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Il Gruppo San Giorgio in Russia - Andrea Tallillo

Alcune fotografie, una storia...

Il Gruppo San Giorgio in Russia

Nel corso di una Mostra storico-modellistica sulla campagna di Russia, organizzata ormai quattro anni fa, ci sono state sottoposte alcune fotografie.
Ogni volta è commovente trovare che esse sono veramente un ponte fra i soldati di allora e noi, che veniamo molto dopo e che cerchiamo solo di riprodurre la loro vicenda in scala.
Per una fortunata serie di circostanze, fra le più interessanti visionate ci sono quelle che riguardano un cavaliere-carrista del piccolo reparto di Verona che si sorbì tutta la prima fase della campagna, ovvero il III° Gruppo Carri San Giorgio.
Unendo diversi fattori come la rarità storica di detto reparto, il fatto che usasse carri veloci e la fortunata collaborazione con un paio d’amici, si è ottenuto un articolo che dovrebbe essere stimolante più di altri.
Ma non dimentichiamo che se non ci fosse stata la fiducia e disponibilità delle signore Vaccari Dea, Grazia e Marta le fotografie sarebbero ancora in fondo ad un cassetto, inerti, senza più possibilità di ricordare il loro congiunto ed i suoi compagni.
Ad essi, che per la maggior parte non sono più, ed al loro sacrificio ignoto a molti è dedicato quest’articolo.

Gruppo San Giorgio © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge
- Un Cv del reparto con ben visibile il suo stemma sulla piastra inclinata, siamo nei Balcani nel 1941. (Stefano Di Giusto) -

Il reparto nel 1939
Da qualche anno tutti i carristi sono anche cavalieri, ma settant’anni fa esistevano tipi di reparti diversificati, secondo esigenze tattiche separate.
La cavalleria tenne a battesimo i cosiddetti ‘Carri Veloci’ I risultati furono buoni e ben presto si decise d’inserire uno squadrone di 15 CV 33 nell’organico dei Reggimenti di cavalleria, partendo da tre di essi.
Si proseguì con la costituzione degli Squadroni per altri sei Reggimenti, ma essi verranno tutti sciolti dall’ottobre del 1938.

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- Il sergente maggiore Garavaglia, ancora con la combinazione da fatica in tela chiara ed i vecchi gradi (Col. Pisani) -

Gli unici CV di cavalleria restarono quelli dei tre reparti (I Gruppo San Giusto, II San Marco, III San Giorgio) completati nella primavera del 1935 per altrettante Divisioni Celeri, ognuna con due Reggimenti di cavalleria, due di bersaglieri, uno di artiglieria, e pochi altri reparti minori che non avranno vita operativa lunga.
Era ben poca cosa rispetto ai più di dieci Battaglioni carri d’assalto costituiti per la Fanteria Carrista.

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- Vaccari Ezio, in una foto risalente a conflitto iniziato da poco. La prova sono le mostrine ancora di buona fattura, ricavate da quelle usate sul bavero ‘di colore’ anteguerra, con una piccola striscia di tessuto celeste -

Dei tre citati, il III San Giorgio, era basato a Verona, in una delle molte caserme ed impianti militari che facevano ancora della città scaligera una delle cittadelle militari più munite.
Il protagonista delle fotografie, Vaccari Ezio, classe 1919, invece di finire fante della Pasubio od alpino della Tridentina divenne cavaliere nel piccolo reparto di carri L.
La Divisione d’appartenenza era la 3 a Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta (PADA).
La naja di allora era fatta di ruvidi panni, pasti consumati nella gavetta fatti di semplice pasta e minestrone, carne e brodo quando andava bene, sistemazioni scomode e cosi’ via, ma c’è da dire che neanche la vita civile era migliore.
La ‘cavalcatura’ del reparto non era altro che l’unico tipo di corazzato efficiente del periodo.
Nella caserma di Via Don Nicola Mazza il reparto, conosciuto ora come ‘Carri L’ dato il cambio di denominazione dei carri usati dal giugno 1938, al comando del tenente colonnello Pelligra era diviso in 4 squadroni con poco più di una sessantina di mezzi, dei quali 5 in versione radio.
Ezio (ci permettiamo ormai di chiamarlo semplicemente cosi’), chiamato alle armi l’8 aprile del 1939, ovviamente non partecipò alla spedizione in Albania del reparto, concretizzatasi alle 4.30 del mattino del giorno precedente.
Ezio era nel IV Squadrone ‘Novara’ cosi’ indicato perché i suoi 15 carri portavano nomi di battaglie sui lati della casamatta, verniciati in bianco, Squadrone comandato dal I° Capitano Malinverni.

