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Immigrazione, la roccia della nostra cultura

di Sabatino Annecchiarico

Varese - «L’immigrazione nella nostra isola è la roccia della nostra cultura» lo sostiene la trentenne Nilda Guerra Hanson, coreografa e regista del balletto folcloristico di Cuba, una compagnia di ballo formata da artisti provenienti dalla scuola nazionale delle arti dell’Avana, che sta per concludere una lunga tournee di tre mesi in Italia.

La giovane Guerra Hanson ha accettato subito e con molto entusiasmo di concedere un’intervista prima dell’inizio dello spettacolo presso il teatro di Varese lo scorso 9 marzo, invitando ad intervenire, in una sorte di conversazione allargata, due ballerini del gruppo composto da 24 tra danzatrici e musicisti, Darwin Matute di 29 anni e Yordan Mayebo di 24, oltre il direttore dell’orchestra, Rolando Ferrer Rosado.

«Lo spettacolo che offriamo al pubblico», interviene Darwin Matute, «propone un percorso storico che include musica, canto e ballo che arrivarono dall’Africa con gli schiavi, soprattutto i Yoruba e dalla Spagna sin dal XVI secolo. Un percorso culturale che gli immigrati dell’epoca crearono gettando le basi di quello che oggi si conosce come folclore cubano». Infatti, lo spettacolo che si sviluppa in due tempi di un’ora ognuno, propone nel primo atto, in un intercalare di ritmi senza pausa, la fusione delle due culture immigrate nell’isola caraibica, quella dei primi coloni spagnoli con gli schiavi al seguito e quella creola, in un susseguirsi di scene di ballo, partendo dal flamenco suonato al ritmo dei tamburi dell’Africa nera e danzata dai nativi dell´isola, dimostrando che «questo folclore ha una tradizione più antica di noi cubani» come sintetizza Yordan Mayebo.

Il secondo atto, invece, parte dagli albori dell‘800, quando la danza importata dagli spagnoli, il minuetto, il bolero, la contraddanza, assieme i loro strumenti musicali, quale la chitarra e il liuto, era reinterpretata da una popolazione dotata di uno strepitoso senso della musica ereditato degli avi africani, che con l´utilizzo di bongo, marimbula, güiró, flauto de garrocha, diede vita al Son cubano, al danzón, conga, mozambique, rumba, guajira, cucaracha, mambo, cha cha cha, tra i più noti ritmi cubani che caratterizzano questo popolo musicale per eccellenza.

Proprio nella particolarità di questi ritmi, Nilda Guerra, che abbina alle proprie parole un movimento ondeggiante del suo corpo, compara l’andamento della donna cubana al suono del tamburo, «la donna cubana ha una camminata peculiare, osservandola si capisce subito che si muove al suono danzante dei tamburi, ritmico e unico» cosa che conferma che la percussione è l’essenza stessa del loro ritmo.

«La “cubanidad” è la sintesi di tutto questo processo culturale che nei secoli si è formato e poi valorizzato in quanto tale come arte nativa» aggiunge Rolando Ferre Rosada «e questa fusione, che convive nello spirito dei cubani con massima naturalità, è avvenuta nello stesso modo con tutte le religioni che appartenevano agli immigrati e che oggi appartengono, meglio dire sono fatte proprie, dal popolo cubano».

«Nella seconda metà del XIX secolo», riprende Nilda, «gli spagnoli proibirono l’utilizzo dei tamburi che gli schiavi e i loro discendenti suonavano per onorare le loro cerimonie religiose». Infatti, gli africani suonavano i tamburi anche per nostalgia o per alleggerire le pene inflitte, oltre che per l’uso religioso; durante le loro cerimonie indossavano stoffe coloratissime e invocavano Yemayá, vestita di blu come il mare con le sue onde e di colore bianco come la schiuma. Orisha dolce e severa, come è il mare nelle fasi tra calma e tempesta.

La proibizione dell’impiego dei tamburi non fece smettere di suonare quel coinvolgente ritmo né di professare i loro Orishas. Cominciarono a suonare le casse di legno utilizzate per contenere il pesce nel porto (da dove nacque la rumba de cajón che si distingue dalla rumba suonata con tamburi) e poi sincretizzarono la Orisha Yemayá con la Vergine cattolica del Regla. In questo modo continuarono a professare i loro Orishas giustificati dalla presenza delle divinità cattoliche. «Ancora oggi», sottolinea Rolando, «è normale vedere un cubano con la sua compagna, frequentare al mattino la chiesa cattolica e per la sera ritrovarsi magari nelle vicinanze della spiaggia al ritmo dei tamburi o al suono del cajón, invocare Oshún per l’amore e Xangó per danzare.

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