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K. Marx, F. Engels e i Celti

Importanti riflessioni di Marx ed Engels sui Celti

K. Marx, F. Engels e i Celti

Premessa

Evangelisti [Valerio Evangelisti, Alla periferia di Alphaville. Interventi sulla paraletteratura - L’Ancora del Mediterraneo - pagine 211 -] sottolinea come il noto conservatorismo lovecraftiano non rifiutasse idee “socialiste, antiborghesi e perfino dichiaratamente marxiste”. Ciò “grazie forse anche al rapporto con amici di sinistra come Robert E. Howard o lo scrittore comunista Frank Belknap Long.” Su questo inedito tema, parla direttamente l’epistolario di HPL nell’ultimo periodo della sua vita (in parte edito in Italia), da cui traspare anche una lettura del Manifesto del partito comunista. Lovecraft ne scriveva (1936): “La grande intelligenza di Marx ed Engels, e la loro capacità di guardare al futuro sono fuori discussione, come pure l’importanza basilare dei principi economici da essi scoperti e formulati.”

L’assenza di proprietà individuale e lavoro collettivo in Asia, e tra i Celti


Secondo Marx nel sistema di produzione tipico dei popoli asiatici vi era l’assenza di proprietà individuale, la presenza di lavoro collettivo (come tra i celti) ed, in aggiunta, il potere in mano ad un despota.

… nel dispotismo orientale e nell’assenza di proprietà, che giuridicamente sembra esistere in esso, esiste in realtà come fondamento questa proprietà tribale o comunitaria, prodotta essenzialmente dal combinarsi della manifattura e dell’agricoltura all’interno della piccola comunità che, in tal modo, diviene assolutamente self-sustaining e contiene in sé tutte le condizioni della riproduzione e della produzione in eccedenza.

Una parte del suo lavoro eccedente appartiene alla comunità superiore, che alla fine esiste come persona, e questo lavoro eccedente si manifesta sia sotto forma di tributo, ecc., sia sotto forma di lavori collettivi, per esaltare l’unità, in parte il despota vero e proprio, in parte la tribalità idealizzata, il dio. Questa specie di proprietà comunitaria, può ora, in quanto essa qui si realizza effettivamente nel lavoro, manifestarsi o in modo che le piccole comunità vegetino l’una accanto all’altra indipendentemente, e il singolo lavori indipendentemente con la sua famiglia sul lotto assegnatogli (un lavoro determinato per la riserva comune, insurance per cosí dire, da una parte, e per fronteggiare le spese della comunità come tali, cioè per la guerra, il culto ecc.; il dominium signorile nel significato originario si trova qui per la prima volta, ad esempio nelle comunità slave, in quelle romene, ecc: Qui è insito il passaggio alla corvée, ecc.); o l’unità può estendersi fino alla comunanza nel lavoro, che può divenire un vero e proprio sistema come nel Messico, nel Perú in particolare, presso gli antichi celti e alcune tribú indiane. Inoltre la comunanza può manifestarsi all’interno dell’ordinamento tribale, in modo che l’unità sia rappresentata in primo luogo da un capo della famiglia tribale, o dalle relazioni reciproche tra i padri di famiglia.

K. Marx, Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, Roma, 19773, pagg. 71-73

La proprietà comune come forma originaria

Ogni produzione è appropriazione della natura da parte dell’individuo, all’interno e mediante una determinata forma sociale. In questo senso è tautologico dire che la proprietà (l’appropriazione) è una condizione della produzione. Tuttavia, è del tutto risibile saltare da qui ad una forma determinata di proprietà, ad es., la proprietà privata (Tale proprietà presuppone come sua condizione anche una forma opposta, ovvero, la non-proprietà). La storia mostra, piuttosto, (ad es., presso gli Indiani, gli Slavi, gli antichi celti, ecc.) la proprietà comune come la forma originaria, la quale forma continua a giocare un ruolo significativo in quanto proprietà della comunità. Riguardo alla questione se la ricchezza si sviluppi meglio con l’una o con l’altra forma di proprietà, non è ancora il momento di parlarne. Ma affermare che non si può parlare di produzione -e, dunque, di società- laddove non esiste forma alcuna di proprietà, questa è una tautologia. Un’appropriazione, che non si appropri di nulla, è una contradictio in subjecto.

