Questo sito contribuisce alla audience di

"La felicità? Vivere tra due mondi"

di Qifeng Zhu

Marco Wong nel suo ufficio a Roma.Tra i cinesi, Marco è un’eccezione. I cinesi che vivono in Italia, si sa, sono propensi più per il commercio che per l’elevazione sociale attraverso lo studio. Sono ancora pochi quelli laureati. Si preferisce di più lavorare: chi costretto dai genitori, chi dalle avversità della vita. Marco è account director della “Huawei Technoligies Italia”, ramo italiano di un’azienda cinese che produce apparecchiature per le telecomunicazioni. E lo è diventato attraverso un lungo percorso partito da Bologna, nel 13 giugno 1963, data della sua nascita.

Il suo nome completo è Marco Wong ed è figlio di immigrati cinesi. E’ cresciuto a Firenze, parlando solo italiano e quasi inconsapevole di essere cinese. «A casa si era scelto di parlare italiano e per di più il cinese che parlavamo era un dialetto» dice con una calma che ispira mitezza. Era l’unico straniero a scuola, ma questo fatto non lo fece sentire estraneo. «Una volta in gita - racconta - mi fecero una foto che andò a finire in un giornale locale!».

Il fascino delle radici

Ad un certo punto della sua vita, Marco subì il fascino delle sue radici. Voleva imparare il cinese. Prese lezioni e con impegno si dedicò allo studio della lingua delle sue origini. A scuola andava molto bene. «Sentivo come se avessi avuto la responsabilità di rappresentare un’intera nazione. Perciò mi applicavo molto allo studio». Quando raggiunse la maggiore età scelse di diventare cittadino italiano. «Una cosa che non ho cancellato dalla mia memoria è lo sguardo di un funzionario della questura. Mi squadrò da capo a piedi! Mi faceva sentire male il fatto di rinnovare il permesso di soggiorno nel Paese in cui sono nato…».

Il suo percorso di studi lo portò a Milano, dove si iscrisse al Politecnico, indirizzo: ingegneria elettronica. A differenza di molti, non ha avuto problemi nel fare ciò che gli piaceva: lo studio. «Non ho subito pressioni particolari da parte dei genitori. Anche se per un periodo, quando l’attività commerciale dei miei andava un po’ male…ne ho subito un po’». Come quasi tutti i ragazzi stranieri responsabili, contribuiva alla famiglia lavorando. «Davo una mano nel ristorante dei miei nonni. Ed era difficile studiare e lavorare!».

In Cina, a lavorare

Ma i sacrifici e la buona volontà lo premiarono, finalmente, nel giorno stesso in cui si laureò. Subito entrò a lavorare nella Pirelli, dove restò per 4 anni. Poi il suo sogno, quello di andare a lavorare in Cina, si realizzò: venne mandato a Pechino, nell’ufficio rappresentanza della Pirelli dove vi restò dal ’94 al ‘96. Di lì a poco un altro suo sogno si sarebbe realizzato. «A Pechino venni a contatto con la Tim e cominciai a lavorare per questa società telefonica. Mi trasferii a Changchun nel Jilin (una regione nel nord-est cinese) dove fui artefice della realizzazione di una rete telefonica cellulare.»

«Uno fa dei piani, però è la vita che decide per te» dice saggiamente Marco, con la sua barba che sa si sapienza. Barba che ha una sua storia e l’anedotto ce lo racconta lui:«In Cina mi sono lasciato crescere la barba per darmi un aspetto più esotico. Volevo passare per straniero perché se succedeva che non fossi riuscito a capire certe parti di discorsi, quali proverbi o modi di dire, almeno non facevo la figura del cinese stupido! Meglio passare per uno straniero intelligente!»

La vita, poi, lo portò in Perù in una filiale della Tim. «Lì mi sentivo sul serio straniero. E il fatto di essere nato in Italia da genitori cinesi non contava più nulla. Perché ero straniero comunque.». Tuttavia si trovò bene anche lì, perché «non ho una città che preferisco, ovunque io vada mi trovo bene. Sempre la vita, lo riportò in Italia, a Roma. Ad aprire il mercato italiano alla “Huawei” ed a raccontarci la sua storia.

“I dazi? strumentalizzazione politica”

A proposito – gli chiediamo - cosa ne pensa della proposta del governo italiano di mettere i dazi al ‘made in china’? «E’ una strumentalizzazione politica, sarebbe una soluzione semplicistica per cercare di risolvere i problemi grossi dell’economia italiana. Non si può imputare l’affanno di un paese all’industria cinese. Il fatto è che la realtà economica italiana si basa su medie e piccole aziende, non in grado di reggere alla competizione. Paesi come la Germania e la Francia traggono invece dalla Cina grandi benefici.»

Marco ha realizzato i suoi sogni. Il suo lavoro è il risultato di un lungo percorso. Percorso che gli è sempre piaciuto e al quale si è dedicato con dedizione. Come a completare l’opera di perfezione c’è la sua famiglia: è sposato felicemente (ha conosciuto sua moglie proprio durante il periodo di lavoro in Cina) ed ha due bambini. I quali frequentano a Roma la scuola italiana, e assicura lui, «la preferiscono a quella cinese», perché è più “leggera”.

«Noto che anche mio figlio vive un certo disagio: è come se rivivesse ciò che ho vissuto io da piccolo - racconta Marco. - Tuttavia è cosa normale che ogni adolescente abbia i suoi problemi» aggiunge con filosofia, una concezione della vita che gli si legge negli occhi ed è peculiarità di chi è soddisfatto di se stesso .

Link correlati