queste un po’ semplificate e cingoli maglia per maglia.
Le istruzioni sono buone e le decals sono comunque rimpiazzabili con discreta facilità, basterà solo darsi un po’ da fare ed avremo un modello che spiccherà fra gli altri panzer, magari gli inflazionati Pantera e Tigre.

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Unico neo la marcata differenza nel caricamento attrezzi, tra quanto viene proposto dalla Alan e quanto reperibile nella documentazione, ma il tutto è spiegabile con lo svolgimento – non certo lineare – della produzione, che riguardando solo 30 esemplari fu portata a termine a pezzi e bocconi, risultando quasi artigianale e non certo troppo standardizzata.
Per il resto, c’è solo da stare attenti a non esagerare con la colla, la plastica non è certo ‘robusta’ come quelle che si usavano anni fa nei kits giapponesi.

La sua realizzazione
La parte iniziale è abbastanza semplice, perché lo scafo è poco più che una scatola con pochi angoli e dettagli, non c’è neanche da rinforzarlo troppo.
Spicca la mancanza dei cordoni delle saldature, unica consolazione quella che è lo stesso a volte anche per kits europei recenti….
Applicheremo l’ormai conosciuto trucchetto che prevede incollare diverse sezioni di sprue filato a caldo attorno alle piastre interessate e ripassarle col pirografo, ed avremo un buon effetto saldatura in rilievo, attenti perché sulla prua le piastre erano saldate anche ad incastro.
Sull’angolo verso la prua va aggiunto un bullone per lato.

Panzer II Ausf. J - © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

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Le due postazioni corazzate ricalcano quelle del Tiger I, ma a a quanto pare solo quella di sinistra era operante e deve presentare perciò il blindovetro – ottenibile scavando la plastica ed inserendo dall’interno un pezzetto d’acetato, ed i fori del cannocchiale di guida aperti, quella di destra presenta detti fori tappati dall’interno.
Sotto ed attorno ai visori, erano apprezzabili saldature molto ben rifinite, che in scala sono risultano quasi impercettibili. Tra i due visori, disposto sul cielo della sovrastruttura, c’era una specie d’indicatore di posizione, in pratica risolvibile con un blocchetto di plasticard sagomato ed incollato davanti alla barra antischegge anteriore.
La barra, come quella posteriore, era saldata anch’essa al cielo ma con un alto grado di rifinitura, anche nelle foto del mezzo vero è ben poco visibile, conviene usare direttamente attorno ad esse il pirografo, e con mano leggera.
Torneremo al precedente sistema per la piastra posteriore, aggiungendo un bullone su entrambi i fianchi, all’altezza della giunzione sul cielo tra le piastre principali.
Il cofano motore è veramente spartano, per un buon realismo è sufficiente segnare col pirografo la saldatura fra le piastre e togliere il supporto dell’antenna, proposto nelle istruzioni a sinistra ma in realtà posizionato a destra o, secondo la più recente fonte bibliografica della serie Panzer Tracts, ancora più indietro sullo stesso lato.
La bullonatura della parte finale poteva avere anche un aspetto diverso da quello del kit.
Sempre la stessa fonte mostra un aspetto più corto delle prese d’aria coperte del cofano mentre il kit ne propone un altro più lungo, in realtà è evidente che almeno agli inizi del 1943 le coperture fossero leggermente diverse e con cerniere a tre bulloni.
Altra parziale incongruenza si verifica, sulla parte posteriore, per la posizione della scatola fumogeni che risulta spostata a destra solo nel kit, ricordiamoci in ogni caso di sostituire i suoi massicci attacchi con flange imbullonate in forma di plasticard.
Tra la flangia della presa d’aria posteriore e la piastra stessa sbucava il semplice supporto per il traino, la flangia va ovviamente diminuita nello spessore ed incollata ai supporti solo dopo averli prima alleggeriti.
La scatola fumogeni centrale era affiancata dai supporti delle maglie di cingolo di ricambio, attorno ai quali girava la fune di traino con l’aiuto di piccole canalette esterne. Se possibile, cerchiamo di ricostruire gli interi attacchi, troppo robusti, con le loro cerniere a sinistra ed i fermi a destra.
Molti degli interventi si concentreranno sui parafanghi, il tutto è facilitato comunque dal fatto che sono in sezioni separate, completabili a parte.
Iniziando da quello anteriore sinistro ci accorgeremo che le modanature del kit sono tre al posto di quelle del più recente ed accurato disegno in scala, dopo aver scelto fra le due resta però da non montare le sezioni anteriori, poco usate, riproducendo i loro tre attacchi con pezzetti di plasticard ed i loro rivetti.
La zona dell’attacco va modificata a fondo, partendo dai supporti, troppo spessi e dotati di una incongrua sezione scatolata, mentre in realtà erano a ‘L’ : essi vanno privati del bordo superiore e diminuiti nello spessore, sostituendo poi la flangia orizzontale, veramente pesante, con un listello di plasticard sul quale incollare i nuovi bulloni, dopo aver riprodotto il segno della saldatura dell’elemento più basso che lo univa alla piastra inclinata, restano da rifare meno spessi i supporti imbullonati per il faro e dell’elemento anteriore del sistema di luce notturna Notek, disposto secondo l’ormai famigerata fonte più recente più indietro.
Il clacson è riprodotto pesantemente, sarebbe meglio sostituirlo con un fotoinciso, posizionato all’estrema destra del gruppo.
Qualsiasi sia la soluzione che adotterete, non tralasciate il realistico dettaglio delle guaine dei fili elettrici, riproducibili con filo di rame.
Il supporto posteriore va trattato come l’altro, a questo punto restano da rifare i supporti per la binda e quelli per il blocco di legno di supporto al cricco.
Consigliamo di sostituire gli attrezzi offerti nelle stampate, poco accettabili, con quelli Tamiya della confezione 35185, soluzione più costosa, o con qualche elemento tratto dalla sempre utile banca dei pezzi.
Quando avremo finito, potremo riprodurre col pirografo la saldatura del supporto posteriore alla parete dello scafo.

