Si potrà forse discutere sul fatto che possa essere considerato il ciclo di canzoni più bello che mai sia stato composto, ma resta l’indubbio fatto che il “Winterreise” di Franz Schubert rappresenta una pietra miliare non solo della storia dei Lieder, ma anche della musica. Composto nel 1827, a due anni dalla morte di Schubert, questo ciclo, dopo un buon successo iniziale, soprattutto nei salotti viennesi, cadde ben presto nel dimenticatoio, per essere riportato alla luce, anzi all’ascolto, esattamente cento anni dopo la sua creazione, nella prima incisione integrale, quella effettuata dal baritono viennese Hans Duhan.
Da quel momento a oggi, non si contano le registrazioni di questo straordinario ciclo liederistico, basato sulle liriche del poeta romantico Wilhelm Müller (nel disegno a fianco), che hanno visto alternarsi voci di tenori, baritoni, soprani e mezzosoprani, da Hans Hotter a Thomas Quasthoff, da Dietrich Fischer-Dieskau a Brigitte Fassbaender, da Christine Schäfer a Christa Ludwig, da Peter Pears a Hermann Prey e Ian Bostridge, accompagnati da pianisti come Jörg Demus, Gerald Moore, Benjamin Britten, Alfred Brendel, Daniel Barenboim e Murray Perahia. Ora è la volta di uno tenori più interessanti dell’attuale panorama internazionale, il londinese Mark Padmore, accompagnato dal connazionale Paul Lewis, in una registrazione pubblicata dall’etichetta discografica Harmonia Mundi, come al solito assai pregevole nella veste e preziosa nelle informazioni.
Ogni cantante che affronta questo ciclo di Schubert (che vediamo nel ritratto) formato da ventiquattro Lieder suddivisi in due parti, sa perfettamente che la sua interpretazione deve includere un repertorio di sfumature vocali che non devono soltanto rappresentare il cuore, l’anima, i sentimenti e le emozioni del protagonista, di questo viandante solitario che affronta l’inverno in tutti i suoi aspetti, per sfuggire al ricordo di un amore impossibile. Infatti, questo susseguirsi di tormenti che si alternano a momentanee estasi, si deve arricchire, addensare nei suoni della natura, in un mix meraviglioso in cui l’uomo si unisce e differenzia, allo stesso tempo, da ciò che lo circonda.
Ebbene, se si dovesse condensare un giudizio, dopo aver ascoltato l’esecuzione del duo britannico, usando unicamente un’espressione, questa non potrebbe che essere: stupefacente immedesimazione, sia da parte del tenore, sia da parte del pianista. Se Padmore (che vediamo nella foto), infatti, sa ritagliare un canto a tutto tondo, ricco di sfumature, di emozioni che si fanno suono, capace di un fraseggio sempre aderente alla dimensione psicologica che traspare dai testi lirici, Lewis (nella foto sotto), autore di un’apprezzata integrale delle sonate beethoveniane e attento interprete di quelle schubertiane, sa sempre scandire l’esatta dimensione pianistica, facendo irruzione con i mille rumori della natura immersa nel gelido guanto invernale.
Ciò che stupisce, è la simbiosi che la voce di Padmore e il pianoforte di Lewis riescono ad attuare, senza una pausa, senza un momento di rilassatezza, un “unicum” meraviglioso. Basta ascoltarli in brani come “Gefrorne Tränen”, “Wasserflut”, “Auf dem Flusse”, l’enigmatico “Irrlicht” e il trasognante “Frühlingstraum” e il conclusivo, lancinante “Der Leiermann”, per ammirare questo miracolo di equilibrio. A esaltare questo risultato concorre anche una ripresa sonora a dir poco strepitosa, che permette di ascoltare la voce del tenore londinese sono leggermente avanzata rispetto al pianoforte, che non viene mai sovrastato, neppure nei fff, da parte di Padmore. Un disco a dir poco memorabile, una delle migliori interpretazioni del ciclo schubertiano e, sicuramente, uno dei più belli degli ultimi tempi. In breve, un “must” per ogni discoteca che si rispetti.
Franz Schubert “Winterreise” Mark Padmore - Paul Lewis, Harmonia Mundi, 1 cd, tempo totale: 74,15 (distribuito in Italia da Ducale Snc)

Andrea Bedetti