Tratto da

K. Marx, Introduzione a Per la Critica dell’Economia Politica

Capitolo 1. Produzione, consumo, distribuzione, scambio (circolazione)


IL CAPITALE - LIBRO I - SEZIONE VII - IL PROCESSO DI ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE - CAPITOLO 24 - LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA


2. Espropriazione della popolazione rurale (celtica, gaelica) e sua espulsione dalle terre.

Nell’ultima parte del secolo XIV la servitù della gleba era di fatto scomparsa in Inghilterra. L’enorme maggioranza della popolazione consisteva allora, e ancor più nel secolo XV, di liberi contadini autonomi, sotto qualunque insegna feudale potesse esser nascosta la loro proprietà. Il libero fittavolo aveva soppiantato nei grandi fondi signorili il bailiff (castaldo) anticamente anch’egli servo della gleba. Gli operai salariati dell’agricoltura consistevano in parte di contadini che valorizzavano il loro tempo libero lavorando presso i grandi proprietari fondiari, in parte di una classe di veri e propri operai salariati, indipendente e poco numerosa tanto in assoluto che in via relativa. Anche questi. ultimi erano, oltre che salariati, di fatto contadini indipendenti in quanto veniva loro assegnato, oltre al salario, terreno arabile di quattro e più acri assieme a cottages. Inoltre essi godevano assieme ai contadini veri e propri, dell’usufrutto delle terre comunali, sulle quali pascolava il loro bestiame e che offrivano loro anche il materiale per il fuoco: legna, torba, ecc., In tutti i paesi d’Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla spartizione delle terre fra il maggior numero possibile di contadini obbligati. La potenza del signore feudale, come quella di ogni sovrano, non poggiava sulla lunghezza del registro delle sue rendite, ma sul numero dei suoi sudditi, e questo dipendeva dal numero dei coltivatori autonomi. Benché quindi il suolo inglese venisse diviso, dopo la conquista normanna, in baronie gigantesche, una sola delle quali includeva spesso 900 delle antiche signorie anglosassoni, esso era disseminato di piccoli poderi di contadini, interrotti solo qua e là da fondi signorili di una certa entità. Tale situazione, accompagnata dalla fioritura delle città che contraddistingue il secolo XV, consentì quella ricchezza popolare che il cancelliere Fortescue illustra con tanta eloquenza nel suo De Laudibus Legum Angliae, ma escludeva la ricchezza capitalistica.

Il preludio del rivolgimento che creò il fondamento del modo di produzione capitalistico si ha nell’ultimo terzo del secolo XV e nei primi decenni del XVI. Lo scioglimento dei seguiti feudali che, come nota esattamente Sir James Steuart, «dappertutto riempivano inutilmente casa e castello», gettò sul mercato del lavoro una massa di proletari eslege. Benché il potere regio, anch’esso prodotto dello sviluppo della borghesia, con i suoi sforzi per raggiungere la sovranità assoluta, affrettasse con la forza lo scioglimento di quei seguiti, non ne fu l’unica causa. Piuttosto, il grande signore feudale, in tracotante opposizione alla monarchia e al parlamento, creò un proletariato incomparabilmente più grande scacciando con la forza i contadini dalle terre sulle quali essi avevano lo stesso, titolo giuridico feudale, e usurpando le loro terre comuni. In Inghilterra in particolare l’impulso immediato a quest’azione fu dato dalla fioritura della manifattura laniera fiamminga e dal corrispondente aumento dei prezzi della lana. Le grandi guerre feudali avevano inghiottito la vecchia nobiltà feudale, e la nuova era figlia del proprio tempo pel quale il denaro era il potere dei poteri. Quindi la sua parola d’ordine fu: trasformare i campi in pascoli da pecore. Lo Harrison, nella sua Description of England. Prefixed to Holinshed’s Chronicles, descrive come l’espropriazione dei piccoli contadini manda in rovina il paese. « What care our great incroachers! » (Che cosa gliene importa ai nostri grandi usurpatori !). Le abitazioni dei contadini e i cottages degli operai agricoli vennero abbattuti con la violenza o abbandonati alla lenta rovina. « Se », dice Harrison, « si vorranno confrontare i vecchi inventari di ogni castello, si troverà che sono scomparse innumerevoli case e innumerevoli piccole proprietà contadine, che la terra nutre molto meno gente, che molte città sono decadute, benché ne fioriscano alcune nuove… Di città e villaggi distrutti per farne pasture per le pecore, e dove rimangono solo ancora le case dei signori, potrei dire parecchio».

