Questo sito contribuisce alla audience di

Aidu de Turdu - Stefano Deliperi

Una sanguinosa battaglia del medioevo in Sardegna.

Aidu de Turdu

“…Sono stato fino a pochi mesi or sono un soldato come voi. Nell’ultima campagna ho perso i miei due figli maggiori. Avevano diciotto e sedici anni. Dopo tante loro insistenze avevo acconsentito al loro primo arruolamento. Doveva essere una spedizione facile. Ci avevano detto che dovevamo semplicemente scortare dei nobili spagnoli a prendere possesso del loro alto ufficio. Dopo avremmo dovuto costituire la loro guarnigione fin tanto che non fossero giunte nuove truppe dalla madrepatria. Un lavoro facile, di pochi mesi, pagato bene. Invece le cose non stavano così. La loro terra era in rivolta. I comandanti spagnoli non erano all’altezza. Boriosi, spavaldi, poco accorti. Finimmo massacrati da un nemico coraggioso e molto meglio disposto. Ci siamo salvati in pochi, laceri e feriti. Ho preso la mia famiglia, a Pavia, dove erano miei connazionali, le mie cose, e siamo venuti qui, la zona di origine della mia donna. Con i soldi che ero riuscito a conservare ho rilevato questa stazione, già chiusa da tempo. Ora prospera e chiedo solo di far crescere i figli rimasti”.

La compagnia era silenziosa, attenta alle parole dell’uomo. Molti, con la mente, si immedesimarono. Alcuni pensarono al loro futuro. A quando non sarebbero più stati in grado di attendere l’assalto del nemico con possibilità di successo.

Ma la curiosità era troppa.

Dove è successo ?” “Chi erano i tuoi capi ?“ “Chi vi ha attaccato ?” “Non avevate possibilità di comprare una tregua ?”.

L’oste si rese conto che non avrebbero lasciato in pace la sua ferita. E prese a raccontare.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Era stato assoldato con i suoi due figli da un emissario degli Aragonesi di Pietro IV, allarmato dalla pressanti richieste del suo Governatore della Sardegna, Guglielmo di Cervellon. Le famiglie liguri aventi interessi in Sardegna, riunite intorno ai Doria e sostenute dalla Repubblica di Genova, mal tolleravano le pretese dell’Aragona di governare l’Isola. Avevano lucrosi affari ad Alghero, a Castel Genovese, in Anglona e Logudoro. Per non parlare dei traffici con Castel di Castro, il centro sardo più importante già strappato dagli Aragonesi agli odiati Pisani ben ventisette anni dopo che quel Papa Bonifacio VIII, per risolvere suoi problemi in Sicilia, aveva infeudato l’intera terra dei Sardi al Conte-Re d’Aragona Giacomo II insieme alla Corsica.

Bonifacio VIII non aveva il possesso di quelle isole, né titolo, ma si arrogava diritti su tutte le terre della Cristianità. Tutto questo va bene, tranne quando tocca gli interessi della Repubblica. Così avevano pensato i Genovesi, gelosi della loro Corsica e vogliosi di metter le mani almeno sullo scomparso Giudicato di Torres.
Anche i Sardi si mettevano in mezzo e l’unico Giudicato sopravvissuto in quei turbolenti anni era quello di Arborea, da dove Mariano IV dei Bas – Serra intendeva unire l’Isola sotto il suo dominio.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Tutto questo Klaus e le compagnie mercenarie assoldate non lo sapevano al momento dell’ingaggio. Iniziarono ad intuire che qualcosa non era come magnificato nelle previsioni quando, a Castel di Castro o Castel di Caller, come la chiamavano gli Aragonesi, trovarono ad attenderli diverse compagnie di fanteria catalane e valenzane, trecento balestrieri maiorchini, l’esperto barone Gombaldo di Ribelles con numerosi cavalieri d’Aragona e gli stessi figli del Governatore, Gherardo, il primogenito, e Monico.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

La brigata aragonese era entusiasta della spedizione che doveva andar a mostrare i denti, secondo gli ordini regali, ai Doria ed ai loro alleati. Proprio nelle loro terre. O si sottomettevano oppure sarebbero andati distrutti dalla forza e dal valore degli invitti figli di Spagna.

