
Niente più code sulle stradine o parcheggi selvaggi a caccia del fresco sopra i 2.500 mt.
Almeno di domenica l’auto si lascia nelle apposite aree, armandosi di pedule e zaini, per meritarsi il pranzo al sacco o la polenta ceresolina proposta da trattorie e rifugi..
E per chi non voglia (o non possa) usare le gambe l’ente Parco (in collaborazione con GTT) mette a disposizione un servizio di navette.
Il gioiello del Parco del Gran Paradiso si raggiunge solo in estate a piedi in 3 ore circa dalla Valle d’Aosta (Valsavarenche) e dal Piemonte attraverso una strada che si inerpica per 6 Km da Ceresole Reale. Una strada che nelle domeniche estive viene percorsa solo da a piedi, in bici o su una navetta per far riscoprire a tutti la bellezza di questo delicato habitat, fra laghetti e torbiere.
Intorno al 1859 la Valle Orco visse un momento di grande visibilità grazie alle “incursioni” di Vittorio Emanuele II, il “Re cacciatore” al quale il Comune di Ceresole aveva ceduto il diritto di caccia su camosci e stambecchi, ottenendo in cambio il titolo onorifico “Reale”. Per lo stesso motivo fra fine ‘800 e inizio ‘900, Ceresole visse una stagione di turismo di elite, di moda fra la borghesia torinese, legata alla presenza dei Savoia e alla fonte di acque minerali allora molto conosciuta e apprezzata. Segni di quell’epoca sono le architetture di pregio di alcune ville.e soprattutto del Grand Hotel aperto nel 1888.
Al seguito dell’aristocrazia piemontese che orbitava intorno alla famiglia reale, numerosi artisti e poeti dell’epoca soggiornarono nell’elegante Grand Hotel.
Fra questi Guido Gozzano e Giosuè Carducci che proprio qui -come ricorda una lapide- nel 1890, al cospetto delle cime del gruppo delle Lavanne, (le “dentate scintillanti vette”!!), compose l’ode “Piemonte”. Dopo un lungo periodo di chiusura e recenti restauri quest’anno (il 6 Luglio) il Grand Hotel riaprirà al pubblico ospitando anche una mostra permanente dedicata all’animale simbolo del Parco: lo Stambecco.
Dal Re Cacciatore alla prima Aera Naturale Protetta d’Italia
Re Vittorio si recava nella riserva del Gran Paradiso di solito nel mese di agosto e vi si fermava da una a quattro settimane. I giornali e le pubblicazioni dell’epoca esaltano il carattere bonario del re, che conversa e discute con grande affabilità, in lingua piemontese, con la popolazione locale e lo descrivono come un baldo cavaliere ed un fucile infallibile. In realtà le campagne di caccia erano organizzate in modo che il re potesse fare il tiro a segno sulle prede stando comodamente ad aspettare in una delle poste di avvistamento costruite lungo i sentieri.
Il seguito del re era composto da circa 250 uomini, ingaggiati tra gli abitanti delle valli, che svolgevano le mansioni di battitori e portatori. Per quest’ultimi la caccia cominciava già nella notte. Si recavano nei luoghi frequentati dalla selvaggina, formavano un enorme cerchio attorno agli animali e poi con urla e spari li spaventavano in modo da spingerli verso la conca dove il re era in attesa dietro una vedetta semicircolare di pietre. Soltanto il sovrano poteva sparare agli ungulati; alle sue spalle stava il “grand veneur” che aveva l’ordine di dare il colpo di grazia agli esemplari feriti o sfuggiti al tiro del re. Oggetto della caccia erano i maschi di stambecco e camoscio adulti. Ne venivano abbattuti diverse decine al giorno. Nonostante queste annuali carneficine, la scelta di risparmiare le femmine ed i cuccioli favorì l’aumento del numero degli ungulati e le cacce reali divennero di anno in anno più abbondanti. Il giorno dopo la caccia il re ed il suo seguito si trasferivano alla successiva casa di caccia, la domenica era di riposo per i battitori e dai paesi qualche prete saliva a celebrare la messa all’aperto. Il percorso maggiormente battuto dal re partiva da Champorcher, valicava l’omonima finestra (2828 m.), scendeva a Cogne, raggiungeva Valsavarenche passando dal Colle Lauson (3296 m.), saliva al Colle del Nivolet (2612 m.) e da qui si inoltrava nel territorio piemontese passando sopra Ceresole Reale per poi scendere fino al paese di Noasca (1058 m.) lungo il vallone di ciamosseretto (come dice il nome ricchissimo di camosci). Le case di caccia maggiormente utilizzate furono quelle di Dondena (2186 m.), del Lauson (2584 m., oggi rifugio Vittorio Sella), di Orvieille e del Gran Piano di Noasca (anche quest’ultima recentemente recuperata come rifugio). Anche i successori di Re Vittorio, Umberto I e Vittorio Emanuele III, intrapresero lunghe campagne venatorie nella riserva, l’ultima delle quali risale al 1913. Vittorio Emanuele III, più colto e meno affabile con i valligiani del nonno, cambiò orientamento e decise, nel 1919, di cedere allo Stato i territori del Gran Paradiso. Nacque così il Parco Nazionale.

Piera Genta








