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Ufficiale meharista - Andrea Tallillo

2a Compagnia Sahariana, Murzuk 1941

Ufficiale meharista

Chi non ha mai subito il fascino del deserto, anche nel nostro piccolo mondo in scala?
Nell’ambito del Regio Esercito, poi, non è difficile riprodurre una delle uniformi usate in quei reparti che, piccoli e spesso lasciati un po’ a sé stessi, combatterono contro un avversario molto armato e mobile, con esiti prevedibili, sino alla fine.
Un po’ questo fascino da ‘Squadrone bianco’, un po’ l’interesse per le uniformi coloniali, tra le più belle del periodo a nostro parere, ci hanno portato ad un’agevole conversione, dai buoni risultati con scarsa spesa, quel che ci vuole di questi tempi.
Le possibilità dei reparti cammellati erano già ben note quando il maggiore Campini del III Gruppo della Tripolitania, dalla fine del dicembre 1930 a quella di febbraio 1931 percorse oltre 1700 km, perdendo solo un cammello per frattura di un arto ed abbeverando i quadrupedi solo 8 volte.
Nel 1935, unificate le due colonie Tripolitania e Cirenaica, nasceva il Regio Corpo Truppe Coloniali della Libia, con reparti indigeni e 7 Gruppi sahariani. Il Corpo fu ristrutturato nel luglio del 1938, riducendo la componente di meharisti a tre compagnie.
Al 10 giugno 1940, il Corpo era presente anche nelle oasi interne e sulla frontiera tunisina, con compiti presidiari, ma non avrà ruoli rilevanti nei futuri, drammatici avvenimenti della batosta militare dell’inverno 1940-41.
Anzi, il presidio di Murzuk verrà attaccato da due pattuglie dello LRDG inglese, la T e la G (che stava per Guardie, in quanto composta da personale del 2° Scots Guards e 3° Coldstream Guards), con 24 automezzi e 76 uomini, che si erano unite a reparti degollisti.
L’azione a fuoco cominciò dalle 12.30 dello 11 gennaio 1941 ed in breve il nemico ebbe ragione della guarnigione italiana.

L’uniforme
Dato l’ambiente, le difficoltà di lavaggi e rifornimenti, era accettata la massima informalità ed era facile trovare usati assieme indumenti cachi e bianchi, nelle loro varie gradazioni, ottenendo un’uniforme di servizio abbastanza fuori dal regolamento.

Uniforme Ufficiale meharista © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

I pantaloni (sirual) (Vedi particolare 1 della Tavola) erano alla moda tuareg, in tela cachi o bianca, molto ampi e lunghi sino al piede, dove si stringevano alle caviglie, potevano avere tasche interne sulle cosce, oppure due tasche esterne nella stessa posizione.
In vita c’era una guaina alta 6 cm per farvi passare il cordoncino per stringerli.
Le calzature erano gli speldri – leggere scarpe in tela o le balghe, in tela con suola di corda, ma erano molto diffusi i sandali eritrei, in cuoio marrone rossiccio, di vario aspetto, come si può vedere dagli schizzi (2) tratti da fotografie e tavole di autori ben documentati.
La sahariana di tela cachi entrata in uso attorno al 1940 (3) era una giacca ad un petto, a colletto rovesciato con baveri sui quali comparivano le stellette metalliche, e quattro bottoni in frutto, fissata alla vita con una cintura nello stesso materiale, con due bottoni in frutto e con sul dorso, per tutta la lunghezza, un soffietto centrale.
Le tasche erano quattro, due sul petto a toppa con cannello centrale, due ai fianchi a soffietto con alette dritte e piccoli bottoni, spalle rinforzate da uno sprone sagomato che sul davanti faceva da aletta alle tasche del petto.
Le maniche si chiudevano con un polsino tipo camicia, chiuso da linguetta e bottone o solo con un bottone.
Era un indumento diffusissimo e nella fabbricazione ci furono piccole differenze per il soffietto sulla schiena e nella cintura.
I distintivi di grado erano portati per mezzo di controspalline staccabili (4), lunghe sui 12-13 cm e larghe 5.5 cm, in panno nero con bordo e fodera verdi, con ricamate stellette in filo metallico dorato, come il fregio centrale, ingrandito in (5).
Un comune e popolare copricapo era la bustina (6) introdotta nel maggio 1940, in tela anch’essa, in pratica una versione coloniale a visiera monopezzo della modello 35, con fregio anteriore in filo metallico dorato (vedi il dettaglio 5) e gradi (7) portati come in patria, a sinistra, nello spazio tra la visiera ed il coprinuca ed orecchie.
Erano rettangoli di panno cachi 6 x 4 cm, con stellette in filo metallico dorato.
Sul davanti della bustina, si potevano portare occhiali anti-polvere in gomma giallastra, con lenti circolari ambrate e cinghietta in canapa (8) che sembrano di fattura tedesca più che italiana.
Gli ufficiali portavano un cinturone (9) in cuoio marrone o marrone rossiccio, a spallaccio regolabile per fondina, che si chiudeva con fibbia in ottone – la fondina per pistola Beretta è disegnata in A, ed una borsa portamappe (10) in cuoio marrone, della quale esisteva anche una versione ‘aperta’.
Di quotidiana utilità, era il frustino (urbasc) (11) di pelle d’ippopotamo, piuttosto lungo e con estremità avvolta attorno al polso.

