Intervista a Pietro De Maria, il “guardiano” di Chopin - Prima parte

Giunti in prossimità del traguardo, quello della pubblicazione dell’integrale pianistica di Fryderyk Chopin (mancano solo le Mazurke) per l’etichetta discografica Decca, il veneziano Pietro De Maria è ormai entrato di diritto nell’Olimpo dei grandi interpreti del compositore polacco.

Il pianista venezianoGiunti in prossimità del traguardo, quello della pubblicazione dell’integrale pianistica di Fryderyk Chopin (mancano solo le Mazurke e le Polacche) per l’etichetta discografica Decca, il veneziano Pietro De Maria è ormai entrato di diritto nell’Olimpo dei grandi interpreti del compositore polacco, nonostante possa ancora essere definito un esponente della nuova generazione, con i suoi 42 anni. Residente da tempo con la famiglia a Prato, docente di pianoforte alla Scuola di Musica di Fiesole, all’Accademia di Musica di Pinerolo e all’International Engadin Summer Piano Academy, che si tiene in Svizzera ogni due anni, oggi De Maria vanta un repertorio che da Bach arriva fino ad alcuni esponenti della musica contemporanea. In previsione della conclusione dell’integrale chopiniana, ho avuto modo di intervistarlo.

La copertina del cd Decca6M° De Maria, solitamente quando un interprete decide di affrontare un’integrale, lo fa instillando nella sua esecuzione un filo rosso sotterraneo, un denominatore comune, una sorta di proprio Dna. Nel suo caso specifico, qual è il denominatore comune che ha voluto porre nella sua integrale di Chopin?
«Direi che il connotato principale riguarda il fatto che non ho voluto allinearmi a quell’immagine della musica di Chopin da considerare “debole e malaticcia”, come ha cercato, invece, di tramandarci una certa tradizione romantica», risponde il pianista veneziano. «Al contrario, ho voluto mettere in rilievo l’aspetto drammatico, epico, che contrasta con la svenevolezza, la leziosità di quella tradizione di cui ho detto. Sì, perché Chopin sa essere anche drammatico, epico, “forte”, pensiamo alle sue Polacche, alle Sonate, soprattutto il finale dell’Op. 58, che ci fanno comprendere come il compositore polacco sia fondamentalmente un autore moderno, che fa della ricerca timbrica del pianoforte un obiettivo primario, esplorandolo e sviscerandolo come nessuno aveva mai fatto prima di lui, perfino dando vita sulla tastiera a un cromatismo che anticipa Wagner. E poi il suo formidabile dominio formale, basta ascoltare le Ballate e la Sonata n. 2 op. 35 per rendersene conto, che entra in contrasto con quanti affermavano che Chopin non era in grado di dominare la grande forma, preferendo le miniature, le forme maggiormente conchiuse che non lasciassero spazio a dilatazioni espositive… ».

La copertina del cd Decca7E a proposito del dominio formale, senza disgiungerlo da un profondo significato interiore non dimentichiamoci della difficoltà intrinseca delle Mazurke…
«Giusto. Mi fa piacere che lei abbia fatto questa osservazione, perché spesso la gente resta meravigliata quando affermo che il genere più difficile da interpretare è proprio quello delle Mazurke e non tanto gli Studi o le Polacche, per esempio. Rigore formale e libertà emotiva: è questo il segreto delle sue Mazurke, che incarnano lo spirito del suo popolo, ancor di più delle stesse Polacche».

Il grande pianista polaccoEcco perché ho sempre ritenuto che Chopin per far capire l’anima polacca ai non polacchi avesse composto le polacche e per far capire l’anima polacca ai suoi compatrioti avesse composto le Mazurke. Ma, a parte ciò, a suo avviso, quali pianisti nel passato sono riusciti a svincolarsi dall’immagine “debole e malaticcia” della musica chopiniana?
«Mi vengono in mente soprattutto le interpretazioni di Arthur Rubinstein [che vediamo nella foto, N.d.A.],così ricche di nobiltà, così moderne e scevre da quella forma di “svenevolezza”, di sterile “leziosità”. E poi, tra i contemporanei, Pollini. Senza dimenticare un altro interprete polacco, Ignaz Friedman, con il suo fraseggio, la sua capacità di infondere la danza nelle composizioni chopiniane. Certo, non si può non ricordare Alfred Cortot [nella foto in basso, N.d.A.], anche lui sommo interprete di uno Chopin “forte”».

Il grande pianista svizzeroOltre alle composizioni per solo piano, è sua intenzione registrare anche i due concerti per pianoforte di Chopin?
«No, per il momento non sono previste, anche per via d’inevitabili problemi logistici e dei costi più alti. Comunque, non è detto, visto che entrambi i concerti fanno parte del mio repertorio, avendoli eseguiti più volte in pubblico».

Vai alla prossima parte dell’intervista a Pietro de Maria.

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