Questo sito contribuisce alla audience di

La sinfonia del destino - Prima parte

Spesso e volentieri, mi viene chiesto, soprattutto da chi vuole iniziare a seguire e ad ascoltare la musica classica, quale possa essere l’approccio migliore, un buon punto di partenza dal quale poi[...]

Beethoven - KleiberSpesso e volentieri, mi viene chiesto, soprattutto da chi vuole iniziare a seguire e ad ascoltare la musica classica, quale possa essere l’approccio migliore, un buon punto di partenza dal quale poi dipanare la matassa che, nel corso del tempo, permette di continuare il viaggio senza troppi ostacoli e con sempre maggiore interesse.

In tali circostanze, la mia risposta è quasi sempre la stessa: iniziare da quella che è stata definita la sinfonia spartiacque di tutta la storia della musica, la celeberrima Quinta sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Una risposta che, magari, può risultare anche banale, stereotipata, scontata, visto che prende in considerazione quella che viene definita l’opera sinfonica più famosa, conosciuta anche da coloro che non sono avvezzi con questo genere di musica. Eppure, al di là di possibili luoghi comuni dei quali bisogna tenere pur conto, questa sinfonia permette anche all’ascoltatore meno smaliziato e del tutto impreparato a seguire un filo rosso tra i vari tempi (mi raccomando, nel lessico musicale, le varie parti che formano una sinfonia o un concerto vengono definite “tempi” e non “movimenti”, come spesso e volentieri si sente dire o si legge, perfino nelle pubblicazioni specialistiche), permettendo di seguire fedelmente una sorta di “ascolto programmatico”, poiché, in fondo, questo straordinario capolavoro è in realtà una sorta di “dramma”, che evoca simbolicamente la perenne lotta dell’uomo contro le vessazioni, gli ostacoli e gli inganni operati dal destino.

Un fato che si manifesta fin da subito, con il celeberrimo attacco, quello definito “tema del destino”, in quanto come vuole la tradizione, alla domanda di Schindler (il primo biografo di Beethoven) sul significato di un così inquietante inizio della sinfonia, il sommo compositore abbia risposto testualmente: “Sono i colpi del destino che bussa alla nostra porta”.

Questa lotta si dipana poi nel corso dei quattro tempi: l’Allegro con brio, l’Andante con moto, L’Allegro e l’Allegro finale, con l’apparente trionfo dell’umanità che trionfa non tanto sul concetto stesso del Schicksal, del destino considerato quale summa di eventi ineluttabili, quanto sugli effetti scatenanti, ossia le guerre, le diseguaglianze sociali ed economiche, le ingiustizie. In fondo, ciò che vuole rappresentare Beethoven in questa sinfonia, composta tra la seconda metà del 1807 e l’inizio del 1808, è un inno alla speranza, che nel tempo finale s’irradia trionfalmente, pur se non deve mai venire meno la tensione, la plasticità del gesto sonoro, il sentimento tragico che permea il divenire umano.

È ovvio che questa sinfonia ha sempre rappresentato un banco di prova ineludibile per qualunque interprete e la discografia di quest’opera è ricca di incisioni che meriterebbero un posto in prima fila nella discoteca di ogni appassionato. Da quelle leggendarie di Wilhelm Furtwängler e di Arturo Toscanini, di Bruno Walter e Otto Klemperer, di Eugen Jochum e di Herbert von Karajan, fino a quelle più recenti, che hanno messo in risalto aspetti più minuti, più particolari, anche grazie al coinvolgimento di organici orchestrali più ridotti, a partire da quella stupendamente “minimalista” di Claudio Abbado, alla testa dei Berliner Philharmoniker.

Leggi la seconda parte de “La sinfonia del destino”