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Tra i due elementi dei parafanghi spiccava il portello per l’equipaggio, noi abbiamo scelto la configurazione riscontrabile nelle foto del mezzo vero, cioè un semplice portello dotato di un invito per l’apertura esterna tramite apposita chiave, mentre nel kit ci sono maniglie, basta comunque stuccare i fori per il loro posizionamento, anche sullo scafo.
L’elemento posteriore sinistro del parafango è più semplice, dopo aver trattato il supporto come i precedenti si possono applicare gli attacchi per gli attrezzi ed aggiungere la rivettatura nella parte finale, la scatola accessori per l’armamento di bordo aveva attacchi più leggeri di quelli del kit, anche qui provvederemo con i soliti ritagli di plasticard e rivetti recuperati da vecchi scafi ed una modanatura ad ‘x’.
L’elemento posteriore del sistema Notek del kit è poco accettabile, basta sostituire il suo attacco con del plasticard, aggiungere i rivetti e montare un elemento Italeri da Pz IV, in pratica adattissimo alla bisogna.
Il parafango anteriore destro è abbastanza uno specchio di quello sinistro, si deve intervenire più o meno negli stessi punti, partendo dagli attacchi per la sezione anteriore, il supporto d’irrigidimento corretto, col segno della sua saldatura al corpo del carro, il supporto del faro ed la guaina del filo elettrico, posizionando l’estintore accanto agli attacchi della pinza tagliafili, si prosegue col supporto posteriore.
L’elemento posteriore ci è presentato da alcune fonti con un supporto , preceduto dall’attacco per gli elementi ad ‘S’ per il traino e seguito da un singolo attacco per il cricco e quelli più interni per un’altra binda, mentre più esterni ci sono quelli per la manovella d’avviamento del motore.
Il kit invece propone un supporto più spostato in avanti, attacchi per il cricco seguiti dall’attacco per gli elementi ad ‘S’ ed affiancati da quelli per una pala, esternamente da quelli per una binda.
Sul bordo posteriore aggiungeremo i rivetti mancanti, dall’elemento posteriore va tolto l’attacco per la luce, da sostituirsi con plasticard e con una parte prelevata dalla banca dei pezzi, corredata dalla solita guaina del filo elettrico, con placchetta di fissaggio in plasticard.
La torretta, ha forme moderne e semplificate e non ci sono molti interventi: la prima cosa da farsi è riprodurre le saldature fra le piastre anteriori e la fila di bulloni sul cielo anteriore, mentre posteriormente oltre alle varie saldature ci sono da aggiungere solo due bulloni sul cielo verso l’angolo posteriore destro.
Dopo aver aggiunto le saldature delle piastre laterali della scudatura interna non resta che occuparsi di quella esterna, nella quale attorno alle protezioni iniziali delle canne delle armi erano visibili le linee di saldatura, nel kit le aperture per il cannocchiale di puntamento sono centrali, nelle foto storiche sembrano più diffuse quelle leggermente più a destra.
I ganci di sollevamento erano leggermente più elaborati della media, vanno comunque diminuiti di spessore.
La cupola era molto simile a quella dello Ausf: F e ciò aiuta molto, la più grande differenza era la piastra di fissaggio imbullonata inserita nel più spesso cielo di torretta, i bulloni mancano nel pezzo del kit.
I visori potranno essere migliorati scavando ed inserendo dei pezzetti di acetato o sostituendoli.

