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Fare filosofia con l’organo

L’organo, di per sé, è lo strumento che in assoluto aspira verso l’alto, simbolo di quell’unione spirituale tra l’uomo e il divino.

La copertina del libro della ZecchiniL’organo, di per sé, è lo strumento che in assoluto aspira verso l’alto, simbolo di quell’unione spirituale tra l’uomo e il divino. E ascoltare il suo suono significa entrare in comunione con “altre” dimensioni interiori, vuol dire trasformare le sue sonorità in un vero e proprio linguaggio filosofico, che porta l’ascoltatore ad abbracciare una dimensione etica e non soltanto estetica della musica. Ecco perché quei compositori (primo fra tutti Johann Sebastian Bach) e quegli interpreti che hanno legato il loro nome all’organo, ci appaiono avvolti da un alone di sacralità e di ieraticità. E tra coloro che rientrano in questa categoria di “eletti” c’è sicuramente l’organista, compositore e didatta francese Charles-Marie Widor, nato a Lione nel 1844 e morto a Parigi nel 1937.

Il compositore e organista franceseA questo eccelso compositore, il ricercatore e musicologo Giuseppe Clericetti ha dedicato un densissimo saggio, dal titolo “Charles-Marie Widor - La Francia organistica tra Otto e Novecento”, pubblicato recentemente da Zecchini Editore. Sia ben chiaro, come d’altronde specifica lo stesso titolo, questa non è una biografia dedicata al grande musicista di Lione (che vediamo nella foto all’organo di Saint-Sulpice), quanto un accurato e appassionato excursus sull’evoluzione della musica organistica nel Paese transalpino del quale Widor fu il faro, il punto di riferimento assoluto per più di mezzo secolo, esattamente per sessantatré anni, quanti ne trascorse quale titolare del meraviglioso organo di Saint-Sulpice a Parigi (che vediamo nella foto in basso), a quell’epoca il più grande e maestoso del mondo.

Il maestoso organo pariginoAttraverso le pagine del libro di Clericetti si comprende bene, però, anche un altro aspetto, quello che evidenzia come Widor abbia rappresentato un punto d’unione tra la grande tradizione della letteratura organistica del passato (ovviamente con Bach quale nume tutelare) e il presente del compositore francese. Per fare ciò l’autore si affida all’analisi dei molteplici scritti di Widor, capaci d’inquadrare e far conoscere meglio questo piano evolutivo nella musica organistica francese, nella quale il musicista di Lione si staglia come figura principe della tradizione e dalla quale s’irradieranno diversi compositori e interpreti che furono suoi allievi, tra i quali Arthur Honegger, Darius Milhaud, Marcel Dupré e Albert Schweitzer. Se questo è un libro che farà la felicità degli appassionati di organo (interessantissima, a tale proposito, è l’appendice nella quale l’autore mette in rilievo le differenze interpretative della Toccata in re bachiana tra Widor e un altro grande organista francese, Louis Vierne), non mancherà d’interessare anche coloro che ambiscono a conoscere meglio le disamine dell’evoluzione interpretativa di quello che resta il sovrano assoluto di tutti gli strumenti.

Giuseppe Clericetti “Charles-Marie Widor - La Francia organistica tra Otto e Novecento”, Zecchini Editore, pp. VIII+272, euro 25,00