Ci sono alcuni interpreti, pochi a dire il vero, i quali raggiungono un punto tale d’identificazione con il loro strumento da frantumare la barriera fisica che li separa per immedesimarsi in essi. Pensiamo, ad esempio, a uno Sviatoslav Richter con il pianoforte, a Jascha Heifetz con il violino, a Maurice André con la tromba, all’immenso Mstislav Rostropovich con il suo violoncello Stradivari. In quei casi, rari e miracolosi, lo strumentista diventa lo strumento, è semplicemente lo strumento. Uno strumento che parla, si muove, ascolta, suona e riflette. Nell’empireo di questi eletti, di questi strumenti “travestiti” da esseri umani, c’è anche un flauto che porta il nome di Mario Caroli, lo straordinario artista pugliese che, ad appena trentasei anni, viene giustamente osannato dalla critica e dagli appassionati di tutto il mondo.
Capace di un’incredibile duttilità interpretativa, capace di passare tranquillamente da un concerto barocco a un pezzo di musica contemporanea, il flauto Caroli (nella foto a fianco) riesce a esprimere se stesso con la massima naturalezza, che si tratti di essere potente, delicato, poetico: nulla gli è precluso. Ascoltarlo significa annullare l’idea di un qualcosa che emette suoni, per concentrarsi unicamente sul suono. Ne fa fede il suo ultimo disco, pubblicato dalla Stradivarius, intitolato “Canti senza parole”, un delizioso ossimoro per un flauto travestito di carne e ossa. Ma, d’altronde, uno strumento che cammina, quando vuole, può fare tutto ciò che gli passa per il cervello e per l’anima, perfino cantare senza emettere parole, ma solo suoni che assumono il valore alto di un canto purissimo.
Esprimersi in libertà e con gioia: è tutto ciò che chiede il flauto chiamato Mario Caroli, come ha fatto appunto in questo disco, registrato nella Concert Hall dell’Akiyoshidai Art Village in Giappone nell’agosto di due anni fa. Lì, nelle pause di un festival musicale, Caroli ha voluto registrare alcuni brani senza alcun filo logico o un piano preciso. Quindici brani (alcuni dei quali vedono anche la presenza della brava Keiko Nakayama al pianoforte) che spaziano da Giulio Caccini e Marin Marais (su trascrizione dello stesso interprete-flauto pugliese) fino a Kurtág, Debrières e von Koch, attraverso Debussy, Busoni, Fauré e Honegger, per citarne solo alcuni. Un viaggio unico, immaginifico, tra concreto e astratto, tutto in nome del proprio modo di essere, ossia il flauto. Un flauto che canta (appunto), parla, suona, sogna e vive. In fondo, a ben vedere, la musica è tutto ciò. E Mario Caroli lo fa in modo semplicemente meraviglioso. Alla fine dell’ascolto, mi sono tornati in mente i gesti dell’anziano Sergiu Celibidache (nella foto) sul podio, alle prese con le sconfinate partiture dell’amato Bruckner, ormai intrisi di saggezza orientale, essenziali, nemici mortali di ogni atto superfluo. Ebbene, il flauto Mario Caroli è come la bacchetta di Celibidache: essenziale, delicato eppure imperioso, perfino quando accarezza le nostre orecchie. Ma questo miracolo accade solo quando un interprete smette d’interpretare per trasmutarsi, come in un’opera alchemica, nello strumento stesso. Proprio come Mario Caroli, di professione flauto.
AA.VV. “Canti senza parole” Mario Caroli - Keiko Nakayama, Stradivarius, 1 cd, tempo totale: 69,24 (distribuito in Italia da Milano Dischi Srl)

Andrea Bedetti