….

La proprietà comune — completamente distinta dalla proprietà statale che abbiamo or ora considerato — era una antica istituzione germanica, sopravvissuta sotto l’egida del feudalesimo. Si è visto come l’usurpazione violenta della proprietà comune, per lo più accompagnata dalla trasformazione del terreno arabile in pascolo, cominci alla fine del secolo XV e continui nel secolo XVI. Ma allora il processo si attuò come azione violenta individuale, contro la quale la legislazione combattè, invano, per 150 anni. Il progresso del secolo XVIII si manifesta nel fatto che ora la legge stessa diventa veicolo di rapina delle terre del popolo, benché i grandi fittavoli continuino ad applicare, per giunta, anche i loro piccoli metodi privati indipendenti, La forma parlamentare del furto è quella dei Bills for Inclosures of Commons (leggi per la recinzione delle terre comuni), in altre parole, decreti per mezzo dei quali i signori dei fondi regalano a se stessi, come proprietà privata, terra del popolo; sono decreti di espropriazione del popolo.

Nel secolo XIX s’è perduta naturalmente perfino la memoria del nesso fra agricoltura e proprietà comune. Per non parlare neppure di periodi posteriori, quanti farthing di risarcimento ha mai ricevuto la popolazione rurale per i 3.511.770 acri di terre comuni che le sono state tolte fra il 1810 e il 1831 e sono state parlamentarmente regalate ai landlords dai landlords?

L’ultimo grande processo di espropriazione degli agricoltori con la loro espulsione dalle terre è stato infine il cosiddetto clearing of estates (parziale estromissione dei piccoli fittavoli dalle grandi proprietà, che in realtà ha spazzato via gli uomini da quelle). Tutti i metodi inglesi che abbiamo esaminato finora sono culminati nel « clearing ». Come si è visto nella descrizione delle condizioni moderne nella sezione precedente, oggi che non c’è più da spazzar via contadini indipendenti, si continua fino al clearing dei cottages, cosicchè gli operai agricoli non trovano più sulle terre da loro lavorate neppure lo spazio necessario per la propria abitazione. Ma quel che significhi « clearing of estates » in senso proprio lo apprendiamo nella terra promessa dei romanzi moderni, nell’Alta Scozia. Quivi il processo si contraddistingue per il suo carattere sistematico, per la grandezza della scala su cui è compiuto d’un tratto (in Irlanda i proprietari fondiari sono arrivati al punto di spazzar via più villaggi contemporaneamente; nell’Alta Scozia si tratta di superfici estese quanto interi ducati tedeschi) e infine per la forma particolare della proprietà fondiaria sottratta con la truffa.