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- Soldati e, al centro in alto, un sergente del IV Squadrone, che porta ancora l’uniforme pre-bellica, con l’appariscente colletto celeste con ‘fiamme’ bianche -

La campagna di Russia
Dopo il breve impiego in Slovenia, ma anche in Bosnia ed a Spalato, per i carri di cavalleria venne un più importante appuntamento, ma si affrontò l’impegnativa campagna con mezzi inadeguati e con un bluff, perché le due divisioni (Pasubio e Torino) che sulla carta erano autoportabili in effetti erano appiedate.
Assieme a 61.000 uomini, 5500 automezzi e 4600 quadrupedi, la scelta obbligata degli L3 mise ulteriormente in evidenza l’enorme divario tecnico e produttivo in confronto agli alleati tedeschi.
Dopo il trasferimento di 25 giorni su strada ferrata, fino alla stazione di Borsa in Ungheria, i carri proseguirono coi propri mezzi verso la zona di raccolta di Botosani, nella Moldavia romena, impiegando molto più tempo del previsto.
Le vaste estensioni della pianura ucraina resero ben presto inadeguate le unità italiane; alla mancanza di validi mezzi corazzati si aggiungeva quella di automezzi e veicoli di supporto e speciali.
Comunque, il Gruppo San Giorgio partecipò alla ‘battaglia dei due fiumi’ ed a scontri successivi, senza incontrare per fortuna corazzati avversari ma perdendo i primi 5 mezzi, del II° Squadrone, in combattimento.
Fu anche di molto aiuto a conseguire la vittoria di Petrikowka a fine settembre, ma il successivo assedio subito da un reparto dello 80° Rgt della Divisione Pasubio a Nikitowka lo mise a dura prova. Il reparto era avanzato di circa 1400 km, in un territorio con ben poche strade degne di questo nome e con continue difficoltà logistiche; ridotto ad una quarantina di carri disponibili appoggiò ancora i reparti italiani durante la ‘battaglia di Natale’, quando tre divisioni cavalleria e forti unità di fanteria sovietiche attaccarono vari settori affidati al Corpo di Spedizione italiano.
Le molte perdite subite tra il personale, anche a causa dei congelamenti, furono una triste avvisaglia e l’inverno russo mise fuori uso i carri superstiti.
Le capacità offensive del Gruppo San Giorgio si erano in pratica esaurite e la carenza di supporto logistico ed il rafforzarsi del nemico suggerivano il ritiro, che però restava impossibile, non essendoci abbastanza mezzi a motore per un ordinato ripiegamento e neanche il relativo carburante. I pochissimi carri rimasti ancora efficienti sulla carta in realtà erano inutilizzabili per mancanza di ricambi.
Si dovette restare in linea, senza poter contare su rinforzi ed anzi operando nell’inedito ruolo di fanteria, occupando pezzi di un fronte sempre più difficile da tenere in tutti i settori.
La guerra di posizione era fatta di dure veglie e pattugliamenti su di un terreno che offriva ben pochi ripari, e tutto senza equipaggiamento adatto.

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- Questa è la fotografia che ha ispirato il figurino. Solo da un’accurato esame dei fregi e dell’uniforme si può riscontrare che non si tratta di un fante ordinario -

Alla fine del gennaio 1942 gli uomini del San Giorgio entrarono a far parte del Raggruppamento Musino assieme ad un gruppo – appiedato anch’esso – dei Lancieri di Novara, il I e IX battaglione pontieri, una compagnia bersaglieri ed una batteria dell’8° reggimento artiglieria, un reparto di formazione che assommava a poco più di 1300 uomini e che era destinato ad operare nel saliente di Izyum in aiuto a reparti tedeschi nel contrastare un’offensiva sovietica che aveva creato una seria minaccia a tergo del nostro schieramento.
Nonostante il pochissimo tempo avuto per coordinare tra loro le unità, il reparto assolse bene i suoi compiti, concorrendo bene al ristabilimento del fronte

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- Foto di gruppo, dopo il rientro in Italia, con nuove uniformi sulle quali spiccano il numero romano del reparto applicato al fregio (sulla bustina) ed il nastro della decorazione tedesca per la campagna 1941-1942 sul fronte russo, alla bottoniera -

La linea difensiva creata – Linea Z, da Chazepetowka fino a Petropavlowska - costituendo a capisaldi vari villaggi tenne anche grazie ai rapporti cordiali con la popolazione ucraina, in una guerra che sembrava sempre più simile a quella di Napoleone in quanto a mezzi, vedasi slitte e cavalli.
Al reparto, per il primo ciclo operativo, fu assegnata una medaglia di bronzo al valore, probabilmente un po’ poco per tutto quello che aveva passato.
E il nostro Ezio? Lo troviamo, superato l’inverno russo, rimpatriato a Verona a fine luglio 1942.
Il reparto era definitivamente privo di capacità offensive, per l’impossibilità di sostituire gli L3 con qualcosa di meglio, cosi’ Ezio fu mandato in ‘licenza agricola’ nel settembre 1942, per il raccolto del tabacco, essendo nato e residente nella ‘Bassa’ veronese, ove da tempo si coltivava questo prodotto.

