È indubbio che i concerti per violino composti da Johann Sebastian Bach (che vediamo in un ritratto a fianco), creati nello stesso spazio di tempo dei Concerti brandeburghesi (ossia intorno al 1721), devono molto a quelli composti dai maestri italiani coevi, in primis da Antonio Vivaldi. Difatti, i due concerti per solo violino e quello per due violini del sommo genio di Eisenach possono essere definiti apertamente vivaldiani nell’organico orchestrale, nella forma e nello stile. Oltre a ciò, tali concerti non presentano sostanziali novità rispetto alla produzione contemporanea dell’epoca, per ciò che riguarda la loro struttura e il loro linguaggio, se si eccettua la maggiore propensione al rigore razionale e alla indubbia complessità contrappuntistica, oltre a una straordinaria inventiva musicale nella qualità delle idee e dei disegni strumentali.
Il concerto in la minore per violino, archi e basso continuo BWV 1041 (di cui vediamo l’incipit del primo tempo) si apre con un “Allegro” che si sviluppa in un’alternanza di solo e tutti governata da precise simmetrie e da un’intensa compenetrazione tra i due poli della dialettica concertante. Un aspetto importante è dato dal fatto che gli episodi solistici del violino, pur tecnicamente impegnativi, non sconfinano nel virtuosismo fine a se stesso, ma scaturiscono sempre da una precisa e rigorosa logica musicale. Il secondo tempo, uno splendido “Andante”, a differenza dai tempi centrali di Vivaldi, che avevano una pura funzione distensiva tra i due “Allegri”, è sicuramente il punto di forza di tutto il concerto. La costruzione è magistrale, del tipo “a cantilena”, normalmente associato ai concerti bachiani per violino: alla linea ornata dello strumento solista, che si sviluppa alternando salti espressivi e suadenti passaggi per gradi contigui con improvvise mutazioni melodiche, è sottesa una breve figura “ostinata” e pulsante del basso, ripetuta ventisei volte.
Il terzo tempo, un “Allegro assai”, che ha il sapore di una giga in 9/8, è concepito come una fuga concertante, con sezioni contrappuntistiche d’insieme alternate come ritornello, e sottese a frammenti agli episodi del violino solista, ora basati sul materiale tematico, ora su figurazioni autonome. Ovviamente, il repertorio discografico su questo concerto è a dir poco sterminato. Se proprio si deve effettuare una scelta a metà strada tra una concezione classica e un’impronta filologica, la scelta può cadere sulla seconda incisione effettuata recentemente da Anne-Sophie Mutter, con il complesso dei “Trondheim Soloists” (di cui vediamo la copertina), di cui ho già parlato in sede di recensione, che vanta un’interpretazione di grande maturità, di ammirevole riflessione, lontana dalla “romantica” visione del passato, così come dall’attuale esegesi votata ad una rigorosa volontà d’intenti, nel pieno rispetto degli strumenti e della prassi esecutiva dei tempi di Bach. Nella prossima parte affronteremo il secondo concerto per violino bachiano.

Andrea Bedetti








