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Maggiore dei Bersaglieri - Andrea Tallillo

Bologna, 21 aprile 1945

BersaglieriQuando si celebra l’anniversario della Liberazione, invariabilmente si rischia di trascurare l’importante ruolo avuto dai reparti del Regio Esercito , che risalirono la penisola distinguendosi in molti combattimenti, nonostante le molte difficoltà d’ordine pratico e quelle frapposte dagli Alleati. Anche questi combattenti, senza nulla togliere ad altri compatrioti, seppero indicare la via del riscatto morale dell’Italia, i reparti Bersaglieri poi lo fecero tra i primi, ancora a fine 1943. Nel nostro piccolo di modellisti, vogliamo ricordare questi Bersaglieri del 1945, le cui uniformi non sono difficili da riprodurre, anzi…ma andiamo agli antefatti.

Il prologo
Verso al metà dell’aprile 1945, erano ormai quasi in grado di sfondare in direzione del Po, puntando su Verona e sfruttando il successo aprendosi nella pianura padana sino alle montagne. Il piano americano prevedeva uno sfasamento tra l’attacco del IV Corpo e del II polacco, per poi procedere con essi affiancati al Gruppo di combattimento Legnano del Regio Esercito, per lasciare l’entrata in Bologna al II. Le difese tedesche correvano a sud della città felsinea, su di una Linea chiamata Gengis Khan, della loro consistenza effettiva non è facile avere un’idea precisa neanche al giorno d’oggi. Ormai, comunque, le divisioni tedesche erano tali solo di nome, a corto un po’ di tutto e quasi isolate dalla Germania. Conservavano però una solida esperienza nei combattimenti difensivi ed una duttile azione di comando. La sproporzione di forze, che restava di 2 a 1 per le fanterie ed artiglierie e 3 a 1 per i corazzati facevano presagire una conclusione lineare. Alla reazione tedesca d’artiglieria e dei lanciarazzi Nebelwerfer gli Alleati risposero con massicci concentramenti d’artiglieria e continui attacchi aerei. La notte del 15 questo ‘ammorbidimento’ divenne molto intenso e le brecce nello schieramento tedesco si fecero ampie. Già dal 16 i Gruppi di combattimento italiani marciarono a tappe forzate, ma nella notte del 20 aprile i reparti tedeschi ruppero il contatto.
Radio Londra avverti’ dell’imminente arrivo delle truppe alleate ed alle 24 del 20 aprile le retroguardie tedesche lasciavano la città, lasciando indietro sparuti gruppi di soldati giovanissimi. Il giorno dopo, un sabato, alle 7.30 circa, i primi reparti alleati entravano in città, erano i polacchi del 9° Battaglione Fucilieri dei Carpazi (3 a Brigata di Fanteria), che da Porta Mazzini (oggi Porta San Vitale) risalirono Via San Vitale, per dirigersi alle due torri ed in Piazza Maggiore. Subito la notizia si diffuse e chi arrivò dopo potè sfilare tra la popolazione, che vedeva la fine di un lungo incubo, le più gravi traversie della guerra e le distruzioni causate dai bombardamenti, che nei quartieri attorno alla ferrovia avevano raggiunto il 90% delle abitazioni. Fra i soldati che entrarono in città, i più acclamati non potevano essere che gli italiani, si trattava dei Bersaglieri del Battaglione Goito, facente parte della ‘Rud Force’ polacca che agiva dal giorno prima lungo la Statale 9, col compito di riempire il vuoto lasciato dalle unità che avanzavano verso Nord-Ovest. Dopo aver subito il ‘fuoco amico’ da parte dell’artiglieria americana, aveva superato l’Idice ed il Savena, arrivando alle 5.30 alla periferia della città. Il reparto, dalle uniformi inglesi ma con l’elmetto adornato dalle inconfondibili, italianissime piume aveva partecipato al vittorioso scontro di Poggio Scanno, procedeva con alla testa il suo comandante, maggiore Romolo Guercio, ufficiale leggendario, reduce di Russia e più volte decorato.

