Grande rappresentante della scuola violinistica italiana, Giuseppe Tartini (che vediamo in un ritratto dell’epoca), nacque a Pirano d’Istria nel 1692 e morì a Padova nel 1770. Dai dati in nostro possesso, è praticamente impossibile fornire una datazione precisa dei circa 135 concerti per violino e orchestra composti da questo geniale musicista. In effetti, le fonti biografiche originali sono decisamente scarse, oltre ad essere poco attendibili. Questo perché la quasi totalità della sua produzione musicale c’è giunta in forma di manoscritti, pochissimi dei quali autografi, per lo più non datati. Nel 1935, un musicologo greco, Minos Dounias, compilò un catalogo di concerti, designati oggi con la sigla D., seguita dal numero d’ordine, anche se si tratta di un ordinamento che si basa quasi esclusivamente su giudizi di carattere stilistico.
Sembra ad ogni modo assodato che i concerti tartiniani siano stati composti in massima parte per essere eseguiti dall’autore nella meravigliosa Basilica di Sant’Antonio a Padova (nella foto), che a quel tempo disponeva di una delle migliori orchestre del vecchio continente. Quindi, gran parte della produzione concertistica di Tartini dovrebbe essere collocata tra il 1728 e il 1750. I concerti di Tartini solitamente sono composti secondo il tipico schema vivaldiano dei tre tempi (Allegro - Adagio - Allegro), con quello centrale in tonalità contrastante. Per la maggior parte, essi rispettano nei tempi estremi la consueta struttura del concerto barocco, con quattro presentazioni del ritornello (effettuato dal tutti), separate da sezioni solistiche, che prendono spunto dallo stesso ritornello, più che da temi contrastanti. Semmai, nei concerti composti nel terzo decennio del XVIII secolo, lo spazio dedicato al solista si fa più evidente, con una minore alternanza tra il solo e il tutti e con una maggiore elaborazione tematica.
Una successiva evoluzione si manifesta nei concerti composti nel quarto decennio, quando Tartini prende ad adottare una specie di sintesi tra la forma ritornello e la forma binaria, ossia la prima lunga esposizione del ritornello (basata su una struttura tematica alquanto estesa) e la successiva sezione solistica (incentrata sulla zona tonale della dominante), che vengono ripetute integralmente. Ed è proprio nei concerti di questo periodo che si evidenziano gli stilemi tipici del passaggio al preclassicismo: crescente importanza del registro superiore, minore linearità della parte del basso, che si limita sempre più a funzioni di sostegno armonico, minore frammentarietà della parte solistica, a vantaggio di una costruzione fraseologica di ampio respiro. Una registrazione che può darci un’idea della ricchezza e della bellezza espressiva dei concerti tartiniani è quella dell’ensemble concertistico veneto “L’Arte dell’Arco”, diretta da Giovanni Guglielmo, nel ruolo anche di violino solista, nella quale si può cogliere l’evoluzione del linguaggio del grande compositore veneto. Nella prossima parte, invece, scopriremo l’opera di altri due eccelsi violinisti della scuola italiana, Pietro Antonio Locatelli e Giovanni Battista Viotti.

Andrea Bedetti








