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Nel cuore del pianismo austro-ungarico

La pianista francese Hélène Grimaud impone sempre all’ascoltatore, vuoi in sede concertistica, vuoi in quella discografica, scelte impegnative, legate da precisi fili conduttori.

La copertina del disco Deutsche Grammophon02La pianista francese Hélène Grimaud impone sempre all’ascoltatore, vuoi in sede concertistica, vuoi in quella discografica, scelte impegnative, legate da precisi fili conduttori. Come nel caso dell’ultimo disco, pubblicato dalla Deutsche Grammophon e intitolato “Resonances”, che vede la bella Grimaud presentare quattro capisaldi della letteratura pianistica di tradizione austro-ungarica, la divina “Sonata in la minore K310” di Wolfgang Amadeus Mozart, l’abissale “Sonata Op. 1” di Alban Berg, la mostruosa “Sonata in si minore” di Franz Liszt e le deliziose “Danze popolari rumene BB 68” di Béla Bartók. Apparentemente quattro composizioni disgiunte, ma che la pianista transalpina, come spiega nelle note che accompagnano il disco, accosta sia per tonalità, il si minore della sonata listziana e di quella bergiana, sia a una tensione “teatrale” del pianoforte, che unisce la sonata di Liszt a quella in la minore di Mozart, così come nelle danze rumene del compositore magiaro.

Il divino salisburgheseLa “Sonata in la minore K 310” fu composta da Mozart (che vediamo nel ritratto a fianco) nel luglio del 1778 a Parigi, durante il primo viaggio senza il padre Leopold, ma con la presenza della madre, la quale morì di febbre proprio durante il soggiorno nella capitale francese. L’iniziale Allegro Maestoso denota grande tensione ritmica ed è ricchissimo armonicamente, mentre l’indicazione espressiva sottolinea il carattere non giocoso; l’Andante cantabile è malinconico, straziato, al limite del tragico e il finale non risolve la tensione espressiva, visto che è addirittura più evidente che nel primo tempo.

Il grande compositore austriacoAgli inizi del Novecento il concetto di sonata era ormai in crisi, in quanto la grande stagione romantica sembrava aver esaurito le possibilità tecniche ed espressive dello stesso pianoforte. Così, per andare oltre, tra il 1907 e il 1908, il giovane Alban Berg (che si vede nel celebre ritratto di Schönberg) cercò la via della “struttura”. Seguendo le indicazioni del suo maestro Arnold Schönberg, diede vita a un lavoro di singolare coerenza e compattezza nel quale bandì la tradizionale melodia, sostituita da continui e drammatici ripiegamenti espressivi, appoggiati su aspri supporti armonici, che si dispongono, questo sì seguendo la tipica filosofia della sonata ottocentesca, nella successione tradizionale di “esposizione-sviluppo-ripresa”.

Il celebre compositore unghereseNel caso della “Sonata in si minore” composta da Franz Liszt (nel ritratto a fianco) a Weimar tra il 1852 e l’anno successivo e dedicata a Robert Schumann, la struttura non è legata a un determinato “programma”, com’era invece tipico in altre opere del compositore ungherese. Ma è indubbio che l’andamento di tutto il lavoro corrisponde a una conseguenza di pensieri interiori. Non per nulla, la costruzione stessa della sonata, desunta da tre temi che vengono immediatamente esposti al principio dell’opera, in sole quindici battute, corrisponde a un piano d’ordine psicologico, del tutto originale rispetto all’epoca. Come quasi sempre accade in Liszt, il materiale della sua sonata non è per nulla omogeneo, tanto dal punto di vista della coerenza che da quello della qualità. Accanto al primissimo tema, richiamante la scala dell’antica musica magiara, troviamo il secondo, piuttosto enfatico, e il terzo, di contenuto sardonico. Opposizioni così crude che appartengono alla tipica estetica lisztiana e che servono magnificamente alle sue necessità drammatiche.

Il grande musicista magiaroLe “Sette danze popolari rumene” di Bartók (che vediamo nella foto) risalgono al 1915. Com’è noto, Bartók non s’interessò soltanto al folclore magiaro, ma anche a quello di molti altri Paesi balcanici ed extraeuropei. Tra i primi frutti del suo studio della musica popolare ci furono queste danze (trascritte in seguito per piccola orchestra), in verità non aliene da esteriori richiami al folclore, ma già capaci nel complesso di farne il sensibile veicolo di una viva espressione artistica. Uno degli ultimi retaggi di un impero, quello austro-ungarico, fatto di tante etnie, di tante realtà contrapposte, eppure uniche e destinate a scomparire con la fine del primo conflitto mondiale.

L’interpretazione di Hélène Grimaud non appare del tutto convincente: se nella sonata mozartiana stacca tempi assai lenti che allentano la drammaticità dell’opera, in quelle di Berg e Liszt non sembra calarvisi adeguatamente, quasi avesse voluto osservare dal di fuori questi due capolavori pianistici. Va meglio con le danze rumene di Bartók, contrassegnate da una brillante soluzione agogica.

AA.VV. “Resonances”, Hélène Grimaud, Deutsche Grammophon, 1 cd, tempo totale: 69.05 (distribuito in Italia da Universal Music Italia)