L’uniforme
Tra le fotografie che abbiamo potuto visionare, l’uniforme più atipica e perciò interessante è quella da servizi armati o ‘di marcia’, nell’inverno del 1941.
E’ raro, infatti, vedere un carrista senza giubbetto di pelle e casco, ma col maglione ed il 91 a tracolla, un fatto contingente legato solo a quel tale reparto che, privo ormai di mezzi, dovette adattarsi al duro servizio quotidiano della fanteria.
Non è un’uniforme adatta al clima, essendo composta semplicemente da una bustina, giacca, pantaloni portati con i gambali di diritto e scarponcini.
L’equipaggiamento consiste in tutto nella bandoliera per i caricatori del 91 ed in una borsa tattica o tascapane, come si vede nulla di comparabile con i ‘colleghi’ tedeschi o con i sovietici che c’erano di fronte.
Tornando al lato uniformologico, partiamo dal copricapo come al solito.
Il più diffuso, una volta smontati dai carri, era il ‘berretto a busta’ (Particolare 1) da cui il nome di ‘bustina’.

Gruppo San Giorgio - Uniforme © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

Nel periodo di guerra era il modello 1935, semplificato dall’ottobre del 1940, per economia, nella visiera mobile anteriore, con parti laterali in teoria abbassabili per fare da paraorecchie ma in genere tenute chiuse dai loro due bottoncini grigioverde, sulla cupola.
Confezionata in panno non troppo fino, essa portava anteriormente il fregio della specialità, in rayon nero su sfondo grigioverde, fissato direttamente alla visiera (1 A).
Esso derivava da quello del Reggimento Guide, in pratica una cornetta con cordoni e fiocchi sormontata dalla corona reale.
La giubba modello 40 (2) era già nata nel ruvido panno da truppa, senza neanche più il bavero azzurro con ‘fiamme’ a due punte bianche, paramani dritti, bottoni ‘di frutto’ ovvero materiale autarchico verde scuro, semplice cinturino nello stesso panno, senza fibbia, regolabile con due bottoni.
Vi comparivano le mostrine accorciate al colletto e non più lo scudetto divisionale sulla manica sinistra.
La camicia era in flanella grigioverde, con rozza cravatta, ma quando si poteva vi era sovrapposto un ‘farsetto a maglia’ in pratica un maglione, od un maglione mandato da casa.
I pantaloni (3) erano ancora quelli per armi a cavallo, semplificati nel 1940 ma in panno migliore di quello della giubba, con due tasche ai fianchi e due posteriori, portati coi gambali (4) in dotazione, in cuoio nero, in due parti unite da strisce con fibbia e scarponcini modello 39 in cuoio annerito.
La bandoliera (5) era quella a due tasche, da cavalleria, in cuoio grigioverde chiaro, essa passava sempre sotto la controspallina sinistra e mediante un’apposita linguetta in cuoio, veniva fissata al bottone della giubba.
Alla sua estremità, tramite un aggancio metallico, vi poteva essere appesa la fondina in cuoio grigioverde per la pistola Beretta d’ordinanza (6), l’arma principale restava il classico moschetto da cavalleria modello 91 (7).
Il tascapane (8) era in tela di canapa grigia, con lati rinforzati in alto e tre passanti applicati posteriormente, chiudibile con due strisce di cuoio grigioverde e dotato di tracolla in tela, con fibbia.

Gruppo San Giorgio © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge
- Una delle ultime foto, scattata a Porte (To) mostra una uniforme di bassa qualità, tipica del periodo (febbraio 1943) col nastro della decorazione tedesca di cui alla precedente – chiamata sarcasticamente dai veterani tedeschi ‘Ordine della carne congelata’ -

Il figurino
Da tempo, la passione per i figurini ci porta anche a tentare delle facili trasformazioni, che però senza spunto resterebbero lettera morta o nel classico ‘quando lo farò io, quel figurino, vedrete!’; in questo caso, avendo una buona riserva di figurini a soggetto italiano e la fortuna di visionare fotografie originali, l’ispirazione è stata fulminante, per tentare una elaborazione ed avere un pezzo unico, qualcosa di personale più del solito.