I celti dell’Alta Scozia erano composti di clan, ognuno dei quali era proprietario del suolo dove si era stabilito. Il rappresentante del clan, il suo capo o « uomo grande » era soltanto proprietario titolare di questo suolo, allo stesso titolo che la regina d’Inghilterra è proprietaria titolare del complesso del suolo nazionale. Quando al governo inglese riuscì di sopprimere le guerre interne di questi « uomini grandi » e le loro continue incursioni nelle pianure della Bassa Scozia, i capi dei clan non abbandonarono affatto il loro antico mestiere di briganti, ma si limitarono a cambiarne la forma. Di propria autorità trasformarono il loro diritto di proprietà titolare in diritto di proprietà privata, e poichè incontrarono resistenza fra la gente dei clan, decisero di cacciarli a viva forza. « È come se un re d’Inghilterra rivendicasse il diritto di cacciar in mare i suoi sud diti », dice il professor Newman. Questa rivoluzione che cominciò in Scozia dopo l’ultima alzata di scudi del pretendente, si può seguire nelle sue prime fasi negli scritti di Sir James Steuart e di James Anderson. Nel secolo XVIII venne contemporaneamente proibita l’emigrazione ai gaelici scacciati dalle campagne, per spingerli con la forza a Glasgow e in altre città manifatturiere. Come esempio del metodo dominante nel secolo XIX basteranno qui i «c I e a r i n g» della duchessa di Sutherland. Costei, istruita nell’economia, appena iniziato il suo governo, risolse di applicare una cura economica radicale e di trasformare in pastura per le pecore l’intera contea, la cui popolazione si era già ridotta attraverso precedenti processi del genere a 15.000 abitanti. Dal 1814 al 1820 questi 15.000 abitanti, all’incirca 3.000 famiglie, vennero sistematicamente cacciati e sterminati. Tutti i loro villaggi furono distrutti e rasi al suolo per mezzo del fuoco, tutti i loro campi furono trasformati in praterie. Soldati britannici vennero comandati a eseguire quest’impresa e vennero alle mani con gli abitanti. Una vecchia morì fra le fiamme della capanna che si era rifiutata di abbandonare. .Così quella dama si appropriò 794.000 acri di terra che da tempi immemorabili apparteneva al clan. Agli abitanti che aveva cacciato assegnò all’incirca 6.000 acri, due acri per famiglia, in riva al mare. Fino a quel momento quei 6.000 acri erano rimasti incolti e non avevano reso nessuna entrata ai proprietari. Nella nobiltà dei suoi sentimenti la duchessa giunse perfino ad affittarli, in media a due scellini e sei pence all’acro, alla gente del clan che da secoli aveva versato il proprio sangue per la famiglia dei Sutherland. E poi divise tutta la terra del clan, che aveva rubato, in 29 grandi pascoli per le pecore, ognuno abitato da una sola famiglia, per lo più servi di fattoria inglesi. Nell’anno 1825 i 15.000 gaelici erano già sostituiti da 131.000 pecore. La parte degli aborigeni gettata sulla riva del mare cercò di vivere di pesca; divennero anfibi e vissero, come dice uno scrittore inglese, metà sul mare metà sulla terra, e con tutto ciò trassero dall’uno e dall’altra solo di che vivere a metà.

Ma i bravi gaelici dovevano espiare ancor più duramente la loro idolatria montanara e romantica per gli « uomini grandi » del clan. L’odore del pesce solleticò le narici degli uomini grandi, che vi annusarono qualcosa di profittevole e affittarono la riva del mare ai grandi commercianti di pesce londinesi. I gaelici vennero cacciati per la seconda volta.

Alla fine però una parte dei pascoli per le pecore viene ritrasformata in riserva di caccia. Si sa che in Inghilterra non ci sono foreste vere e proprie. La selvaggina nei parchi dei grandi è bestiame domestico costituzionale, grasso come gli aldermen (Consiglieri municipali.) di Londra. Quindi la Scozia è l’ultimo rifugio della « nobile passione ». « Nell’Altopiano », dice il Somers nel 1848, « le boscaglie sono state molto estese. Qui abbiamo, su un fianco di Gaick, la nuova foresta di Glenfeshie e là, sull’altro fianco, la nuova foresta di Ardverikie. Sulla stessa linea ecco il Black Mount, enorme deserto, creato da poco. Da oriente a occidente, dalle vicinanze di Aberdeen fino alle rocce di Oban, abbiamo ora una linea ininterrotta di boschi, mentre in altre parti dell’Altopiano si trovano i nuovi parchi di Loch Archaig, Glengarry, Glenmoriston ecc… La trasformazione delle loro terre in pascoli per le pecore… ha cacciato i gaelici su terre aride. Adesso cervi e caprioli cominciano a sostituire le pecore, e spingono i gaelici in una miseria ancor più schiacciante… Le boscaglie da selvaggina non possono coesistere con la popolazione: in ogni caso o le une o l’altra devono cedere il posto. Lasciate crescere i terreni da caccia di numero e di estensione nel prossimo quarto di secolo come in quello ora trascorso, e non troverete più nessun gaelico sulla sua terra natia. Questo movimento fra i proprietari dell’Altopiano è dovuto in parte alla moda, al solletico aristocratico, alla passione per la caccia, ecc.; ma in parte quei proprietari esercitano il commercio della selvaggina con esclusiva mira al profitto. Poichè è un fatto che un appezzamento di terreno montuoso, recinto come riserva di caccia, è in molti casi ben più profittevole che non come pascolo per le pecore… L’amatore, che cerca una riserva di caccia, limita la sua offerta solo a seconda della capacità della sua borsa… Sono state inflitte all’Altopiano sofferenze non meno crudeli di quelle inflitte all’Inghilterra dalla politica dei re normanni. Cervi e caprioli hanno avuto maggiore spazio a disposizione, mentre gli uomini sono stati cacciati in un cerchio sempre più ristretto… Si è rubata al popolo una libertà dopo l’altra… E l’oppressione continua a crescere giorno per giorno. I proprietari perseguono come saldo principio la loro azione di rare fazione e dispersione del popolo, come se si trattasse di una necessità dell’agricoltura, proprio come nelle regioni selvagge d’America e d’Australia vengono spazzati via alberi e sterpaglie: e l’operazione segue il suo andamento tranquillo quasi si trattasse di affari ordinari».

