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Fante di marina sovietico, 7a Bta navale - Andrea Tallillo

Monte Sapun, maggio 1944

Fante di marina sovietica

La penisola di Crimea, ancora nel 1944, costituiva per la Wehrmacht una posizione strategica e politica importante, ma l’arrivo dei reparti sovietici nella regione di Odessa e vicino all’estuario del Dnepr ne rese più difficile il rifornimento e la difesa.
I reparti tedeschi continuavano comunque a trincerarsi in una decina di fasce difensive.
La 17 a armata tedesca agli inizi dell’aprile 1944 contava 5 divisioni tedesche e 7 romene, complessivamente 195.000 uomini, con oltre 200 corazzati e circa 3.600 cannoni e mortai.
La Crimea sarebbe stata attaccata dal 4° Fronte Ucraino, in tutto 30 divisioni e 26 brigate di fanteria, in tutto circa 470.000 soldati con 559 corazzati e 5.982 fra cannoni e mortai.
Il suo attacco principale fu sferrato dalla testa di ponte sulla riva meridionale del Sivasc con le forze 51 a Armata e del 19° Corpo corazzato, sulla direttrice Simferopoli / Sebastopoli, quello secondario (2 a Armata Guardia) fu vibrato sull’istmo di Perekop.
L’Armata autonoma costiera doveva attaccare col grosso delle forze sulla direttrice Sebastopoli e con una parte delle sue unità aveva il compito d’avanzare lungo la costa meridionale.
Già il 12, in tutta la Crimea cominciava il ripiegamento dei reparti tedeschi verso Sebastopoli, il 13 cadde Simferopoli ed il 15 le avanguardie sovietiche raggiungevano la linea difensiva di Sebastopoli, mentre l’Armata Autonoma costiera vi si avvicinava da est.
I difensori, ancora 72.000 uomini con 1.500 cannoni e 5.000 mitragliatrici, allestirono sulle vie d’accesso alla città quattro linee difensive, scaglionate in profondità e ben presidiate, la prima linea correva, con decine di fortini e casematte, lungo una catena d’alture disposte ad anfiteatro a 6 km dalla città, con particolare importanza per i monti Mekenzievi ed il Sapun, una ripida sagoma scura di soli 150 piedi, chiave di volta per la città.

L’attacco principale fu sferrato dal 7 maggio proprio nel settore del Monte Sapun, in direzione delle banchine della città per impedirne l’evacuazione da parte tedesca.
Dopo un bombardamento d’artiglieria di un’ora e mezza da parte di 250 cannoni per chilometro, si accesero accaniti combattimenti nella Valle dell’Oro.
I difensori tedeschi si batterono furiosamente, ma non riuscirono ad arrestare l’impeto dei reparti sovietici e già verso sera venivano cacciati dalle ultime trincee.
L’assalto al monte fu una bella pagine di valore anche per i marinai sovietici, Sebastopoli veniva conquistata alle 19 di due giorni dopo.

Per molte ragioni, la marina sovietica non potè avere lo stesso potenziamento dell’Armata Rossa dal 1943, in seguito alle perdite, alla scarsità di carburante ed altre limitazioni tecniche, le navi non poterono aiutare molto lo sforzo bellico, se non in particolari e ristretti teatri operativi. Diversi equipaggi, tuttavia, furono impiegati a terra costituendo dei distaccamenti da sbarco, in pratica dei ‘marines’ che se all’inizio (ottobre 1941) non erano molto addestrati al combattimento a terra divennero entro il 1944 veterani, segnalatisi in decine di scontri.
Quasi 350.000 marinai furono inquadrati in 6 Reggimenti autonomi - di due battaglioni e 1.200 uomini in tutto, o più sovente in Brigate – ne verranno costituite una quarantina entro la fine della guerra - di più battaglioni.

L’uniforme
Nelle battaglie a terra cui presero sempre più parte i marinai portavano ormai sempre più le uniformi dell’esercito, ma per non rinunciare alla loro identità usavano sia berretti propri che le tipiche magliette di cotone, bianche a righe orizzontali azzurre, lasciate bene in vista.
Sopra alla maglietta si portava quel particolare tipo di giubbetto e pantaloni imbottiti, color kaki o kaki giallastro chiaro, cimato popolarmente telogreika – alla lettera scalda-corpo – entrato in uso già prima dell’inverno del 1941.
Il giubbotto era in tessuto imbottito con cotone, lana ed ovatta cuciti a strisce che davano un caratteristico aspetto a trapunta e veniva chiuso sulla destra con 3 strisce e bottoni, sostituiti a volte con una specie di alamari in legno (Part 1 della tavola).

