Intervista a Jadelin Mabiala Gangbo

Autore dei romanzi Verso la Notte Bakonga (Edizioni Portofranco) e Rometta e Giulieo(Feltrinelli Editore) Jadelin Mabiala Gangbo è nato a Brazaville nel 1976 e vive a Bologna.

Che relazione senti di avere con la cosiddetta letteratura della migrazione e quali sentimenti ti suscitano i romanzi africani che stai cominciando a conoscere?

Inizialmente non mi interessava comprenderla, ora invece mi sento molto molto fortunato nel potermi documentare. Innanzitutto la letteratura africana era un mondo che non conoscevo ed è un mondo utilissimo per me, perché mi mette in contatto con una parte della mia storia e poi ovviamente si amplia il mio raggio di conoscenze. La stessa cosa vale per la letteratura migrante, perché da una parte io mi reputo il risultato di una migrazione quindi per forza di cose la mia letteratura è implicita alla migrazione. La realtà è che vorrei approfondire, conoscere.

Nella tua scrittura usi linguaggi diversissimi tra di loro, si sente molto questa tua attenzione ad usare sempre registri linguistici differenti.

La scelta linguistica sta alla base di quello che scrivo, finché non trovo il linguaggio giusto per un racconto o per un romanzo non riesco ad andare avanti. Devo trovare un simulacro da dove poi sviluppo la storia. Per me il linguaggio è come una sorta di veicolo anche se poi il germe o la natura, lo spirito di questo linguaggio è sempre il mio e quindi è lo stesso, assume forme diverse a seconda di ciò che sto scrivendo. In base al significato che voglio dare al testo cerco un linguaggio più adatto con cui raccontarlo.

Il testo più assurdo che ho scritto è stato quello di due ragazzi hip hop che girano per Bologna. Lì per esempio ho usato molto lo slang bolognese sia perché parlavo della città di Bologna, (e lo slang bolognese evoca per forza di cose una città) sia perché volevo parlare della gioventù. Oltretutto dovevo scrivere un racconto molto breve e mi piaceva che anche la descrizione fosse composta da frasi molto brevi, quasi scandite a tempo di tre quarti come nella musica hip hop ed esposte come pillole di ricordi anziché essere una narrazione pura. Dei piccoli racconti nei racconti quasi come non c’entrassero niente. Quello, secondo me, è un linguaggio.

Adesso sto scrivendo una cosa e non ho trovato ancora il linguaggio giusto per raccontarla però vorrei trovare un linguaggio completamente neutro e faccio fatica perché non è nel mio genere. Vorrei eliminare completamente la presenza dell’autore. Per un linguaggio neutro penso alla descrizione, ad un qualcosa che potrebbe scrivere chiunque. È un progetto che ho quasi da un anno e quando mi chiedono dei racconti da scrivere uso quei racconti come canovaccio per il romanzo su cui sto lavorando, i racconti sono essenzialmente dialoghi. Ciò che voglio fare è scrivere una storia fatta tutta di dialoghi, infatti lo sto sperimentando sui racconti. È difficile, perché i dialoghi non sono facili da tenere come ritmo.

Save n'Keep

Bookmark condivisi e privati.

Con Save n' Keep ora è possibile!

Link correlati