Per capire che cos’è diventata la nostra attuale “Italietta” è sufficiente rivolgere lo sguardo al passato e provare, inevitabilmente, un grande imbarazzo. Non dico affondare a ritroso nella storia fino al Seicento, quando la nostra lingua era l’inglese di adesso, ossia la lingua universale, visto che era usata non solo in tutta la diplomazia dell’epoca, ma anche nelle più svariate corti, per il semplice fatto che a quel tempo il nostro Paese era sinonimo di cultura, di arte, patria del bello. No, basta soltanto andare indietro nel tempo di poco più di due secoli per comprendere che fine abbiamo fatto (e non solo a livello culturale). Ce lo ha ricordato, almeno involontariamente, la lettura di un libro, scritto da Marisa Malvasi, intitolato “Viaggi di note, note di viaggi - L’Italia vista dai musicisti stranieri dal Grand Tour al Novecento”.
Come si può intuire dal titolo, questo libro, scritto in modo accattivante, per nulla prolisso e tantomeno retorico (minaccia che è sempre in agguato quando si tratta di parlare di musica riferita al nostro Paese), vuole essere un contributo essenziale, ma non per questo succinto, di quei viaggi che furono intrapresi da svariati bei nomi della musica europea, da Mozart fino a Stravinskij, per giungere in Italia, considerata a quel tempo (ahinoi) la culla della musica e dell’arte occidentali. Viaggi che furono fatti per entrare in contatto con la realtà musicale nostrana, soprattutto quella legata al canto, all’opera lirica, alla romanza, ma anche per cercare di comprendere per quale motivo in questo stivale geografico si annidava il DNA della melodia. Ognuno di quei geni musicali, da Liszt (che vediamo nel ritratto) a Schumann, da Berlioz a Mendelssohn, da Wagner a Cajkovskij, arrivarono seguendo una propria idea, un proprio sogno, un proprio ideale che, a volte, veniva bruscamente distrutto, come quando molti di loro finirono alla Scala di Milano, rimanendovi delusi (Liszt) o scandalizzati (Berlioz) perché a quell’epoca nel “teatro più famoso del mondo” si faceva di tutto, a cominciare dal fatto che si mangiava e si beveva durante la rappresentazione delle opere fino a trasformare i palchi in alcove d’occasione, tranne che ascoltare la musica.
Un libro, questo, da consigliare soprattutto ai più giovani, affinché si facciano un’idea di quello che, fino alla seconda metà dell’Ottocento (paradossalmente fino all’Unità d’Italia), è stato il nostro Paese per la musica. Da quel momento in poi, l’idea di musica è diventata progressivamente sempre più antitetica e opposta alla nostra “Italietta”, fino a trasformarla nella patria dei “reality show musicali”. A questo punto, il sipario può calare definitivamente.
Marisa Malvasi “Viaggi di note, note di viaggi - L’Italia vista dai musicisti dal Grand Tour al Novecento”, Zecchini Editore, pp. 232, euro 19,00

Andrea Bedetti