Nella spedizione verso il nord avrebbero avuto anche dalla loro parte gli alleati armati di Arborea. Klaus, sergente della sua compagnia, e gli altri soldati tedeschi, con l’esperienza di anni passati nelle campagne di mezza Europa, iniziavano a nutrire qualche dubbio.
Se la superiorità aragonese era così schiacciante, come pensavano i Genovesi di avere la minima possibilità di resistere ? E come potevano allora tenere diversi castelli e terre, come pure ammettevano i cavalieri di Aragona ?
La spedizione alla metà dell’agosto del milletrecentoquarantasette si mise in marcia lungo sa bia Turresa, come chiamavano l’antica strada romana che attraversava tutta la Sardegna, fino al vecchio porto di Torres, nel nord. Presso la villa di Santa Giusta li raggiunse il Giudice Mariano IV con le sue truppe. Duecentocinquanta cavalieri e quattrocento fanti sardi e lombardi. Questi ultimi mercenari come loro, ma diversamente da loro piuttosto sereni.
Giunti all’altipiano di Campeda, alcuni esploratori dell’Arborea rientrarono al galoppo avvertendo che i Genovesi controllavano alcuni passaggi obbligati sulla strada del nord. Si fermarono presso la villa di Bonorva, qualche miglio dopo. Ultima terra sicura, nelle mani dell’Arborea. Erano stati raggiunti da messaggeri del Governatore di cui annunciavano l’arrivo insieme a due squadroni di cavalieri e trecento armati a piedi. Il giovane Gherardo rimase contrariato. “Ma come ? Mio padre non si fida di noi ? Crede forse che abbiamo paura di qualche rivoltoso male in arnese e viene a farci da balia ?” Il barone di Ribelles, benchè ancora giovane, aveva diverse esperienze di campagne d’armi e cercò di calmarlo. “Gherardo, forse il Governatore tuo padre possiede informazioni più aggiornate delle nostre e non crede sia il caso di rischiare”.

Nel mentre il Giudice ed i suoi non mostravano alcuna preoccupazione.
Giunto il Governatore, diede subito disposizioni per ripartire verso Sassari ed il suo castello. Lungo la strada aveva potuto scorgere numerose vedette genovesi, ma non aveva subito alcun ostacolo. “Strano”, pensò Klaus, “perché costoro non hanno tentato nulla ?”.
Percorse due miglia verso il nord, Mariano IV consigliò di formalizzare comunque una tregua con i Doria ed i loro alleati. Così, per sicurezza. Gherardo ed alcuni altri giovani nobili aragonesi lo schernirono, giudicandolo pavido. “Pensate, cari amici, di quali alleati si deve circondare mio padre: temono addirittura una passeggiata !” Guglielmo di Cervellon acconsentì, ma chiese che fossero emissari arborensi a trattare la cosa. Non voleva immischiarsi ufficialmente in una trattativa che in fondo riteneva sconveniente per la Corona d’Aragona.

Ad un cenno del Giudice tre cavalieri arborensi partirono al galoppo.

Rientrarono dopo due ore con i termini dell’accordo. Potevano passare a condizione che il Governatore si astenesse da azioni ostili verso i liguri e le loro ville poste presso il prossimo passo di Aidu de Turdu.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

La marcia riprese. Precedevano i cavalieri ed i fanti dell’Arborea.

Al galoppo si presentarono al Governatore ed alla sua scorta personale tre cavalieri dei Doria. Chiedevano, per avere libero il passo, anche il prolungamento della tregua per tutto il mese di agosto. Questo era troppo per l’orgoglio degli Aragonesi. Guglielmo di Cervellon respinse con sdegno la richiesta, ritenendo che fosse soltanto un modo, anche puerile, per guadagnare tempo e diede ordine di proseguire la marcia.

Ma di marcia e di schieramento di marcia proprio si trattava.

