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I vini delle Montagne olimpiche

Vini singolari per le Olimpiadi invernali

La particolare conformazione morfologica della Valle di Susa ne ha fatto luogo naturalmente vocato per la viticoltura.

Grazie infatti alla sua esposizione est/ovest ed al clima mediterraneo caratterizzato da periodi estivi poco piovosi e ventilati, sono favorite le coltivazioni quali la “vitis vinifera” che gode dell’esposizione dei versanti esposti a sud ; non a caso essa risulta essere presente già in epoca celtica. Durante la presenza dell’Impero romano si registra la prima importante evoluzione della coltivazione della vite che vede apparire i classici terrazzamenti ed i sostegni per le piante in legno o pietra ( le cave presenti in bassa Valle sono ancora ben visibili) anche se il “vino “ prodotto in quell’epoca ha ben poco a che vedere con i vini DOC valsusini – era infatti una bevanda fermentata a base di uva passa , miele e malto ( non osiamo pensare al suo gusto! )

Nel XV° secolo comincia il periodo di sfruttamento ed espansione della viticoltura dapprima attraverso l’azione della Prevostura di Oulx ed in seguito con il passaggio delle proprietà ecclesiastiche a famiglie borghesi del luogo che adottarono il sistema di coltivazione a mezzadria degli appezzamenti.. Fin verso il 1800 la vite ebbe sorti alterne, tanto che un primo studio ampeliografico dei vitigni fu effettuato solo dopo la prima metà del secolo. La storia più vicina racconta che verso la fine dello stesso la zona venne colpita – seppur in ritardo rispetto alle vallate francesi – dalla temutissima filossera, un insetto che colpendo le radici della pianta ne causò il decadimento e la morte.

Unico rimedio fu l’impianto degli innesti della vite autoctona su portainnesti di vite americana: ciò significò un periodo di 3-4 anni durante i quali la produzione risultò azzerata. Una parabola discendente che toccò il culmine con il progressivo abbandono della fascia alpina dovuto alla crescente industrializzazione della pianura torinese con conseguenze facilmente immaginabili (solo qualche anno fa si parlava ancora di desertificazione delle borgate valligiane).

Questo trend si è però interrotto ed ora si può affermare che l’agricoltura montana è viva, a garanzia di continuità della tradizione ed a tutela della tipicità dei prodotti.

Oggi i vitigni autoctoni più rappresentativi sono Avanà e Becuét che producono uve rosse e formano la base dei vini che si possono fregiare della denominazione “Vino Valsusa D.O.C.” . Naturalmente non sono i soli presenti in Valle: possiamo facilmente imbatterci in cultivar di uve bianche quali Baratuciat, Bian ver e Chasselas che rivestono al momento un ruolo minore nel panorama vitivinicolo locale ma che sicuramente saranno protagoniste in un prossimo futuro.

E’ solo visitando personalmente le vigne che si affacciano sui ripidi pendii che ci si rende conto di quanto sia difficile e faticoso questo tipo di coltivazione. L’estrema pendenza del suolo esclude infatti ogni intervento meccanico: tutto il ciclo vegetativo della pianta è seguito esclusivamente dall’uomo. Questa è la vera “ viticoltura eroica “ che accomuna i vignaioli valsusini a quelli delle Cinque Terre: persone che con incredibile tenacia e passione trasformano la fatica in vini di alta qualità e insospettabile personalità.

Visitando una delle realtà aziendali facenti parte del “ CONSORZIO PER LA TUTELA E VALORIZZAZIONE VINI D.O.C. VALSUSA” conosciamo meglio questo mondo. I terreni adibiti alla coltivazione dei vitigni DOC – spiega la Sig.ra Sereno, titolare della cantina Martina di Giaglione – sono gli stessi che i nostri vecchi curavano per la produzione di uva da tavola e di vino destinato al consumo locale.

Si tratta di vini decisamente singolari. Hanno oramai perduto le caratteristiche di spigolosità tipica dei vini di montagna e si prestano alla vinificazione “ in purezza” così come a divenire base di vini che si fregiano della D.O.C. Valsusa se miscelati con uve Barbera piuttosto che Dolcetto.

Avanà e Becuét hanno una resa per ettaro che – vista la particolarità del ciclo vite / vino – risulta essere bassa rispetto ad altre denominazioni DOC, basti pensare che l’annata 2004 ha visto un rapporto di 80 q.li di uva raccolti per 10.000 mq di vitigno.

D’altro canto a fronte di un risultato quantitativo basso si ottiene un alto coefficiente di qualità, a conferma della massima “ poco ma buono” così spesso disattesa .

Qualità che è stata raggiunta anche grazie alla realizzazione di locali di vinificazione e cantine moderne ed a norma CEE che permettono di ottenere un vino a qualità costante.

I numeri confermano tutto ciò: si è infatti passati dai 65 ettolitri prodotti nel 1997 ai 136 del 2003, mentre le Aziende consorziate sono passate da 5 a 12 con una superficie coltivata che ha visto un ampliamento da 2,000 ha sino a 8,000 ha con evidenti margini di miglioramento.

Fonte: Enrico Bricarello

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