Il reparto
I nostri fanti piumati, arrivati nella prima grande città del Nord liberata, non venivano dal nulla, ed il cammino per potersi battere di nuovo, stavolta per conquistare la dignità di paese da restituire alla democrazia non fu certo privo di ostacoli. Da un primo Corpo Italiano di Liberazione erano nati sei Gruppi di Combattimento, costituiti nel settembre del 1944 e comparabili – coi loro circa 9.500 uomini ciascuno, divisi fra due reggimenti fanteria, uno d’artiglieria, un battaglione genio e trasmissioni e servizi vari - alle divisioni binarie del Regio Esercito. Solo quattro entrarono in linea, sostituendo gradualmente alcune divisioni alleate e dando incalcolabile contributo morale alla rinascita del nostro Esercito. Del Gruppo Legnano faceva parte il reggimento Fanteria Speciale, su due battaglioni alpini ed uno bersaglieri, quest’ultimo ottenuto anche per contrazione dei due (XXIX e XXXIII) del 4° reggimento. Il perdurante clima di diffidenza degli Alleati, specie da parte inglese, non consenti’ l’assegnazione di aliquote corazzate. L’equipaggiamento era buono, con armi leggere e veicoli inglesi, ma il reparto non poteva rendere per intero nelle fasi di movimento e disponeva di scarse artiglierie d’appoggio. Dopo un lungo periodo addestrativo, il Legnano passò alle dipendenze della V a Armata americana nel febbraio 1945, arrivando al fronte il mese successivo; gli toccò in sorte una parte spettacolare dopo un periodo d’attività di pattuglie e colpi di mano. Dopo un primo sfondamento delle linee tedesche il 18 aprile, nella zona di Cà Merla, nel giro di tre giorni arrivò a Bologna vincendo alcune resistenze tedesche.

L’uniforme
I reparti del C.I.L. erano privi di adeguati rifornimenti di vestiario e l’esaurimento delle scorte nei magazzini di Napoli pose un serio problema. Non restò che dotare le nostre truppe d’equipaggiamento e vestiario alleato, ed operando i Gruppi di Combattimento sul versante adriatico, di competenza della 8 a Armata, esso fu quello di provenienza inglese. Il processo di riequipaggiamento durò abbastanza a lungo, perché le nostre forti tradizioni avevano impedito ai reparti di avere un aspetto al 100% ‘all’inglese’.
L’uniforme dei bersaglieri del Goito era cosi’ composta dal giubbetto e pantaloni in pratica e robusta – nonché pesante - saia cachi verdastro della ‘Battledress’, dei tipi modificati e semplificati allora in uso. Il giubbetto allora in uso era di un tipo privo delle patte coperte delle tasche ed a bottoniera esposta. I pantaloni erano di taglio più aderente, con fodera ridotta alla zona dei glutei e senza più strisce inferiori per unire il fondo nelle ghette, i bottoni erano di materiale plastico scuro. Oltre alle tasche laterali, c’erano un taschino aperto con una piega in prossimità del fianco destro ed un tascone sulla coscia sinistra. Le ghette di canapa, alte circa 15 cm, nella loro parte bassa erano sagomate per alloggiare meglio il collo del piede; venivano fermate con due corte cinghiette esterne, chiuse con fibbiette in ottone posteriori. Le calzature erano gli scarponcini inglesi in cuoio nero, con suola chiodata e fornimenti metallici al tacco. I pantaloni erano sorretti dal cinturone – disponibile in tre diverse lunghezze – in tela di canapa, alto 6.5 cm e con le due estremità piegate su loro stesse a tenere le due parti della fibbia in ottone e fermate con due passanti nello stesso materiale.
La piccola battaglia interiore legata all’adozione di nuove uniformi fu superata anche trasferendo su di esse le fiamme al bavero – sulle quali restarono in vigore le stellette, segno della militarità italiana, i fregi sulla manica sinistra, mentre i gradi degli ufficiali dalla fine del gennaio 1945 erano tornati sulle controspalline, sottoforma di stellette e galloni. Sulla manica sinistra, poco al di sotto della spalla era portato un tricolore di stoffa con al centro, in nero, la sagoma del celebre guerriero di Legnano. Le camicie erano kaki e se non si portava il giubbetto si usava un pullover di lana kaki con collo a v, con parte inferiore e polsini in maglia e larghe asole sotto alle spalle, per farvi passare le controspalline sottostanti e potervi cosi’ portare i gradi da ufficiale. Per tutti, l’elmetto era il classico tipo Mk II colore marrone scuro opaco, a padella, con soggolo elasticizzato; il piumetto era fissato anche alla reticella di juta, color verde o marrone in diverse tonalità. Se ne conoscono mimetizzati a vernice, a volte col distintivo del corpo, in nero a mascherina. Sottufficiali ed ufficiali portavano anche la bustina italiana modello 42, in tela kakhi chiaro con visiera, il fregio anteriore era in rayon nero. Truppa e sergenti usavano ancora il fez cremisi con fiocco blu oppure, come copricapo da fatica, un berrettino di lana khaki.
La buffetteria era quella inglese modello 37, in tela di canapa molto robusta, color marrone tabacco chiaro con finimenti in ottone; con l’uso il colore diventava un pallido verde-khaki. La borraccia era di forma rettangolare, coperta in panno khaki scuro, la sua imbracatura era in canapa, le estremità superiori andavano unite alle estremità sporgenti delle bretelle, sul fianco destro. Il tappo era in sughero, con una corta cordicella. Per quanto riguarda l’armamento, per la truppa si usava principalmente il fucile Enfield N. 4 Mk I od il mitra Thompson delle prime versioni, mentre gli ufficiali conservavano se possibile sia il mitra Beretta che l’omonima pistola calibro 9 corto, ritenute ancora valide come armi. La pistola era portata con la fondina originale, in cuoio, a volte tinta di bianco.