Il furto dei beni ecclesiastici, l’alienazione fraudolenta dei beni dello Stato, il furto della proprietà comune, la trasformazione usurpatoria, compiuta con un terrorismo senza scrupoli, della proprietà feudale e della proprietà dei clan in proprietà privata moderna: ecco altrettanti metodi idillici dell’accumulazione originaria. Questi metodi conquistarono il campo all’agricoltura capitalistica, incorporarono la terra al capitale e crearono all’industria delle città la necessaria fornitura di proletariato esiege.

Marx per l’indipendenza dell’Irlanda

La ragione per la quale Marx caldeggiò l’indipendenza irlandese dopo il 1860 fu l’esser giunto alla conclusione che gli interessi terrieri inglesi, molto forti in Irlanda, avrebbero potuto più facilmente essere sopraffatti da un movimento rivoluzionario basato nelle campagne irlandesi, dove la richiesta di autodeterminazione era indissolubilmente legata alla soluzione della questione agraria. Nello stesso memorandum Marx spiegò che: “Se l’Inghilterra è il baluardo del latifondismo e del capitalismo europeo, il solo punto dove è possibile colpirla è l’Irlanda.”

“In primo luogo, l’Irlanda è il baluardo del latifondismo inglese: se cade in Irlanda crollerebbe anche in Inghilterra. In Irlanda però ciò è molto più semplice poiché la lotta economica è colà concentrata esclusivamente sulla proprietà della terra, poiché la lotta è allo stesso tempo nazionale e poiché il popolo irlandese è molto più esasperato di quello inglese. Il latifondismo in Irlanda è mantenuto in vita esclusivamente dall’esercito inglese: nel momento in cui venisse meno l’unione forzata tra i due paesi, una rivoluzione sociale infiammerebbe presto l’Irlanda. Il latifondismo inglese non verrebbe solo a perdere una grande risorsa di ricchezza ma anche la propria forza morale derivante dalla dominazione dell’Inghilterra sull’Irlanda. D’altra parte, mantenendo il potere dei suoi proprietari terrieri in Irlanda, il proletariato inglese li rende invulnerabili nell’Inghilterra stessa.”

“In secondo luogo, la borghesia inglese non ha solo sfruttato la povertà irlandese per controllare meglio la classe operaia con l’immigrazione forzata di poveri irlandesi, ma ha pure diviso il proletariato in due fazioni ostili. Il fuoco rivoluzionario dei lavoratori celti non va d’accordo con la natura del lavoratore anglosassone, solido e determinato ma lento. Al contrario, in tutti i grandi centri industriali dell’Inghilterra esiste un profondo antagonismo tra i lavoratori inglesi e quelli irlandesi. Il lavoratore medio inglese odia l’irlandese come un concorrente responsabile dell’abbassamento dei salari e del tenore di vita, oltre a provare antipatie nazionali e religiose. Egli lo vede con gli stessi occhi con cui i bianchi poveri degli stati meridionali del Nord America vedevano gli schiavi neri. Tale antagonismo tra i proletari in Inghilterra è artificialmente fomentato e sostenuto dalla borghesia, la quale sa bene che questa divisione è il vero segreto per mantenere il potere.”


