Una delle maggiori conquiste del nascente concertismo barocco furono sicuramente le composizioni di Antonio Vivaldi (nel ritratto a fianco) e se queste ultime ricevettero un ampio consenso, prima di sprofondare nel dimenticatoio della storia musicale, per poi essere riscoperte nella prima metà del Novecento, è perché si distinsero attraverso il rapporto, l’equilibrio tra “ritornello” orchestrale e “tema” solistico. Non solo, lo storico della musica Manfred Bukopfzer ebbe modo di scrivere: «Vivaldi dovette la sua fortuna europea alla semplicità e alla precisione dei suoi temi… L’esame dei temi affidati all’orchestra e ai solisti rivela che, sebbene le due idee siano indipendenti l’una dall’altra, esse non sono coinvolte in un contrasto drammatico, ma vengono anzi unificate dalla tonalità e dai ritmi uniformi dello stile del concerto».
Ma è indubbio che al di là della specifica brillantezza dei temi proposti, sia per lo strumento solista, sia per l’accompagnamento orchestrale, il Dna vivaldiano risiede soprattutto nella sua capacità di elaborare continuamente il ritornello (che, all’interno di un tempo veloce può essere anche riproposto per cinque volte, quasi sempre modificato nella struttura centrale). Non bisogna poi dimenticare che l’uso del dialogo tra solisti e orchestra, che si era così evoluto nel “concerto grosso”, come quello elaborato da Arcangelo Corelli (nel ritratto a fianco), esercitò il suo indubbio influsso anche nel concerto solistico, con la conseguenza che il ritornello poté essere “frantumato” in sezioni e l’orchestra inserita all’interno dei passaggi solistici.
Da qui si può ben comprendere come uno degli elementi formali più interessanti del tempo di un concerto solista vivaldiano sia il metodo adottato dal compositore veneziano per modificare le successive apparizioni del ritornello, che fu di volta in volta sottoposto a variazione, a trasformazione, ad abbreviazione o a compressione. La formidabile capacità espositiva escogitata da Vivaldi è, in fondo, il lavoro paziente e minuzioso di un esperto artigiano, che crea un oggetto i cui pezzi sono perfettamente intercambiali. L’ordine in cui questi pezzi sono presentati, è stabilito dal caso e potrebbe forse anche essere mutato, senza danno alcuno per l’insieme. Questo perché all’interno dei ritornelli orchestrali, dei temi espositivi dello strumento solista e delle varie riprese vige sempre un perfetto equilibrio tra la tonica e la dominante rispetto alle tonalità maggiori e minori, che si alternano logicamente, dando vita a un edificio sonoro i cui vari piani possono essere presi e disposti in un ordine diverso, senza che né l’aspetto architettonico, né il rigore ingegneristico vengano meno.
Da notare che il compositore, creando l’edificio concertistico, doveva affrontare, per almeno tre volte nel corso di un tempo musicale, il problema della riproposizione del ritornello. Sebbene non esistesse nessuna profonda affinità tra la sezione solistica e il ritornello, essi erano di solito collegati almeno in virtù del fatto che l’ultima nota del solista diventava la prima del ritornello. Tutti aspetti tecnici che si possono riscontrare nella celebre raccolta de “Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione” op. 8, di cui andiamo a parlare nella prossima parte.

Andrea Bedetti