Nessuno si era premurato di predisporre una copertura ai lati della colonna. Klaus ed i suoi, allenati da troppe campagne di guerra, se ne avvedevano con grande preoccupazione. Per la prima volta anche i suoi figli avevano perso l’allegria che finora li aveva distinti nella compagnia di bavaresi, svevi, carinziani e grigionesi che li aveva accolti con grande affetto e considerazione per la loro sete di imparare. Klaus se li mise alle spalle, fece schierare ai lati della compagnia un gruppo di ragazzoni provenienti da Coira, in buona parte imparentati fra loro ed armati con ampi scudi e asce bipenni. Al centro della colonna pose i balestrieri. Avrebbero, così, avuto il tempo di colpire chiunque li avesse attaccati. Mai avrebbe immaginato quello che accadde solo pochi minuti dopo.

Gli armati ed il Giudice di Arborea passarono in silenzio e senza alcun gesto ostile.

Gherardo di Cervellon, quando vide il sottile velo di Genovesi davanti ai propri squadroni, arringò i cavalieri di Aragona. “Per l’onore, per Aragona, spazziamo via questa vigliacca marmaglia !” Ed ordinò la carica, seguito da suo fratello Monico. Decine e decine di cavalieri d’Aragona, il fior fiore della nobiltà di Catalogna, Valenza e Baleari si lanciò verso lo stretto passo fra le forre ed i dirupi che costeggiavano la strada.

Centinaia di balestrieri genovesi resero palese la loro presenza fra le alte macchie e le rocce intorno la via. Migliaia di acuminati quadrelli investirono i superbi cavalieri di Spagna.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Quando cadevano a terra nugoli di armati si facevano sotto e infilzavano fra i giunti delle armature, scannavano e squartavano con un odio insospettato fra cristiani.

Klaus ebbe soltanto il tempo di rendersi conto della follìa e della presunzione dei suoi maledetti Aragonesi.

Pagato bene, certo, ma per finire massacrato. Con i suoi due figli, per giunta.

Gli altri reparti sotto le bandiere d’Aragona vennero coinvolti in breve tempo. I balestrieri genovesi, giustamente famosi per la loro abilità e precisione in tutto il mondo cristiano e fra gli infedeli, non si smentivano.

Ed erano in posizione dominante. Non era neppure una battaglia, era un massacro. Dopo la pioggia di dardi, infinita per la sua durata e per chi l’aveva dovuta subire quasi inerme, entrarono al galoppo alcuni squadroni dei Doria e dei loro alleati a finire il lavoro. La compagnia di Klaus aveva fino ad allora tenuto in qualche modo.

Dopo fu la notte.

Il Governatore Guglielmo di Cervellon non riuscì nemmeno a trovare il cadavere dei figli, fuggì con una piccola scorta e con il barone Gombaldo de Ribelles in un folto bosco, nei domini d’Arborea. Qui, ferito e spossato dalla fatica e dagli anni, era morto. Disperato anche per non essere riuscito ad impedire la distruzione dell’esercito che gli era stato affidato dalla Corona d’Aragona. Mariano IV acconsentì alla sepoltura dello sfortunato Governatore nel suo castello di Burgos.

I Liguri dilagarono in tutto il nord della Sardegna e trovarono un accordo, che forse non era mai mancato, con il Giudice di Arborea. La dura lezione che gli Aragonesi volevano dare ai loro nemici finì con le armi spagnole rinchiuse a Castel di Caller ed a Sassari. A Klaus ed ai pochi superstiti tedeschi tutto questo non importava per nulla.

Si era salvato sotto un mucchio di compagni sanguinanti. In un deserto di vita dove imperavano canaglie alla ricerca dei pochi averi dei morti e dei moribondi. I grandi grifoni che scendevano a gruppi all’allontanarsi dei depredatori facevano miglior figura. Dopo tutto facevano il loro mestiere. Il giorno dopo aveva vagato nella campagna alla ricerca di un segno della presenza dei figli. Niente. Era allora giunto insieme ad alcuni compagni sulla costa, a Terranova, dove avevano messo in mano alcuni fiorini al capitano di una cocca da carico ed avevano rapidamente trovato un passaggio per la Toscana. Di lì, mestamente, a Pavia. Ed il resto lo aveva già detto.
Gli uomini della compagnia di Pietro da tempo lo guardavano con occhi diversi. Un misto di condivisione della sua sorte e di fermezza.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Avevano dapprima intuito, poi riconosciuto la vicenda. Pietro, lentamente, quasi componendo ad una ad una nella sua mente la parole più appropriate, guardò i suoi per rassicurarli e si rivolse all’oste. “Credo di poterti rivolgere i pensieri di tutti noi. Possiamo solo avvicinarci al tuo dolore. Del quale siamo in parte causa ma, forse, in parte sollievo. Anche noi, insieme ad altri seimila Genovesi, eravamo ad Aidu de Turdu. Non potevamo non esserci perché i tuoi temporanei padroni da troppo tempo pretendono di tiranneggiarci con i loro baroni, le loro leggi, i loro pesanti balzelli.