Marx conclude: “La risoluzione del Consiglio Generale sulla amnistia irlandese costituisce solo un’introduzione ad altre risoluzioni che confermeranno come, giustizia internazionale a parte, si tratti di una precondizione per l’emancipazione della classe operaia inglese finalizzata a trasformare l’attuale unione forzata (ossia l’asservimento dell’Irlanda) in una confederazione libera ed equa se possibile o in una completa separazione se necessaria.”


K. Marx, Comunicato confidenziale ai membri del Consiglio Generale della Prima Internazionale, scritto nel marzo 1870

L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

Engels (1884)

VII - La gens tra i Celti e i Tedeschi

Nell’opera la Società antica (1877) di Henry Lewis Morgan, antropologo americano, che aveva studiato i costumi degli irochesi e i sistemi di parentela. Su questa base egli aveva delineato un modello evolutivo articolato in tre stadi: selvaggio, barbarie, civiltà. L’umanità era dunque passata, secondo Morgan, da una fase primitiva disorganizzata, caratterizzata dalla promiscuità sessuale, allo stabilimento della famiglia consanguinea e alla formazione dello Stato. Nell’ Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Engels riprende molti dei risultati di Morgan, estendendoli anche allo studio del passaggio dalla gens allo Stato nell’Atene e nella Roma antiche, presso i celti e i germani, e utilizzandoli anche per criticare aspetti della realtà moderna. In particolare, egli é del parere che l’estensione del lavoro femminile nella società capitalistica sia la premessa indispensabile per la futura emancipazione della donna. Engels assume come principio che la dissoluzione della gens é la forza motrice del processo storico che porta alla formazione dello Stato ; esso non é dunque un’istituzione naturale ed eterna, ma il prodotto di una società arrivata ad un determinato grado di sviluppo economico-sociale: l’esistenza dello Stato é la dimostrazione che tale società si é scissa in classi antagonistiche con interessi economici in contrasto. In particolare, lo scopo dello Stato moderno é di mantenere a tempo indeterminato i rapporti di produzione capitalistici, ratificando democraticamente il dominio di classe mediante il suffragio universale, che tuttavia può diventare utile per la lotta rivoluzionaria del proletariato.

L’evoluzione della religone, passando per i celti

ogni religione non è altro che il fantastico riflesso nella testa degli uomini di quelle potenze esterne che dominano la sua esistenza quotidiana, riflesso nel quale le potenze terrene assumono la forma di potenze sovraterrene. All’inizio della storia sono anzitutto le potenze della natura quelle che subiscono questo riflesso e che nello sviluppo ulteriore passano nei vari popoli per le più svariate e variopinte personificazioni. Questo primo processo è stato seguito, almeno per i popoli indoeuropei, dalla mitologia comparata, risalendo sino alla sua origine nei Veda indiani, e mostrato in particolare nel suo sviluppo presso gli indiani, i persiani, i greci, i romani, i germani e, nella misura in cui il materiale è sufficiente, anche presso i celti, i lituani e gli slavi. Ma presto, accanto alle forze naturali, entrano in azione anche forze sociali, forze che si ergono di fronte agli uomini altrettanto estranee e, all’inizio, altrettanto inspiegabili, e li dominano con la medesima necessità naturale delle stesse forze della natura. Le forme fantastiche nelle quali in principio si riflettevano solo le misteriose forze della natura, acquisiscono di conseguenza attributi sociali e diventano rappresentanti di forze storiche. Ad un grado di sviluppo ancora posteriore tutti gli attributi naturali e sociali dei molti dei vengono trasferiti ad un solo dio onnipotente che a sua volta è, esso stesso, solo il riflesso dell’uomo astratto. Così sorse il monoteismo, che fu storicamente l’ultimo prodotto della tarda filosofia volgare greca e trovò la sua incarnazione in Jahvè, dio esclusivamente nazionale degli ebrei. In questa forma comoda, palpabile, adattabile a tutto, la religione può continuare a sussistere come forma immediata, cioè sensibile, dell’atteggiamento degli uomini verso le forze naturali e sociali estranee che li dominano sino a quando gli uomini sono sotto il dominio di tali forze.

Anti-Dühring Terza Sezione: Socialismo - V. Stato, educazione, famiglia

Karl Marx, in una lettera a Frederick Engels affermò che ‘I Celti sono dialettici nati ( natural born
dialecticians); [per loro] ogni cosa procede per mezzo di Triadi.’

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