ARTE E INDUSTRIA

L'arte "contemporanea" quale sintesi della complessità del vivere "contemporaneo".

Questa può essere una delle tante chiavi di lettura di una industria che sembra incentivare il proprio rapporto con la creatività, un rapporto rinnovato, dopo il lungo periodo di oscuramento degli anni recenti.

Un rapporto quindi, quello tra arte e industria che si stà riproponendo? difficile a dirsi, possiamo solo giudicare i fatti, dettati a quanto sembra, da una rinnovato bisogno di ricerca dell’industria, che dopo essersi rivolta forse insistentemente alla diffusione e al consumo di un prodotto imposto dalle moda, quasi sembra muoversi nella direzione di rinnovare attraverso l’arte parte di una emozione, da legare nuovamente al prodotto venduto.

L’arte daltro canto cerca finanziamenti per sperimentare nuovi linguaggi ed ambiti creativi.

Ed ecco “la ricerca emotiva”, o forse dovremmo parlare dell’appagamento di novità estrose, da parte di nuovi mecenati aziendali del XXI secolo?.
Qui intendo le esperienze dei “casinisti” chiamati da Gualtiero Masini, dirigente del Gruppo Teseco a Pisa, (bonifiche ambientali, valorizzazione di scarti industriali, ripristino di aree industriali) a modellare con il “proprio” all’interno di alcuni capannoni industriali (dove la fabbrica diventa spazio d’arte potremmo dire) ed ancora Alberto Rossini della Ranger Group di Carate Brianza (componenti per auto, parafanghi, cofani)con ospite l’artista francese Cèsar, che fa qui schiacciare e verniciare una serie di carcasse d’auto e trasportare al Palazzo Reale di Milano per una sua retrospettiva.

Questo assurdo porta attenzione all’azienda, crea l’evento di cui tanto sanno le sponsorizzazioni all’americana. Ma l’evento, l’opera pur legata all’azienda pare in questi casi, comunque avere un rapporto indiretto con questa, ripsetto invece al ruolo dell’arte nell’applicazione all’interno dello stesso processo produttivo aziendale (si vedano la bottiglia absolute Vodka, disegnata da Keith Haring, le tazzine di Illy caffè, sembrano certo dei rapporti in cui la creatività può avere un riconoscimento più pieno che non la semplice esposizione, magari venduta come epocale…

Il fenomeno tutto italiano è invece quello dei musei d’impresa, in cui il bisogno di comunicazione dell’azienda si associa al valore della tradizione, al proprio lavoro, che diventa arte, insomma si crea l’arte dall’interno dal “proprio” attraverso un museo della cultura d’impresa, evoluzione di un imprenditore e di un prodotto.

Ci resta da pensare dunque ad una arte contemporanea vittima di se stessa e delle suoi linguaggi? intendo dire i grandi formati, le sculture gigantesche, le performance visive e tecnologiche hanno bisogno di soldi per essere realizzate e i soldi si trovano nelle imprese, e se per sviluppare le idee ci vogliono i soldi, anche le idee dell’arte, dobbiamo ammettere che non c’è arte senza finanziamenti delle imprese?
in uno scambio gioco forza che arricchisce l’impresa di comunicati che non ha, e l’artista di risorse per svilupparsi? e se poi l’industria influenza in parte quelle forme artistiche perchè ci mette le risorse per realizzarle, poco importa…

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