i musei contro le restituzioni

I piu' grandi musei del mondo si coalizzano e approvano una "carta", dichiarazione congiunta contro le incessanti richieste di restituzione...

I piu’ grandi musei del mondo si coalizzano e approvano una “carta”, dichiarazione congiunta contro le incessanti richieste di restituzione…

riportiamo a seguire l’interessante contributo che di Martin Bailey per “il Gionale dell’Arte”, in cui si delineano le linee guida e le ragioni di questa iniziativa.

Londra. I più grandi musei del mondo hanno per la prima volta unito i loro intenti in una dichiarazione congiunta, in cui si afferma «l’importanza e il valore dei musei universali», in risposta alla crescente preoccupazione per le richieste di restituzione dei marmi del Partenone conservati al British Museum diretto da Neil MacGregor. Anche se nella dichiarazione, sottoscritta l’8 dicembre, non si fa esplicita menzione dei marmi, vi si legge che l’acquisizione di antichità classiche da parte dei musei europei e nordamericani «ha contribuito all’affermazione della scultura greca e del suo valore, ancora attuale nel mondo contemporaneo, come modello per l’umanità intera».

Secondo i firmatari della dichiarazione internazionale, «le acquisizioni avvenute nel passato devono essere valutate in base a criteri diversi, propri di quelle epoche lontane». La richiesta di restituzione di oggetti che fanno parte ormai da anni delle collezioni dei musei sta diventando sempre più frequente. «Anche se ogni caso deve essere valutato singolarmente, bisogna riconoscere che i musei servono non solo i cittadini della nazione che li ospita ma tutta la gente di tutto il mondo».

La dichiarazione segue la riunione di ottobre a Monaco dell’International Group of Organisers of Large-Scale Exhibitions. Nonostante il nome poco allettante, il potente forum riunisce i direttori dei quaranta principali musei e gallerie di tutto il mondo, che si incontrano ogni anno per discutere questioni comuni. Gli addetti ai lavori lo chiamano Gruppo Bizot, da Irène Bizot, ex direttrice della Réunion des Musées Nationaux, che anni fa organizzò il primo meeting. Si tratta di riunioni dal tono informale; fino ad ora infatti il Gruppo Bizot ha mantenuto un basso profilo pubblico, cosa che dà un peso ancora maggiore a questa dichiarazione pubblica.
La «dichiarazione dei musei universali» è stata finora firmata dai direttori di più di 30 istituzioni. I primi 19 firmatari della dichiarazione sono stati: Metropolitan Museum, New York; Louvre, Parigi; Ermitage, San Pietroburgo; Staatliche Museen, Berlino; British Museum, Londra; Prado, Madrid; Thyssen-Bornemisza, Madrid; Rijksmuseum, Amsterdam; Alte Pinakothek e Neue Pinakothek, Monaco; Opificio Pietre Dure, Firenze; Cleveland Museum of Art, J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Solomon R. Guggenheim Foundation, New York; Los Angeles County Museum; Museum of Fine Arts, Boston; Museum of Modern Art, New York; Philadelphia Museum of Art; Whitney Museum of American Art, New York; Art Institute, Chicago. Anche se, al momento in cui scriviamo, mancano ancora all’appello circa 12 membri del Gruppo Bizot, sembra che quasi tutti daranno la loro approvazione e che la dichiarazione rappresenti la volontà del gruppo internazionale. MacGregor ammette che la decisione prende spunto dalla disputa che coinvolge i marmi del Partenone. «All’incontro di Monaco è emerso un forte allarme circa le pressioni politiche che il governo greco sta esercitando per la restituzione dei marmi, e sulla possibilità che un paese occidentale possa costruire un museo destinato ad ospitare oggetti di proprietà di altri musei». Altri direttori volevano dare il loro appoggio al British Museum, ma hanno ritenuto più utile stilare una dichiarazione degli ideali del museo universale, minacciato dalle sempre più pressanti richieste di restituzione. «Fino ad ora il dibattito si è concentrato sul valore della restituzione, senza tener conto dell’importanza del contesto offerto dai grandi musei», spiega MacGregor.

Secondo Ronald de Leeuw, direttore del Rijksmuseum, invece di dar voce a tutte le parti coinvolte, le richieste nazionalistiche di restituzione vengono analizzate in modo unilaterale. Parlando del proprio paese, porta l’esempio dei saccheggi alle collezioni nazionali olandesi perpetrati agli inizi del XIX secolo da Napoleone: «Consideriamo questi avvenimenti parte della storia; non ci verrebbe mai in mente di chiedere al Louvre la restituzione delle opere». De Leeuw ribadisce che la dichiarazione non avrà valore per le acquisizioni più recenti. «Non vogliamo autorizzare in nessun modo l’acquisto di oggetti esportati illegalmente o di reperti etnografici, né vietare la restituzione di un dipinto al suo legittimo proprietario ebreo». De Leeuw sottolinea poi che un ulteriore motivo di preoccupazione è costituito da casi recenti per cui ci si è chiesti se la restituzione non fosse stata «prematura o forse influenzata da considerazioni di natura affettiva o politica». Anche se il professore non ha voluto citare degli esempi concreti, ricordiamo che a dicembre l’Italia ha promesso la restituzione alla Grecia, come prestito a lungo termine, un frammento della statua di Peitho, che fa parte dei fregi del Partenone, di proprietà del museo archeologico di Palermo (cfr. Il Giornale dell’Arte n. 216, p. 7). Il British Museum non è l’unico a dover affrontare richieste di restituzioni. Il Louvre dovrebbe restituire due sculture del Partenone, mentre la Turchia pretende dal Pergamon Museum di Berlino il rimpatrio dell’Altare di Pergamo, pezzo centrale del museo. La Nigeria richiede la restituzione dei bronzi del Benin, l’Egitto reclama innumerevoli reperti, mentre ai musei statunitensi viene reclamate le antichità pre-colombiane dai paesi latinomericani. La dichiarazione del Gruppo Bizot sui musei universali è un tentativo di spostare il fulcro del dibattito sulla restituzione, ma darà origine a polemiche e controversie, soprattutto da parte di quei paesi convinti della legittimità delle loro richieste.

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