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Mangial’arte

Rassegna d’arte contemporanea

“Mangial’arte” è la rassegna d’arte contemporanea che si svolgerà a Palazzo Moncada, dal 2 al 5 novembre, nel contesto della manifestazione enogastronomica “Centosapori della nostra terra”.

A sviscerare la relazione tra “Arte e Gusto” i pittori Calogero Barba, Lillo Giuliana, Michele Lambo, Giuseppina Riggi, Salvatore Salamone e Franco Spena, tutti appartenenti alla Scuola di Caltanissetta.

Un rapporto, quello tra arte e gusto, che ha visto esperienze varie dai Futuristi ad alcuni eventi di arte sinestetica degli ultimi anni e che si dimostra sempre molto stimolante per le insolite relazioni di senso che nell’opera vengono a crearsi. L’opera in questo caso attraverso il coinvolgimento di sensorialità si pone al centro di seduzioni allusive e nello stesso tempo di sollecitazioni visive che richiamano il cibo o essa stessa, come avviene in molti casi, diviene cibo da mangiare. “L’arte, come il gusto, procede per analogie. – sostiene Salvatore Salamone, uno degli artisti della rassegna - Entrambe spesso non posseggono le parole per essere dette. Il gusto non possiede un codice capace di esprimere appieno il presentarsi di un sapore, come l’arte per essere descritta prende a prestito da altre esperienze linguistiche le parole atte a costruire il proprio linguaggio, procedendo spesso per metafore, analogie, figure che esprimono ciò che è possibile dire”.

In “Mangial’arte” non solo può avvertirsi l’inquieta provvisorietà di un’arte commestibile, ma anche la presenza di opere che alludono al gusto, alla bocca che è la sede privilegiata della parola.

Un rapporto quanto mai intrigante quando a proporlo sono artisti che praticano la parola scritta, la parola che in forma di immagine e di materia si propone come scrittura visuale che, andando al di là del testo, fa del significato e del significante un unicum che si offre come produttore di senso.

Gli artisti della rassegna utilizzano la parola che, talvolta in forma allusiva, dirotta e stravolge il modo di presentarsi divenendo parte di un discorso illeggibile, caricandosi di significati possibili che vanno al di là della rappresentazione; la parola composta da lettere-segni-gesti diviene essa stessa materia, magma, struttura portante degli equilibri che la fanno leggere al di là del dinamico rapporto tra significato e significante; la parola che sborda dal suo tracciato letterario offrendosi ad altri “inchiostri”, per contaminare o farsi contaminare dai linguaggi di altre esperienze comunicative, come quelle della pittura, della scultura, del digitale, della manipolazione che la plasma e la porge ad altre dimensioni concettuali e di forma.

Calogero Barba con l’opera “Pane quotidiano” pratica la pittura come riflessione, proponendo se stesso nell’atto di mangiare un filoncino di pane. Il pane diviene insieme con le parole che affiorano tra il colore, quasi il segno capace di ritualizzare il quotidiano, ma anche segno-materia-colore per costruire strumenti che lo mettono ulteriormente in relazione col corpo.

Lillo Giuliana, con l’opera “L’albero della cuccagna” rappresenta un grande triangolo che allude alla lettera ‘A’, un ipotetico albero della cuccagna alla base del quale sistema lettere di legno, quasi a sottolineare il carattere ludico dell’opera. Monete di cioccolata si aggiungono al discorso spostando il significato sui versanti di un immaginario che prende avvio da una forma di realtà come tradizione.

Michele Lambo con l’opera “Cibo per la mente” partendo dalla ricerca sulla scrittura coglie l’opportunità di creare un rapporto tra il cibo e la mente. Invertendo l’assioma “Mens sana in corpore sano” nell’accezione “Corpus sano e mente sana”, in un’installazione nella quale il libro, i caratteri tipografici e vari tipi di pasta vengono a costituire un alimento della mente che si caratterizza come elemento costitutivo della salute del corpo.

Giuseppina Riggi propone, con l’opera “Sensuali Meringhe”, passi del suo indagare sui rapporti tra segno e corpo. Installa macro segni materici, meringhe come dolci-sculture, che si offrono geometricamente alle dimensioni dello spazio creando un ambiguo rapporto tra i materiali. Utilizzando il bianco e il celeste, sistema, ai lati dell’installazione, meringhe vere e di gesso dentro vassoi poggiati su alcuni piedistalli da scultura.

Salvatore Salamone, con l’opera intitolata “Macina”, continua la sua ricerca sui segni primari della vita dell’uomo nel suo rapporto con la terra, la pietra, la parola, proponendo la sua scrittura con rametti di ulivo inglobati in tavolette d’argilla cruda, le ciotole contenenti semi di farro, avena e grano o il macinello primitivo che trasforma il frumento in segni leggeri, farina che sarà pane e “Parola”.

Franco Spena nella sua opera “Il sorriso” installa una sedia d’artista realizzata con i materiali tratti dalle fascette di plastica di alcune bibite e un tavolinetto che sorregge un vassoio di gelati di cartapesta mantecati con frammenti di lattine di bibita e un cocktail di lettere di terracotta. Presenta anche una versione del suo “Il pane dell’Arte” con la parola “Arte” scritta appunto con il pane che diviene cibo da mangiare.