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Quando la mediocrità si trasforma in genio - Seconda parte

Giunto dall’Ucraina all’età di tredici anni per studiare pianoforte nel nostro Paese, Alexander Romanovsky ha studiato con Leonid Margarius, allievo di Regina Horowitz, sorella del leggendario Vladimir.

La copertina del disco DeccaGiunto dall’Ucraina all’età di tredici anni per studiare pianoforte nel nostro Paese, Alexander Romanovsky ha studiato con Leonid Margarius, allievo di Regina Horowitz, sorella del leggendario Vladimir, per poi continuare gli studi all’Accademia Pianistica “Incontri col Maestro” di Imola. Vincitore a diciassette anni del prestigioso Concorso Internazionale “Ferruccio Busoni” di Bolzano, oggi il pianista ucraino rappresenta una delle realtà più stimolanti e importanti del panorama pianistico internazionale. Dopo aver registrato due compact disc per la Decca, con musiche di Schumann, Brahms e Rachmaninov, ora Romanovsky ha “accettato la sfida” di affrontare le Variazioni Diabelli beethoveniane, sempre per la stessa casa discografica. Ecco l’intervista con il grande pianista.

Maestro Romanovsky, perché dopo Brahms, Schumann e il tanto amato Rachmaninov, ha deciso di affrontare un monumento pianistico come le Variazioni Diabelli?
«L’ho fatto per vari motivi. Prima di tutto è un atto d’amore, d’ammirazione nei confronti di Beethoven. Il genio di Bonn è uno di quei compositori ai quali mi sento particolarmente legato, oltre a Bach e a Rameau, che ho suonato in passato. Le Variazioni Diabelli rappresentano un’opera sorprendente, una composizione di una vastità inaudita, oltre a consegnarci un Beethoven che, nel creare questo capolavoro, visse un periodo di serenità, di stabilità emotiva. Io ho cercato di esprimere questa serenità, non solo l’elemento ironico che la contraddistingue».

Quali sono i prossimi suoi obiettivi artistici, anche in ambito discografico?
«Continuare a occuparmi di Rachmaninov, grazie anche all’aiuto e ai contributi storici e documentali che mi ha fornito un nipote del grande compositore tataro. Poi tornerò a Schumann, con la sua “Kreisleriana” e poi ancora Bach, naturalmente, con le Variazioni Goldberg, tanto per continuare con le colonne portanti di questo genere musicale».

Una domanda che esula dalla musica, maestro. Ormai lei vive da quattordici anni nel nostro Paese. Che cosa l’ha colpita favorevolmente dell’Italia e che cosa invece deplora?
«Del vostro Paese mi ha colpito favorevolmente, fin dal primo momento, la grande umanità che c’è nella gente. Un’umanità schietta, sincera, che si rende palpabile. Sono rimasto sorpreso negativamente invece del fatto che è così difficile per un italiano poter esprimere la propria creatività, il proprio modo di essere».

Torniamo alla musica. A mio avviso lei è uno dei pochissimi esponenti della nuova generazione pianistica che, oltre a vantare un formidabile bagaglio tecnico, riesce a esprimere anche il cuore, l’anima di cui sono intrise le grandi pagine della storia del pianoforte. Condivide il fatto, dunque, che oggi la gran parte dei pianisti in ambito internazionale sono dei grandi virtuosi, ma peccano in freddezza e mancanza di cuore?
«Condivido pienamente questo suo pensiero. Anch’io, purtroppo, ho avuto modo di constatare questo squilibrio. Posso dire che da parte mia fin da ragazzino mi sono imposto una regola imprescindibile: comunicare. Che per me significa esprimere ciò che la musica ha in sé, non solo il suo aspetto tecnico, meccanico, la mera successione di note e accordi, ma giungere al cuore pulsante che la sovrasta. Senz’anima, non ci può essere vera musica».

Il giovane pianista ucrainoIn effetti, ascoltando l’interpretazione di Romanovsky (che vediamo nella foto a fianco) delle Variazioni Diabelli, non si avverte solo la prodigiosa padronanza della tastiera, la minuziosa perizia tecnica che regola l’alternarsi delle “trasfigurazioni”, ma soprattutto colpisce come il pianista ucraino riesca a fare di ognuna di esse un mondo a parte, una creatura con le sue spiccate peculiarità, una dimensione che però resta legata da un filo sottile alle altre. È proprio questo filo che Romanovsky riesce a esprimere, mettendo in risalto la stupefacente tessitura che governa in modo emblematico il tema iniziale con le trentatré variazioni. È un pianismo intimista, ma che non scade nel pericoloso soliloquio, in quanto l’artista ucraino compie un raffinato e meraviglioso lavoro d’introspezione, che rende palpabile, affascinante, ricco di vita ogni “Veränderung”, fino a giungere alla grandiosa fuga finale e alla variazione in forma di minuetto, rese da Romanovsky in modo esemplare, tripudio di quella serenità, di quell’appagamento interiore che Beethoven volle esprimere in quest’opera, lascito felice di una vita travagliata.

Ludwig van Beethoven “Variazioni Diabelli”, Alexander Romanovsky, Decca, 1 cd, tempo totale: 55,03 (distribuito in Italia da Universal Music Italia)