Questo sito contribuisce alla audience di

UNO “SCUDO BLU” PER LA MEMORIA DELLA PALESTINA

UNO “SCUDO BLU” PER LA MEMORIA DELLA PALESTINA Uno scudo blu, simbolo di protezione da apporre su monumenti da salvare, previsto dalla Convenzione dell’Aja, sventola adesso su una serie di edifici storici palestinesi. “Uno scudo blu per la Palestina” è il nome dato a questo importante progetto pilota condotto dalla missione italo-palestinese guidata dal professor Fabio Maniscalco, già responsabile del reparto dell’esercito italiano per la protezione dei beni culturali in Bosnia e ora direttore dell’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in aree di crisi. Il risultato dell’operazione è pubblicato in esclusiva sull’ultimo numero di Archeologia Viva.

UNO “SCUDO BLU” PER LA MEMORIA DELLA PALESTINA

Uno scudo blu, simbolo di protezione da apporre su monumenti da salvare, previsto dalla Convenzione dell’Aja, sventola adesso su una serie di edifici storici palestinesi. “Uno scudo blu per la Palestina” è il nome dato a questo importante progetto pilota condotto dalla missione italo-palestinese guidata dal professor Fabio Maniscalco, già responsabile del reparto dell’esercito italiano per la protezione dei beni culturali in Bosnia e ora direttore dell’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in aree di crisi. Il risultato dell’operazione è pubblicato in esclusiva sull’ultimo numero di Archeologia Viva.

Dopo i casi eclatanti del ponte di Mostar, dei Budda di Bamiyan e del Museo di Baghdad, anche il patrimonio culturale della Palestina corre da tempo gravissimi rischi. La Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato prevede che il cosiddetto “scudo blu” (un simbolo stampato su stendardi e pannelli di varie dimensioni) venga appeso dai responsabili istituzionali di un territorio sui monumenti da proteggere. Si tratta di una disposizione che finora è stata applicata raramente. Tra gli stati che hanno ratificato la Convenzione dell’Aja c’è anche Israele che, nella sua veste di “paese occupante”, è responsabile della tutela culturale dei “territori occupati”. Da queste considerazioni è nata l’idea del progetto “Uno scudo blu per la Palestina”, realizzato in collaborazione con ‘Al Quds University di Gerusalemme, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in area di crisi dell’Isform (Istituto per lo sviluppo, formazione e ricerca nel Mediterraneo). «Dovendo limitare il progetto ai centri più colpiti – racconta Fabio Maniscalco – l’attenzione si è concentrata sulle città di Hebron e Nablus. Hebron, trenta chilometri da Gerusalemme, sotto vigilanza israeliana, è un luogo sacro per cristiani, ebrei e musulmani. L’insediamento, nel centro storico della città, di un nucleo di coloni ebrei (circa quattrocento), protetti dall’esercito israeliano (circa duemila soldati), è la principale causa degli attriti tra le due entità costrette a vivere in settori separati. Una delle aree più a rischio sul cui perimetro sono stati posti i drappi con lo “scudo blu” è il quartiere di Hart Dar Daan, con edifici risalenti al XVIII secolo alcuni dei quali già bombardati o vandalizzati da civili e militari che talvolta si acquartierano all’interno di case o complessi monumentali. L’altra città, Nablus, sotto amministrazione palestinese, con le vie d’accesso sbarrate da posti di blocco israeliani, è una delle più colpite a causa dell’elevato numero di “ribelli” che vi risiede. I monumenti coinvolti nel progetto sono stati il palazzo Abd el Hadi (un complesso monumentale del XIX secolo sistematicamente soggetto a raid) e il Khan Al-Wakala (un caravanserraglio del XVII secolo, distrutto dai bulldozer israeliani nell’aprile 2002). «Per scongiurare ulteriori episodi di questa damnatio memoriae, conclude il direttore dell’Osservatorio, la protezione del patrimonio delle aree a rischio bellico dovrebbe essere considerata prioritaria, al pari della salvaguardia dei diritti umani perché finalizzata a preservare l’identità dei popoli. Un popolo senza la sua storia cessa infatti di esistere».

Al progetto hanno preso parte, anche, il prof. Osama Hamdam e la dott.ssa Carla Benelli.

___________

Addetta Stampa: Giulia Pruneti- «Archeologia Viva»

340.2352222 - 055.5062303

Ultimi interventi

Vedi tutti