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Il Bach decontestualizzato di Stefano Grondona

Prendere in oggetto partiture “achitarristiche” di Bach per giungere a una visione “metachitarristica” del genio di Eisenach. È stata questa l’intenzione di Stefano Grondona, uno dei maggiori chitarristi nel panorama internazionale.

La copertina del disco Stradivarius01Prendere in oggetto partiture “achitarristiche” di Bach per giungere a una visione “metachitarristica” del genio di Eisenach. È stata questa l’intenzione di Stefano Grondona, uno dei maggiori chitarristi nel panorama internazionale, che nel suo ultimo disco, intitolato “Grondona plays J. S. Bach” e pubblicato da Stradivarius, ha voluto, come scrive egli stesso nelle note di copertina, “decontestualizzare” il suo strumento musicale per permettere all’ascoltatore di approdare all’immenso arcipelago bachiano circumnavigandolo in un modo diverso, seguendo un’altra rotta. Una rotta che si basa su un «percorso espressivo aldilà di quei ristretti perimetri concettuali relativi ad una identità storica localizzata».

Il chitarrista genovese02Quindi, la Toccata in mi minore BWV 914, il Preludio in re minore BWV 999, la Fuga del Signore Bach in la minore BWV 1000, il Preludio Fuga Allegro in mi bemolle maggiore BWV 998 e i sedici pezzi tratti dal “Notenbüchlein für Anna Magdalena Bach” (questi i brani scelti da Grondona, che vediamo nella foto) sono stati presentati e soprattutto eseguiti (l’interprete si è avvalso di due meravigliose chitarre costruite da Antonio de Torres nel 1887, la SE 111, dal suono più “cristallino”, e la SE 107) mettendo in risalto l’aspetto “fonico”, nel senso etimologico greco, del suono e non per mostrare l’aspetto puramente timbrico che il suono della chitarra ha grazie alle composizioni di Bach. Si tratta, appunto, di “decontestualizzare” la chitarra per ciò che è attraverso il vissuto storico che abbiamo riversato per secoli su di essa e, allo stesso tempo, per renderla atta a una nuova concezione, capace di assimilare quella che è stata la grande lezione barocca.

Il sommo genio di Eisenach02Una lezione che non ha mai voluto snaturare il gesto, sovraccaricandolo (contrariamente a quello che possiamo credere, se facciamo riferimento alle fioriture, alle appoggiature, agli abbellimenti tipici di quell’epoca) di false identificazioni, come avviene anche per ciò che riguarda il corpus bachiano (che vediamo nel celebre ritratto di Haussmann). Ed ecco, allora, il suono proposto dal chitarrista genovese: un suono “puro”, immanente, teso unicamente verso se stesso, un afflato “mantrico” capace d’ipnotizzare l’ascolto. Pagine di grande difficoltà, che vengono prodigiosamente stemperate da Grondona, che affronta questi capolavori con un continuo “microflusso” timbrico, sempre uguale e diverso a se stesso, proprio per camuffare quel tipico sentore timbrico che avrebbe reso questa interpretazione semplicemente “per chitarra”. A completare la bellezza di questo disco va aggiunta la notevolissima tecnica di registrazione, effettuata nella Chiesa di S. Barnaba a Laghi, vicino a Vicenza, dotata di quel necessario riverbero attraverso il quale irradiare il sottile gioco contrappuntistico. Un disco consigliato soprattutto a chi considera la chitarra uno strumento fin troppo scontato. Ma nelle mani di Stefano Grondona non potrà mai essere solo tale.

Johann Sebastian Bach “Grondona plays J. S. Bach”, Stefano Grondona, Stradivarius, 1 cd, tempo totale: 61,08 (distribuito in Italia da Milano Dischi srl)