Fante di marina sovietica © Andrea & Antonio Tallillo - Click to enlarge

Se usate, le controspalline (14 x 6 cm) erano quelle dell’esercito, reintrodotte dal febbraio 1943; la versione campale di esse (2) era in tessuto kaki-oliva, con bordi nel colore dell’arma e bottoni a volte
ridipinti con vernice, alcune volte vi apparivano delle ancora metalliche gialle.
I pantaloni tante volte erano in tela, foderata come il giubbotto, oppure erano quelli della divisa da fatica della marina, in lino grezzo.
I copricapo potevano essere sia l’elmetto modello 41 che la bustina (pilotka) dell’esercito, ma il più frequentemente usato era il classico berretto da marinaio (3).
Esso era in tessuto blu molto scuro, con bordini bianchi (A) e stella rossa anteriore (B).
Su di una fascia nera (4) era presente la scritta in oro relativa alla flotta od al nome di una nave, completavano il berretto i classici nastrini neri. Questi, nel caso l’unità fosse stata ridenominata ‘della Guardia’ si diversificavano, accanto a quello nero con ancoretta dorata se ne portava uno arancione con righe nere (5).
Il cinturone poteva essere quello dell’esercito (6), abbastanza semplice, con fibbia integrale, che con l’andare del tempo apparve anche in versioni economiche, in tessuto rinforzato con cuoio.
Ma era anche conservato quello della marina, in cuoio nero con placca in ottone dorato (7).
Il portacaricatore singolo per mitra (8) era un semplice scomparto circolare, in tela di canapa khaki, con o senza cinghietta e con un passante centrale o due disposti più in alto.
Al fianco destro del cinturone era appeso un badiletto (9), con un fodero che racchiudeva tutta la lama (A) od in versione più corta, con un cinturino di tela laterale a tenerlo fermo (A).
La borraccia (10) era ovale, la sua copertura era in tela khaki chiusa da una cinghietta verticale e da un bottone sulla parte esterna.
Le unità di fanteria di marina, a parte qualche fucile semiautomatico, erano in gran parte armate con il mitra.
Il robusto PPsh era un esempio di praticità meccanica ed affidabilità, pur pesante e con caricatore non razionale, poteva durare a lungo anche senza pulizia o lubrificazione, perciò molto adatto alle condizioni del fronte orientale

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Il figurino
Proveniente dalla ricca gamma dei Berruto, il figurino 6037 risale al 1996 ed è un buon risultato di scultura del famoso Konnov.
Però è stato stampato ancora in una lega con buona presenza di piombo, materiale ormai desueto perché giustamente ritenuto ‘pesante’ (anche per la salute).
Ciò implica dover togliere con una fresa diamantata molte bavette e segni di stampo.
Poi allo stesso modo, si passano le superfici preparandole alla successiva verniciatura eliminando la generica porosità.
Per il resto, il figurino va bene cosi’, colpisce la naturalezza della posa pur essendo il risultato finale inferiore alla media corrente.
Qualche lieve difficoltà c’è stata con il primer grigio, sono necessarie almeno due mani perché il piombo sottostante traspariva ancora in alcuni punti. Una volta che sarà asciugato perfettamente, ho usato pochi smalti per le miscele relative a giubba e pantaloni – khaki per la prima ed un khaki più chiaro per i secondi, con stivali neri ed una velatura di acrilici.
Non avendoli mai usati prima, si deve dire che i pregiudizi contro il loro uso non hanno modo d’essere, purchè si usino colori di marca e non scadenti.

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Il lavoro maggiore è stato evidenziare con la pittura ombre e forme per dare corpo al pezzo e rimediare ad alcune pecche della scultura.
Per il volto, partiamo da un ocra ottenuto con Terra di Siena bruciata, marrone dorato, giallo chiaro, con esso copriremo tutte la parti visibili della pelle.
Questo sarà il tono medio di base, da schiarire all’occorrenza con piccole dosi di bianco.
E’ molto importante che il colore non sia denso, ma abbastanza fluido, per non formare un vero e proprio strato.
Il terreno, data l’ambientazione del figurino, è ovvio comporti almeno una roccia, ricavata da un pezzo di sughero da presepio trattato in modo da aumentarne il realismo e verniciato con una serie di grigi e bianchi a smalto.
La roccia cosi’ ottenuta è stata unita con un perno – costituito da una piccola vite – alla basetta e tutto attorno dopo aver steso la miscela di base è stata aggiunta l’erba, con alcuni sassi inseriti qua e la nella miscela ancora non asciutta.
Per finire, un ramo sporgente ed un cespuglio, tutto qua.

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Bibliografia :
- Naval and Marine Badges and Insignia of WW 2 – Blandford Colour Series 1980
- Uniformi delle marine e delle aviazioni nella seconda guerra mondiale – Edizioni Paoline 1981
- Le forze armate della Seconda Guerra Mondiale – Istituto Geografico De Agostini Novara 1982
- The Red Army of the Great Patriotic War 1941-5 – Osprey men at Arms n. 216 – Osprey Publishing 1989

 

Andrea & Antonio Tallillo
© 2010
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