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Intervista a Stefano Zenni

Musicologo, giornalista. E’ uno dei soci fondatori della SIdMA –Società Italiana di Musicologia Afroamericana. Organizza il festival Metastasio Jazz

Quest’anno Metastasio Jazz arriva alla sua VI edizione. Quali sono le caratteristiche principali della rassegna?
La rassegna è dedicata a Louis Armstrong di cui si festeggia il centenario della nascita, che è il 4 agosto 1901 e non il 4 luglio 1900, come si è per tanto tempo creduto. Metastasio Jazz vuole celebrare questo centenario non in maniera accademica, non facendo un revival, ma cercando di cogliere le tracce dell’eredità di Armstrong nella musica contemporanea. Sono convinto che Armstrong sia un musicista non consegnato al passato; la sua eredità è ancora molto forte e Metastasio Jazz cerca di comunicare al pubblico il senso di questa eredità. Interessante sarà la presenza di Tiziano Tononi con il suo lavoro (vincitore come miglior disco del referendum “Top Jazz 2000” del mensile Musica Jazz) dedicato a Roland Kirk il quale, secondo me, rientra bene in una rassegna su Armstrong perché, come lui, è stato un intrattenitore, un musicista totale.
Prendendo spunto dai risultati del referendum “Top Jazz 2000”, organizzato dal mensile Musica Jazz, qual è la tua opinione in merito ai giovani jazzisti del nostro paese?
In verità non seguo moltissimo l’attualità come fanno i votanti del “Top Jazz” ed è anche per questo motivo che non voto. E’ evidente, comunque, che ci sono alcuni nomi emersi in maniera irresistibile; in particolare Rosario Giuliani, che ha vinto il referendum (nella categoria nuovi talenti italiani) anche se con un po’ di ritardo. Altri musicisti che io avrei votato sono: Daniele Scannapieco; il trombettista Giovanni Amato; Alfredo Impullitti che è un compositore, arrangiatore veramente valido; Paolo Botti (violista) e Tito Mangialajo (bassista), che hanno una visione molto ampia della musica. In definitiva mi pare che il jazz italiano in questo momento viva una stagione eccellente, anche se forse un po’ troppo sbilanciato sul modern mainstream. Magari sarebbe auspicabile poter ascoltare musicisti che suonino anche cose diverse. Il problema è che hanno difficoltà a trovare degli spazi.
Come consideri attualmente il rapporto tra i musicisti italiani e quelli di altri paesi, in particolare con quelli statunitensi?
A me pare che fondamentalmente ci sia un problema: i musicisti italiani a volte continuano ad avere un senso di inferiorità nei confronti degli americani, che molto spesso gli viene instillato dagli organizzatori di concerti o dai proprietari dei club che vogliono solo un certo tipo di musica. Secondo me tutto dipende dalla ricchezza della scena. Se un musicista emerge a New York, riceve un’enorme quantità di stimoli, di opportunità, per rinforzare il proprio talento. In un ambiente un po’ meno vivace come quello italiano questo è sicuramente più difficile. Molto dipende dalle richieste che vengono fatte ai musicisti, per esempio dai festivals o dai club: esiste una necessità di adattarsi alle richieste altrimenti non si lavora. In questo senso si sente forse la mancanza di spazi in cui musicisti che vogliono tentare strade diverse, possano esprimersi liberamente. Comunque sono abbastanza fiducioso; rispetto a dieci, quindici anni fa le cose si stanno muovendo in maniera diversa. Per esempio a Milano, il contrabbassista Tito Mangialajo organizza il festival “Ah-Um”, insieme ad altri musicisti riuniti sotto il nome di C-Jam (Collettivo jazzisti autogestiti milanesi).
Qual è il ruolo dei mass-media ed anche quello di internet nei confronti della musica jazz?
Dal punto di vista dei mass-media come mezzi che coinvolgono un pubblico di massa, la situazione è tragica e desolante. L’unico mezzo d’informazione che dedica un po’ di spazio al jazz è la radio: Pino Saulo per Radio Tre, tra mille difficoltà, cerca di organizzare delle cose valide. Per quanto riguarda internet è ancora tutto da vedere. Secondo me è un mezzo che ha straordinarie potenzialità. Attualmente il suo compito è legato quasi esclusivamente a fornire una gran quantità di informazioni. In futuro gli sforzi dovrebbero andare nella direzione dell’arricchimento culturale e quindi dell’archiviazione, del rendere disponibili in rete materiali di valore didattico, musicologico, artistico.
Ed il ruolo delle istituzioni del nostro paese?
L’istituzione pubblica non può, né deve finanziare regolarmente l’artista. Il ruolo del pubblico, secondo me, sta nella formazione. Quando si sostiene la formazione culturale ci si muove su un doppio binario: da un lato si formano gli artisti di domani; dall’altro si forma un pubblico qualificato che permette agli artisti di esprimersi.
Ci sono dei dischi recenti che consiglieresti di ascoltare?
Uno è quello di James Newton, “As the Sound of Many Waters” (della New World, distribuito dalla IRD), per il quale ho scritto le note di copertina. Un disco poco jazzistico, di musica contemporanea che viene però da un musicista jazz. Un altro disco stupendo è quello di Gianluigi Trovesi, “Round About A Midsummer’s Dream”, per la ENJA (anche per questo disco Stefano Zenni ha scritto le note di copertina). Un terzo disco è l’ultimo di Uri Caine, quello dedicato alle Variazioni Goldberg di Bach, un’operazione straordinaria.

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