Gruppo San Giorgio - Figurino © Andrea & Antonio Tallillo

Dopo un’accurata osservazione, per avere una trasposizione in scala di un soldato del San Giorgio si è rivelato sufficiente il vecchio figurino del carabiniere della Hornet, già in perfetta posa da sentinella, non restava che sostituirgli le gambe con quelle di un cavalleggere (in pratica il pezzo CriEL n. S059) e la testa con una, dotata di bustina italiana, sempre della Hornet.
Con una laboriosa operazione ‘chirurgica’ s’inizia col levare la testa del carabiniere, preparando con l’aiuto di fresette montate su trapanino l’alloggiamento di quella nuova.
Inizieremo poi a togliere le cinghie che non ci interessano con un bisturi, levando pure le giberne e modificando la cinghia dei pantaloni.
L’aiuto delle solite fresette ci servirà a rendere invisibile il lavoro …per nostra fortuna la qualità della resina del kit Hornet è ottima, si procede bene perché non ci sono nè ritiri, nè bolle d’aria.
La fase seguente è segare i pantaloni e le gambe dal kit Criel, e levare le gambe dal kit Hornet, interventi da farsi con un seghetto e… tanta pazienza e calma.
Poi basta fresare un po’ il tronco del kit Hornet in modo che la giubba risulti leggermente sovrapposta ai pantaloni e non semplicemente incollata.
Controlliamo le proporzioni con altri figurini e, dopo alcune prove a secco, si potranno già incollare, usando ovviamente cianoacrilato, le gambe al tronco, aiutandoci con dei perni, cioè degli spilli metallici che faranno da efficace irrobustimento.
Inseriremo anche la testa Hornet, tenendola leggermente inclinata verso sinistra, per movimentare il pezzo evitando lo ‘effetto monumento’.
Le braccia andranno inserite dopo, perché le buffetterie sono da realizzarsi ex-novo, si tratta della bandoliera a due tasche, che era portata diagonalmente, attorno al torso. In pratica, essa è ottenibile da un sottile lamierino di piombo ritagliato ad hoc, sul quale sono incollate giberne provenienti dalla riserva di pezzi (sono comunque di un vecchio figurino CriEL) raccordate con un po di stucco Tamiya miscelato con colla cianoacrilica, in modo che sembrino parte integrante e non solo appoggiate al lamierino.
Se necessario, lavoriamo di carta vetrata e poi con le fresette diamantate. Prima di aggiungere la bandoliera pronta, con una fresetta diamantata si è trattato un po’ tutta la superficie del figurino e con uno spazzolino da denti a setole dure leviamo i residui dal pezzo.
Dopo un lavaggio con alcool stendiamo un bel grigio chiaro a smalto, con una diluzione elevata.
Il lavoro accurato fatto prima con le fresette non sarà vano, perché il grigio come base di fondo aggrapperà maggiormente e, sulla leggera ruvidità della resina trattata darà un’idea realistica del panno grigioverde. Dopo qualche giorno, quando il primer sarà perfettamente asciutto, si passa al grigio-verde dell’uniforme.
Essendo questa senza stacchi, usando un solo colore si correrebbe il rischio, data anche la scala, di ottenere un figurino all’apparenza poco interessante, con una monotona finitura in un colore come il verde scuro che già non è dei più incoraggianti.
Non resta che ottenere di volta in volta piccole variazioni di tonalità, aggiungendo al buon vecchio e sperimentato Humbrol 30 una punta di grigio per schiarirlo e diversificare cosi’ la giacca dai pantaloni. Per la bustina, invece, nulla di meglio che applicare il colore cosi’ com’è.
Per le buffetterie va ancora bene il vecchio verde Humbrol 31, appena un po’ scurito.

Gruppo San Giorgio - Figurino © Andrea & Antonio Tallillo

Per quanto riguarda il viso, più che dilungarsi sui misteri di luci ed ombre, si è rivelato sufficiente usare una miscela di rosa, giallo e marrone di base, schiarendo poi solo la zona delle orbite, il mento, il naso e le orecchi. Una leggera lumeggiatura con acquerelli ed il figurino è pronto, il fregio nero sulla bustina è tratto dal foglio decals della Model Victoria, specifico per gli elmetti ma buono pure per i copricapi.
La semplice basetta circolare è stata preparata con del bicarbonato, applicato a più strati, per riprodurre la neve. Con dei colori ad olio – grigio e giallo – si è un po’ sporcata la neve che specie nei punti di passaggio non restava mai troppo bianca.

 

Andrea & Antonio Tallillo
© 2010
[Gallery]

 

Ringraziamenti
Gli autori e lo staff del GMT ringraziano, oltre ai componenti della famiglia Vaccari, anche gli amici Pisani Stefano e Di Giusto Stefano.

 

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