Il figurino
Avere pazienza e portare a termine una conversione, anche se minore, con un lavoro più impegnativo della solita sequela vedi-compra e dipingi è un’altra linea di confine che seleziona il figurinista facendogli superare una piccola sfida.
Sul piano del materiale, è bastata un’occhiata nei cassetti, dove in gene4r si accumulano figurini delle più disparate provenienze.
In argomento meharisti avevamo solo pezzi Criel, buoni, ma per dare ad uno di essi, il numero 32, una marcia in più abbiamo preso un vecchio figurino della Hornet, lo SC 8 ‘Italian Infantry Officer – North Africa’.

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La qualità e finezza di dettagli di questa prima serie di figurini italiani, apparsi nella prima metà degli anni ’90 ha consentito a molti di ottenere finalmente delle realizzazioni di pregio, ma ancora oggi restano delle pietre miliari.
In pratica, si è proceduto a tagliare i due figurini a metà con un seghetto da idraulico, ottenendo pantaloni da meharista con attaccata la falda della giubba e, dall’altra parte, la giubba con attaccata parte dei pantaloni corti.
Mano alle frese montate su trapanino, comincia la fase più tediosa della conversione, ovvero spianare la falda dai pantaloni da meharista e scavare la giubba Hornet togliendo quel che resta dei pantaloni corti.
La giubba si deve poter innestare sui pantaloni in modo ‘naturale’ con un minimo d’orlo perché sembri indossata sopra e non semplicemente unita.
Se ci fossero problemi di proporzioni, si può sempre accorciare il pezzo Criel fino ad avere un maggior equilibrio.

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Dopo alcune prove a secco, se saremo soddisfatti visivamente del nuovo figurino ottenuto, non resta che unire permanentemente le due parti con dei perni, ovvero dei semplici spilli tagliati ed inseriti in appositi fori fatti col trapanino.
La testa va tolta, ed il relativo incavo scavato nella giubba sempre con le frese, per avere un nuovo invito e poter applicare la testa, ricavata dalla vastissima gamma della Hornet.
La colorazione stavolta è del tipo ‘impegnativa ma non troppo’ , la giubba è nel comune Humbrol 93 appena un po’ schiarito, poi trattato con una velatura marrone molto chiaro ad acquerello, mentre i pantaloni vanno in bianco opaco Humbrol come partenza, ombreggiati molto leggermente in grigio ed ancora, ad asciugatura perfetta, trattati con una velatura ad acquerello grigio.
La bustina è stata verniciata col semplice Humbrol 93 con ancora meno passaggi ulteriori, essendo un po’ rigida nel modellato sembrerà più nuova.
Ed ora al volto, croce e delizia per molti di noi figurinisti.
Le possibili miscele sono Humbrol 61 più Terra di Siena bruciata, oppure Humbrol Hi 4 se vogliamo un tono più scuro.
Può andare anche una miscela più laboriosa con 5 parti d’ocra, 4 di marrone, 10 di bianco ed una di rosso.
Si può fare la prova anche su teste singole, visto che ne esistono ormai di moltissime in commercio, usando come tavolozza praticamente quasi tutto, da cartoncini a pezzetti di piattini di plastica per alimenti.
Per l’incarnato, si parte col giallo ocra, al quale aggiungeremo il marrone rossiccio, bianco e rosso.
Le proporzioni delle miscele possono essere variate in base al tono che si desidera ottenere, le lumeggiature si realizzano col colore di base mescolato con del bianco, mentre per le ombreggiature s’impiega del ‘terracotta’.
Comunque, ricordiamoci che di norma in guerra la carnagione risulta abbronzata e scurita dal sole cosi’ a volte si può omettere il rosso.
Delimitiamo il bordo dei capelli, la parte inferiore del mento e la zona retrostante le orecchie con del marrone.
Riprodurremo pure le luci della costolatura del naso, del labbro superiore, della fronte e zigomi schiarendo il colore base, sempre senza esagerare.
Gli occhi possono essere disegnati tracciando una linea verticale dall’alto in basso, come se stessimo disegnando gli occhi di un gatto.
Per semplicità li faremo neri, usando una penna a china sottile; le sclere devono presentare un tono spento ed è perciò consigliabile un bianco smorto.
Gli occhi non devono sporgere oltre le palpebre, ma essere protetti da esse.
Per la basetta, riproducente un tratto pietroso di deserto, più frequente di quel che si pensa rispetto alle sabbie, abbiamo usato un grigio scuro, schiarito con marrone scuro, al quale è stato aggiunto marrone chiaro e quindi bianco fino ad arrivare al colore ritenuto adeguato.

Buon modellismo !

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Andrea & Antonio Tallillo
© 2010
[Gallery]

 

Bibliografia :

  • Truppe coloniali italiane – Firenze 1977
  • Le uniformi coloniali libiche 1912 -1942 – La Roccia edizioni 1977
  • Uniformi e distintivi dell’Esercito italiano 1933-1945 – Albertelli 1981
  • Uniformi e distintivi dell’Esercito italiano nella 2 a Guerra mondiale 1940-1945 – SME 1988
  • The Italian Army 1940-1945 (2) – Africa 1940-43 – MAA 349 – Osprey Publishing 2001
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