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Appunti di storia del Concerto per violino e orchestra - Sedicesima parte

Composto in un periodo straordinariamente fecondo, costellato dalla Quinta e Sesta sinfonia, dal Quarto concerto per pianoforte e dai tre Quartetti per archi op. 59 “Razumowskij”, il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 61 di Ludwig van Beethoven rappresenta una composizione ineludibile nella storia di questo genere musicale.

Il sommo compositore di BonnComposto in un periodo straordinariamente fecondo, costellato dalla Quinta e Sesta sinfonia, dal Quarto concerto per pianoforte e dai tre Quartetti per archi op. 59 “Razumowskij”, il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 61 di Ludwig van Beethoven (che vediamo in un ritratto dell’epoca) rappresenta una composizione ineludibile nella storia di questo genere musicale. Con questo concerto c’è un prima e c’è un dopo (il leggendario Joseph Joachim, colui che lo fece finalmente conoscere e apprezzare, affermò che si trattava del “concerto dei concerti”), ma soprattutto, come ha scritto giustamente Alfred Einstein, permise al concerto violinistico di diventare finalmente tale, sganciandolo dalle tipiche atmosfere della serenata di cui erano pervasi anche i lavori mozartiani.

Il celebre teatro musicale vienneseScritto nella seconda metà del 1806, quando Beethoven aveva già 36 anni, fu dedicato al fedele amico Stephan von Breuning (nel ritratto in basso), come si legge nell’edizione a stampa, ma fu pensato e creato per il violinista francese Franz Joseph Clement, eccelso virtuoso del violino, a quel tempo a Vienna come direttore artistico del Theater an der Wien (che vediamo in una raffigurazione dell’epoca), proprio dove ne diede la prima esecuzione il 23 dicembre 1806. A dire il vero, quella prima esecuzione fu giudicata negativamente dalla critica e dal pubblico presente. Tra gli altri, il critico della “Allgemeine Musikalische Zeitung” scrisse testualmente: «Il Concerto manca di coerenza […], è un ammasso disordinato di idee […], un frastuono continuo prodotto da qualche strumento isolato».

Il devoto amico di BeethovenIn realtà, questa composizione (che dura più di quarantacinque minuti) divenne nel giro di vent’anni il paradigma indispensabile sul quale formarono i loro concerti violinistici Felix Mendelssohn-Bartholdy, Robert Schumann, Johannes Brahms e Pëtr Il’ĭc Čajkovskij. L’“Allegro ma non troppo” che apre il concerto (e che rappresenta oltre della metà dell’intera durata della composizione) ha raggiunto le vette immortali grazie a una straordinaria melodia che lo anima e che s’innalza sopra il pulsare delle quattro note del timpano, un autentico battito del cuore che ricompare per ben settanta volte nel corso dell’intero primo tempo! Il primo e il secondo tema sono entrambi soavissimi e sottolineano il carattere di abbandonata tenerezza, sempre consacrati dal’armonia di un solare re maggiore.

Il leggendario violinista01Anche il tempo successivo, il “Larghetto”, privilegia le linee tenui già presenti nel primo tempo. Gli archi espongono una frase dal sapore liederistico sulla quale sorge il canto del violino su cui s’innesta un richiamo dei corni (che sarà assai caro a Brahms). Il tema enunciato dal violino viene poi sviluppato in sei variazioni che si concludono con una brevissima cadenza, con funzione d’introduzione, del terzo tempo, il “Rondo” finale, che risente delle atmosfere bucoliche e campestri di cui ne è ricca la coeva Sesta sinfonia. Dopo l’insuccesso della prima, il concerto beethoveniano fu ripreso un’altra volta nel corso della vita del compositore di Bonn, esattamente nel 1812 a Berlino, ma anch’esso si concluse in un fiasco, come quelli di Parigi nel 1828 e ancora di Vienna nel 1833. Questo capolavoro fu “riscoperto” solo nel 1844, quando a soli tredici anni Joseph Joachim (che vediamo nel dagherrotipo) lo presentò a Londra sotto la direzione di Mendelssohn-Bartholdy. Di questo concerto esiste una trascrizione per pianoforte effettuata dallo stesso Beethoven su incarico del pianista ed editore Muzio Clementi, che ne acquistò i diritti l’anno successivo alla composizione.

La copertina del disco della Deutsche GrammophonLa versione d’ascolto, tra le decine che compongono il catalogo discografico, è quella del 1962 eseguita dal violinista austriaco Wolfgang Schneiderhan, eccelso interprete mozartiano, che in questa registrazione, accompagnato sul podio dal mitico Eugen Jochum alla testa dei Berliner Philharmoniker, mostra di saper rendere adeguatamente il tenue fraseggio che pervade il concerto, evitando di trasformarlo in un languido manifesto del violinismo romantico, come fecero invece altri, sommi interpreti dell’epoca, a cominciare dall’immortale Jascha Heifetz. La lettura di Schneiderhan, al contrario, si mantiene su un registro ancora in bilico, in fase di transizione dalla lezione del classicismo viennese all’avvento della grande tradizione romantica dell’area germanica. Nella prossima parte affronteremo il grande concerto in mi minore di Felix Mendelssohn-Bartholdy.