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Intervista a Gabriele Mirabassi

Intervista al clarinettista di Perugia che ormai si è conquistato un posto d'onore nel mondo del jazz italiano e non solo

A che età hai incominciato a suonare?
A undici anni sono entrato al Conservatorio per studiare il clarinetto. Ho scelto questo strumento casualmente, forse perché mi piaceva la sua forma. Parallelamente mio padre aveva in casa qualche disco di jazz tra cui Louis Armstron e Charlie Parker. Sono stati loro a farmi appassionare subito al jazz. Malgrado questo, mentre studiavo in conservatorio pensavo che il mio lavoro sarebbe stato quello del musicista classico.
Quando hai incominciato a suonare la musica jazz, quali sono stati i tuoi punti di riferimento?
Ho avuto molti modelli; curiosamente tra loro non c’era nessun clarinettista. Il clarinetto è uno strumento che ha subito una specie di oblio nel jazz moderno. Quindi, nel linguaggio che tentavo di costruire non avevo dei clarinettisti da imitare. Ho studiato molto sassofonisti, pianisti, trombettisti: ho cominciato con Charlie Parker che è stato il primo grande amore. Attualmente forse il mio musicista preferito è Lee Konitz.
Ormai il clarinetto si è affermato come strumento jazz, utilizzato in molteplici contesti: dall’avanguardia newyorkese (vedi ad esempio Don Byron, Chris Speed), al jazz europeo. Che ne pensi?
E’ affascinante un dato: Don Byron ha più o meno la mia stessa età; lo stesso Mauro Negri e Louis Sclavis. E’ buffo che quando studiavamo questo strumento per suonare del jazz, non immaginavamo che c’erano altri clarinettisti e tutto sommato siamo venuti fuori, a differenti livelli di notorietà, contemporaneamente. Comunque, io preferisco una via europea: penso soprattutto a Sclavis o allo stesso Trovesi.
Qual è il tuo rapporto con la casa discografica perugina Egea?
La mia storia e quella di Egea un po’ si intrecciano, siamo praticamente nati insieme. Il primo disco che hanno pubblicato era quello che è stato il mio primo disco. Da lì è partito tutto. Il motivo per cui questo rapporto dopo dieci anni è ancora così stretto è che Egea è un’etichetta con una precisissima idea stilistica. Ha un’impronta molto forte, c’è uno sforzo di definire un suono Egea che viene realizzato con una scelta molto precisa sulla tecnica di registrazione: viene utilizzato il fantastico patrimonio artistico-architettonico dell’Umbria. In ogni città sono presenti piccoli teatri, piccoli gioielli del 700 e dell’800, con un’acustica meravigliosa. E’ così che nelle incisioni il teatro diventa un musicista in più. Il mio ultimo lavoro con l’Egea, “Lo Stortino”, registrato al teatro di Spello, è un disco in quintetto, quattro musicisti più il teatro.
Com’è nato il tuo incontro con il chitarrista Sergio Assad che ha poi portato all’incisione del disco “Velho Retrato” per l’Egea?
L’idea di incidere un disco con Sergio Assad è stata del produttore dell’Egea, che ha organizzato tutto, commissionando la musica. Conoscevo i fratelli Assad perché avevo dei loro dischi ed inoltre li avevo ascoltati in due concerti strepitosi. Non avevo mai pensato però di suonare con loro. E’ stata un’esperienza meravigliosa: ho conosciuto uno dei musicisti più grandi che abbia mai incontrato nella mia vita. Il livello che Sergio esprime sulla chitarra, anche come concezione musicale è straordinario. A questo si aggiunge il fatto che è brasiliano, il che non è poco. Incidere quel disco è stata una delle cose più divertenti della mia vita. E’ risultato tutto facile: l’incisione è durata un giorno, ridendo dalla mattina alla sera, esprimendo però un certo rigore musicale, cosa che ho ereditato dal mio passato di musicista classico e a cui tengo molto. Per me l’interpretazione, all’interno della musica improvvisata, è quasi un’ossessione. Mi piace ragionare in termini di musica da camera.
Quali sono i tuoi impegni attuali?
Sono stato assunto nel gruppo del musicista Rabih Abou Khalil, con cui ho inciso per la ENJA un CD che è uscito da poco, dal titolo “The Cactus Of Knowledge”. Abbiamo appena finito il tour europeo e ora incominceremo a suonare nei vari festival in giro per il mondo. Gran parte del mio tempo è quindi dedicato a questo progetto. Parallelamente sono in giro per l’Italia con la formazione del CD “Lo Stortino”.
Che dischi consiglieresti ai tuoi ascoltatori?
Un disco non proprio recente, di sei, sette anni fa: “Have a Little Faith” del chitarrista Bill Frisell. Uno degli ultimi dischi che ho percepito come fondamentale, che può aprire una nuova strada. Una sorta di nuovo “Kind of Blue”. Un altro gran disco è “Infancia” per la ECM, di Egberto Gismonti.

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