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Altri lavoretti riguardano il portello del capocarro, come la rifinitura delle cerniere, il tampone di gomma utile a portello ribaltato, la cerniera di quello interno che consentiva l’apertura per la segnalazione con razzi, un attacco circolare ed una placchetta esterna.
La canna del cannoncino di bordo è troppo corta, va sostituita con una di lunghezza adatta, a canna ben fissata dalla colla provvederemo ad incidere, con mano da chirurgo, l’apertura superiore presente nella protezione; il freno di bocca va corredato delle sottili aperture per i gas oppure, meglio ancora, sostituito con parti migliori, che non mancano nel vasto mondo dell’aftermarket.
La colorazione prevista è quella tipica di un corazzato tedesco del periodo, ovverosia la classica combinazione a due o tre colori, per riprodurla meglio sarà bene ricorrere all’aerografo, usando se possibile un tipo a getto fine.
La plastica grigia del kit permette che sia sufficiente una sola mano del colore di base (HP 1 Humbrol), a diluizione corretta, se però non bastasse potremo darne una seconda, più diluita, dopo aver lasciato asciugare bene per 24 ore.
Dando il colore mimetico marrone rossiccio – abbiamo scelto lo H47 della Gunze – adopereremo rapide passate, ottenendo un buon effetto se cominceremo dai lati, muovendo il braccio da un’estremità all’altra, partendo dal basso e salendo pian piano.
Procederemo in modo che il colore esca ancora prima d’arrivare al modello e si fermi dopo averlo oltrepassato, in questo modo eviteremo punti visibilmente più carichi, troppo coperti.
Si tratta alla fine di sottili strisce di colore che si intersecano, perché la loro sfumatura non sia esagerata, l’aerografo dovrà essere tenuto molto vicino al modello.
Se già subito rilevassimo errori od incertezze, niente paura, l’acrilico da fresco si può togliere con uno straccetto imbevuto di diluente, per poi ripartire ed ottenere il meglio dalla pratica ed ormai sperimentata combinazione ‘smalto per il fondo, acrilico per la mimetica’.
A pennello asciutto è stato applicato solo del beige, molto leggermente, in modo da far scorgere sempre la mimetica, in fondo, mentre per ritoccare ed ombreggiare si è usato del Seppia (ad olio) a pennello, con leggere passate attorno a rilievi, bulloni e rivetti.
Una volta disposte i pochi contrassegni, badando a dettagliare bene le croci laterali che coprono in parte il meccanismo di apertura del portello - si deve vedere l’incavo – abbiamo applicato sull’angolo anteriore destro della piastra dritta di prua un trasferibile bianco, a riproduzione dello stemma del reparto, una torre monumentale, lo stemma non esiste ora come ora ma meno male che anch’esso può essersi tinto e scolorito, ci salveremo ancora una volta con un ‘vedo e non vedo’.
La cingolatura è stata applicata nelle ultime fasi, dipinta in metallo naturale all’interno per riprodurre lo sfregamento dei rulli e ‘lavata’ con una miscela marrone e rosso esterna, è stata poi sporcata negli intervalli delle maglie per armonizzarla al terreno.
La semplice ambientazione è niente di più di una cornice portafoto con inserito dal di sotto un foglio di compensato, ricoperto poi di Das come prima mano.

Panzer II Ausf. J - © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

Ad asciugatura avvenuta uno strato di Hydrozell e colore a smalto applicato a pennello ospiterà prima le tracce dell’ampia cingolatura e poi anche l’erba da ferromodellismo, per movimentare un terreno altrimenti banale, in un angolo è stato preventivamente sistemato un tronchetto, in pratica un ramoscello trovato in riva all’Adige durante una passeggiata.
Per le peculiarità dell’uniforme del figurino, quella dei reparti blindati di polizia, ci sarà d’aiuto l’opera tedesca che trovate citata in bibliografia.

Andrea & Antonio Tallillo
© 2009
[Gallery]

 

Per saperne un po’ di piu’….:

- Encyclopedia of german tanks – A & AP – 1978
- Panzerfahrzeuge und Panzereinheiten der Ordnungspolizei 1936 -1945 – Podzun Pallas – 1999
- I reparti panzer nell’Operationszone OZAK 1943-1945 – Edizioni della Laguna - 2002
- Panzer Tracts No. 2-2 – Panzerkampfwagen II Ausf. G, H, J, L and M – 2007

 

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