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Il figurino
Per averne uno ispirato alla famosa foto scattata al maggior Guercio verso le 9.30 di quel 21 aprile, in Via Rizzoli, il procedimento è abbastanza facile. Si sceglie un figurino dal kit Tamiya ‘British Infantry on patrol’ e se ne usano solo la testa con l’elmetto e le gambe. Dopo la solita pulizia da eventuali segni di stampo, si può passare all’innesto del busto, recuperato dalla banca dei pezzi – non buttare via quasi niente si rivelerà ancora una volta utile. Trovato un busto adatto, resta da aggiungere la parte inferiore del maglione sotto al cinturone già stampato sui pantaloni. In pratica basta un po’ di stucco, anche per raccordare le nuove braccia affinché non si notino segni di giunzione. La testa stampata tutt’uno col busto va eliminata – era troppo brutta – e preparato un incavo con una fresetta per potervi innestare la testa Tamiya con l’elmetto. Questo è già stampato con la reticella mimetica e cosi’ c’è solo da aggiungere il piumetto, costruito con tante striscioline di lamierino da dentifricio, resta poi da incollare la borraccia con la sua cinghietta, il binocolo appena sotto al petto e la fondina per pistola Beretta al cinturone, fondina ricavata scavando pazientemente un altro busto. Completa l’equipaggiamento un mitra Beretta Italeri, mentre la basetta per l’esposizione è stata arricchita con l’incollaggio tramite bicomponente di una basetta più piccola, in piombo, riproducente un selciato.

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Ultimo tocco è la colorazione, altrimenti resterebbe un figurino ben poco accattivante ! Noi usiamo, come la vecchia guardia, ancora gli smalti Humbrol come base, per i pantaloni si tratta di una miscela di Matt 29 con una punta di Matt 62, il maglione lo si può rendere bene con un’altra miscela di 1/3 HI (Italian Sand), 1/3 Bianco opaco – 1/3 di Matt 26. L’elmetto è dipinto in Matt 29 e nero per scurirlo appena, con reticella ripassata in Matt 26 ma ‘a pennello secco’, il piumetto va trattato con il nero al quale si aggiunge una punta di verde per dargli lucentezza. Per il viso, descrivere le varie operazioni porterebbe via troppo spazio e del resto è importante sviluppare una propria tecnica più che copiare. Per ultima, si applica una velatura di colori ad olio Nero e Seppia per dare risalto alle pieghe, sempre senza esagerare.
Ringraziamo l’amico bolognese DOC Tonioli Lorenzo per il paziente aiuto nel fornire documentazione e tutta la Sezione di Verona della Associazione Nazionale Bersaglieri, per lo spirito che ci fa andare avanti.

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Andrea & Antonio Tallillo
© 2009
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Bibliografia:

  • Uniformi e distintivi dell’Esercito Italiano 19933-1945 – Albertelli 1981
  • Uniformi e distintivi dell’Esercito Italiano nella 2 a Guerra mondiale – 1940-1945 SME 1988
  • The Italian Army 1940-1945 (1) – Europe 1940-43 MAA 340 - Osprey Publishing 2000
  • I Bersaglieri 1836 – 2007 – Itinera Progetti – 2008
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