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Quando la mediocrità si trasforma in genio - Prima parte

Nel 1819 l’editore viennese Anton Diabelli fece distribuire un breve valzer per pianoforte da lui composto a cinquanta compositori, chiedendo a ciascuno di loro di comporre una variazione sul tema da lui proposto per dare vita a un’edizione di beneficenza a favore di vedove e orfani austriaci assai numerosi a causa delle guerre contro Napoleone.

L'editore e compositore austriacoNel 1819 l’editore viennese Anton Diabelli (nel ritratto a fianco) fece distribuire un breve valzer per pianoforte da lui composto a cinquanta compositori, chiedendo a ciascuno di loro di comporre una variazione sul tema da lui proposto per dare vita a un’edizione di beneficenza a favore di vedove e orfani austriaci assai numerosi a causa delle guerre contro Napoleone. Tra coloro che accettarono ci furono, tra gli altri, Moscheles, Hummel, Kalkbrenner, l’arciduca Rodolfo, Czerny, il giovane Schubert e il giovanissimo Liszt. Ma non Beethoven, che sdegnosamente rifiutò l’offerta dell’editore che per sei o sette variazioni gli aveva offerto ben ottanta ducati, in quanto definì il valzer di Diabelli un “Schusterfleck”, ossia “una pezza da calzolaio”, un brano a dir poco maldestro che non meritava attenzione.

Il sommo compositore di Bonn03Ma poi, per necessità economiche, Beethoven (che vediamo in un ritratto del 1823) accettò. Il genio di Bonn le incominciò nel giugno del 1819 ma, andando ben oltre quelle pattuite con Diabelli, continuò a elaborarle, soprattutto nel mirabile 1822 (l’anno del completamento della “Missa Solemnis”) e le terminò l’anno successivo, portando il numero totale a trentatré. Ma per Beethoven, quest’opera, la più lunga che portò a termine per il solo pianoforte non consisteva nel variare il tema iniziale di Diabelli, ma nel “trasfigurarlo” (non per nulla, al posto del termine tedesco di “Variationen”, il compositore usò quello di “Veränderungen”). Al punto che le tecniche della composizione vengono ripercorse e ripensate, l’opera diventa una specie di compendio di storia della musica e di teoria della composizione e ne nasce la più lunga composizione per pianoforte mai scritta da Beethoven in nome dell’ironia (quella che il genio riserva sempre al mediocre).

Ovviamente, un simile capolavoro della letteratura pianistica che, con le “Variazioni Goldberg” di Bach e le “Variazioni su un tema di Händel” di Brahms, compone la triade assoluta in questo genere musicale, è stato affrontato e registrato innumerevoli volte dai grandi del passato e del presente e l’ultimo, in ordine di tempo, è stato il ventisettenne ucraino Alexander Romanovsky, uno degli astri nascenti del pianismo internazionale, che ho intervistato recentemente. Un’intervista che è possibile leggere nella prossima parte.