Il loro governo non è richiesto e non lo sarà mai. Non avranno vita facile nella nostra terra. Tu ed i tuoi non potevate saperlo. Ma ora la notizia è corsa per tutto il Mediterraneo. Forse ho anche notizie dei tuoi figli. Due ragazzi che parlavano tedesco. Uno, il più grande, era gravemente ferito. Con il corpo aveva coperto il fratello. Malconcio, pesto, sanguinante, ma assolutamente vivo. Li abbiamo trovati grazie proprio ai suoi lamenti. Erano così giovani e spauriti che non abbiamo seguito le consuetudini. Sai che voglio dire. Li abbiamo portati alle mie case, a Sassari.

Il maggiore è stato curato nel modo migliore, ma non ha retto: è morto dopo due settimane. E’ sepolto in terra consacrata. Il più giovane da tempo sta bene ed è ancora lì. Non è schiavo, vive e lavora con gli altri miei figli e con le persone che ci sono vicine. E’ libero. Inizia a farsi capire e ci ha parlato di una famiglia in Lombardia. Se si chiamano Kurt e Heinrich, sono i tuoi figli”.
(da Stefano Deliperi, Storie di uomini e di tempi, La Riflessione editrice, Cagliari, 2006).


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Aidu de Turdu, lungo Sa bia Turresa, la strada che – prima, allora ed oggi – attraversa la Sardegna da sud a nord, era un passaggio obbligato, vicino Bonorva (SS). E’ stata il campo di battaglia, meglio, il luogo del massacro dell’esercito aragonese che si spingeva a minacciare i Doria e le alleate famiglie genovesi nei loro possedimenti della Sardegna del nord.
Un vero e proprio bagno di sangue, come narrano le cronache dell’epoca.


Aidu de Turdu © Stefano Deliperi - Click to enlarge

Il piccolo diorama rappresenta la carica dei cavalieri aragonesi nella gola di Aidu de Turdu.
Un vero e proprio imbuto naturale dai cui costoni i balestrieri ed arcieri genovesi fecero strage. Gli squadroni liguri presero ai lati gli spagnoli e chiusero la partita.
I soldatini sono di varie e disparate provenienze, un autentico melange.
Si riconoscono alcuni medievali di Strategia e Tattica, ma la gran parte è stata acquistata in bancarelle e negozietti di mezza Europa.
Le pose sono numerose ed piuttosto dinamiche, rendendo bene il realismo di una “scena” di guerra.
I colori utilizzati sono gli acrilici Model con pennelli “tre zero” e “quattro zero”, mentre l’ambientazione è ottenuta esclusivamente con elementi naturali: legno, senza alcuna indicazione della fabbrica di provenienza, foglie secche, licheni, ecc.

  

Stefano Deliperi
© 2009
[Gallery]
[Soldatini e storia]

    

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Francesco Manconi

    21 Sep 2009 - 08:08 - #1
    0 punti
    Up Down

    bello ed interessante il racconto che rende una pagina poco conosciuta della storia della nostra Sardegna: questi soldatini non solo soltanto “giocattoli”, con le loro storie ci riportano in tempi lontani!

  • LuMagli

    24 Sep 2009 - 15:26 - #2
    0 punti
    Up Down

    cercavo un racconto medievale e ho trovato questo: belle illustrazioni e un particolarissimo modo di raccontare con il modellismo che non conoscevo affatto! ho salvato il link così ripasso per leggerne altri con più calma :)

  • Mariangela Olla

    04 Oct 2009 - 13:23 - #3
    0 punti
    Up Down

    grazie per l’intensa immersione nella storia medievale della nostra amata Isola!