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Riflessioni sulla situazione del patrimonio culturale dell'Iraq

Un contributo di Fabio Maniscalco, Direttore Osservatorio Permanente per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi dell'I.S.Fo.R.M. (pubblicato nel prossimo numero di Archeologia Viva)

A partire dalla crisi del 1999 nella Repubblica Federale Jugoslava, ha iniziato ad imporsi un nuovo modello di guerra che vede grandi potenze alleate contro singole nazioni, con la finalità presunta di ripristinare l’ordine e la pace internazionale. Questo genere di conflitto si è rivelato particolarmente insidioso poiché, in assenza qualsiasi controllo da parte di un organismo sovranazionale ed universale, quale l’ONU, possono verificarsi disattenzioni deliberate o accidentali al diritto umanitario.

Basti pensare che in Kosovo, in Afghanistan ed in Iraq, oltre ad essere stata violata la Carta delle Nazioni Unite, sono stati elusi contemporaneamente uno o più trattati internazionali, quali la Terza Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, la Convenzione de L’Aja del 1954 - sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato - o la Convenzione di Ottawa del 1997 - sul divieto d’impiego delle mine antipersona.

Da alcuni anni, anche attraverso le pagine di questa rivista, chi scrive ha evidenziato i limiti ed i rischi degli interventi di “polizia internazionale”. Rischi che si sono concretizzati soprattutto nel corso dell’intervento anglo-americano in Iraq, che è stato motivato con la volontà di affermare la democrazia ed il diritto contro una dittatura e di eliminare armi di distruzione di massa.

Tuttavia, le argomentazioni addotte dai Governi statunitense e britannico sono poco persuasive, considerando che le ostilità in Iraq non sono state decretate democraticamente da una risoluzione dell’ONU; che sono stati violati numerosi accordi internazionali; che le testate missilistiche, impiegate all’interno di centri urbani, si sono trasformate in armi di distruzione di massa e che si è fatto ampio uso di cluster bombs, vietate dalla Convenzione di Ottawa del 1997, e di proietti all’uranio impoverito (sperimentati per la prima volta, nel 1991, proprio in quest’area).

Anche in questa congiuntura l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha brillato per assenza e per incapacità nella gestione di crisi internazionali.

Difatti, l’UNESCO si è semplicemente limitata ad invitare USA ed UK al rispetto di un trattato che non hanno ratificato (la Convenzione de L’Aja del 1954) e ad organizzare il solito tavolo di lavoro ricco di buoni propositi, che cambieranno obiettivo alla prossima calamità o conflitto.

Invece, sarebbe stato molto più proficuo esortare l’Iraq, che pur essendo sotto embargo ha ratificato la Convenzione, ad organizzare un trasporto internazionale - come previsto agli artt. 12, 13 e 14 della Convenzione stessa - per mettere al sicuro il patrimonio culturale mobile, e pianificare una campagna di sensibilizzazione mediatica mondiale, al fine di stimolare l’opinione pubblica ad indurre alle proprie responsabilità i capi dei governi in guerra. Ovviamente tali attività avrebbero determinato qualche attrito con gli anglo-americani; ma finalmente l’UNESCO avrebbe dimostrato la reale consapevolezza del proprio ruolo di Organizzazione Internazionale super partes.

Al contrario, una non comune dignità ed onestà intellettuale è stata dimostrata dal presidente e da un membro del Comitato Consultivo per gli Affari Culturali di Bush, che si sono dimessi accusando gli USA di essere consapevoli del valore del petrolio, ma non di quello delle opere d’arte.

Per quanto concerne la situazione del patrimonio culturale dell’Iraq nel corso degli ultimi mesi, è possibile distinguere tre fasi. La prima, antecedente i bombardamenti, ha visto il degrado dei beni immobili, a causa del lungo embargo e della mancanza di fondi destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria, ed un’ampia diffusione di scavi archeologici clandestini e di furti d’arte, per la dilagante corruzione, per la carenza di controlli e per l’indigenza della popolazione.

Durante il conflitto si sono riscontrati esclusivamente danni indiretti, prodotti dalle onde d’urto e dalle schegge, su monumenti e siti archeologici prossimi agli obiettivi militari.

La terza fase è stata caratterizzata da:

damnatio memoriae di tutto quanto rappresentava il governo di Saddam, compresi beni culturali;

saccheggi di musei, biblioteche e monumenti, agevolati dall’assenza di vigilanza da parte delle truppe alleate, ben equipaggiate ed addestrate a spegnere gli incendi dei pozzi di petrolio ed a preservare gli “obiettivi di interesse economico” più sensibili. Con molta probabilità alcuni di questi furti sono stati commissionati da trafficanti internazionali e si sono consumati prima delle devastazioni determinate dalla popolazione;

distruzione ed incendi di alcuni edifici monumentali, verosimilmente per eliminare prove e documenti relativi agli oggetti trafugati;

diffusione di scavi archeologici clandestini, commissionati dalle archeomafie e facilitati dall’insufficienza di controlli doganali e dalla mancanza di forze dell’ordine;

ricettazione di manufatti archeologici e storico-artistici da parte di trafficanti internazionali, militari, giornalisti, rappresentanti di organizzazioni governative e non governative, etc., favoriti dall’inadeguatezza o dall’assenza di inventariazione.

Poiché il presente numero di AV andava in stampa contemporaneamente al termine del conflitto, non è stato possibile definire i danni al patrimonio monumentale né individuare quanti beni mobili siano stati trafugati.

Con certezza il museo nazionale di Baghdad è stato razziato, benché chi scrive abbia alcuni dubbi, sul reale sviluppo dei fatti e sulla quantità dei beni trafugati, per diversi motivi.

In primo luogo, diverse settimane prima dell’inizio dei bombardamenti, erano state divulgate notizie secondo cui nel museo sarebbero state approntate misure di protezione antiaerea e le collezioni archeologiche sarebbero state allogate al sicuro.

Poiché lo stesso Saddam aveva invitato la popolazione a salvaguardare la memoria storica della nazione e poiché certamente in Iraq non mancano bunker idonei, sembra paradossale che i responsabili del museo abbiano custodito gli antichi e preziosissimi manufatti all’interno dello stesso edificio.

Appare inverosimile, inoltre, sia la stima immediata da parte dei responsabili dell’istituzione, relativamente agli oggetti asportati o danneggiati, sia il numero spropositato di reperti razziati in un arco di tempo così breve.

Dunque, è possibile presumere che la maggior parte delle collezioni del museo di Baghdad sia al sicuro in qualche deposito, in attesa di rivedere la luce quando la situazione sarà più tranquilla. Se così non fosse, sarebbe lecito ipotizzare qualche responsabilità non solo da parte delle truppe anglo-americane, ma anche dei funzionari del museo e che molti oggetti siano scomparsi dall’edificio prima del saccheggio.


di Fabio Maniscalco, Docente di “Storia e Tutela dei Beni Architettonici e Culturali” presso la Facoltà di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo dell’Università L’Orientale di Napoli

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