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Incontro con Pino Saulo

Conduttore radiofonico, critico musicale, produttore...

Rileggendo i risultati del referendum “Top Jazz 2000”, indetto dal mensile Musica Jazz, ho notato che in alcuni casi le tue scelte erano distanti da quelle della maggioranza: è il caso per esempio del miglior disco internazionale; il più votato è stato K. Jarrett con il suo “Whisper Not”, mentre tu hai scelto “Major of Punkville” del contrabbassista William Parker.
Amo molto il lavoro di William Parker e seguo le diverse formazioni che anima. Trovo che la “Little Huey Creative Music Orchestra” sia un ensemble con una potenza di suono pazzesca capace però di spezzettarsi in situazioni più piccole in grado di far risaltare anche le singole voci. Parker e’ un grande organizzatore di suoni. Recentemente ho visto il suo concerto “The Inner Song of Curtis Mayfield” dedicato alle canzoni di Mayfield: non esagero se lo definisco commovente…tra l’altro si avvaleva di un Amiri Baraka in forma strepitosa!
Credi che attualmente il movimento jazzistico italiano produca giovani talenti?
In Italia ci sono tantissimi giovani musicisti e sono tutti bravi! Forse troppo! Scherzo, ma sicuramente il livello è molto elevato…talvolta si ha l’impressione però che siano un po’ troppo sicuri della loro bravura e della loro preparazione e che smettano (o possano smettere) troppo presto di cercare, sperimentare, ascoltare, imparare…
Molti credono che il “periodo d’oro” del jazz sia terminato e che oggi ci si limiti ad interpretare cose già sentite in passato. Sei d’accordo con questa teoria?
Assolutamente no! Certo la musica jazz oramai è stata declinata in così tanti modi diversi e forse non sempre pertinenti e qualcuno potrebbe credere che se ne sia perso il senso…E forse in parte è vero. Credo comunque che ci siano tanti musicisti che dicono cose nuove con un grado di maturità sorprendente…Prendi le cose che fa Henry Threadgill ad esempio: sono perfettamente nel solco della grande tradizione afro-americana eppure nuovissime! Oppure Steve Coleman: la sua capacità di mettere a frutto la componente funky in una dimensione destrutturata (tempi dispari, riff che si dileguano…), e ancora le conduction di Butch Morris, le masse sonore di William Parker, le invenzioni di Don Byron
Sempre di più la musica jazz entra in contatto con altre forme musicali: in Italia, ad esempio, Enrico Rava ha eseguito in chiave jazzistica la Carmen di Bizet, alcune famose arie d’opera, fino alla reinterpretazione delle canzoni di Battisti ed ultimamente di Rugantino. Il pianista Uri Caine da un po’ di tempo incide dischi dove suona la musica di Mahler, Wagner, Bach. Ti piacciono questi esperimenti?
Mi ricollegherei a quanto si andava dicendo alla domanda precedente. Don Byron ad esempio ha riletto - con assoluta pertinenza – la musica klezmer, la musica latina e la tradizione classica (già in ‘Tuskegee experiment’ e ancor di più nel nuovo cd dove reinventa un repertorio liederistico), Rava rilegge l’opera e Caine stravolge o forse bisognerebbe dire, più correttamente, travolge Bach e Mahler…Non darei un giudizio a priori su queste operazioni: credo che la sincerità e l’intelligenza nell’approccio siano un buon inizio, l’esito non è mai scontato. Ad esempio Uri Caine si è comportato in tre modi ben distinti: con Mahler ha avuto un approccio di tipo passionale, l’ha fatto risuonare, ne ha tirato fuori l’anima nascosta (o quella che lui ha ritenuto tale), a Wagner ha tolto tutta la magniloquenza e la grandiosità eseguendolo (alla lettera) con un’orchestrina da caffè (e l’Ouverture del Tannhaeuser svela una sua intima bellezza) e per Bach, be’ per Bach mi sembra che abbia seguito un vecchio adagio di Sklovskij che invitava a fare tutte le cose due volte: una da savii e una da ebbri. Proprio subito dopo aver eseguito alla perfezione una variazione ne fa un’altra che a poco a poco inizia ad avere un andamento ubriaco e si allontana sempre più dal modello di partenza. L’effetto di straniamento nell’ascoltatore è assicurato e nessuno oserebbe più accusarlo di aver tradito Bach! Ma Caine è un grande musicista che conosce il jazz alla perfezione.
Lo spazio dedicato alla musica ed in particolare al jazz, dalle istituzioni del nostro paese è molto ristretto. In Francia esiste un’orchestra finanziata dallo stato; in Italia c’è la Italian Instabile Orchestra, completamente ignorata a livello istituzionale. Per non parlare poi dello spazio dedicato alla musica jazz da parte della scuola e dei media. Che cosa si dovrebbe o potrebbe fare secondo te?
Non per fare l’ottimista, ma non è completamente vero. Certo l’Onj francese è un esempio luminoso e al paragone la differenza risulta evidente, però qui da noi esistono, ad esempio, non pochi festival jazz finanziati da vari enti. Credo che bisognerebbe innanzi tutto non dipendere dalle gestioni politiche degli enti (quanti festival muoiono o nascono a seconda dell’assessore?), sviluppare lo studio e la pratica della musica nelle scuole dell’obbligo, diffondere la conoscenza della musica. Non mi piace parlare solo di jazz…non mi piace proprio perchè ci si autorinchiude in una logica per la quale si finisce per legittimare quella che è la situazione attuale per cui la musica classica e l’opera la fanno da padrone e al jazz arrivano gli spiccioli. Aumentare le occasioni per fare musica, alzare il livello qualitativo, dare la stessa visibilità a tutte le forme musicali. Ecco, questo mi sembra importante. Tutte le differenti musiche dovrebbero avere la stessa visibilità: la differenza da esaltare è quella del gusto non quella dell’origine (musica colta e musica…incolta?).
Il tuo lavoro per Radio Tre risulta dunque confortante: l’unico appuntamento fisso con il jazz all’interno dei mezzi di comunicazione pubblici.
Ti ringrazio dell’aggettivo confortante, ahime’ come tu stesso dici è unico anche se non è del tutto vero: il jazz entra qui e là in ‘Invenzioni a due voci’ o nelle conduzioni musicali di ‘Fahrenheit’ e poi c’è ‘Jazz Club’ di Carlo Boccadoro. E’ però certo che ci vorrebbero più spazi o, almeno, questa è la mia opinione. Io cerco di essere ecumenico, per quanto posso, nel rappresentare i vari stili di jazz ma c’è tanta di quella roba che viene trascurata e che non si riesce a sentire…
Mi piacerebbe conoscere l’idea che c’è all’origine della trasmissione “Invenzione a due voci” da te curata.
Posto che non è un programma inventato da me, l’idea che ho cercato di immettere è quello di una palestra, di un luogo di invenzione, di gioco. Ci piace cambiare e cercare sempre nuovi pianisti e conduttori da far giocare su questo ring ideale sperando nella scintilla che accende la fantasia di chi inventa e di chi ascolta. Nicola Catalano assicura saldamente la regia del programma (oltre a controllare i guantoni e impedire i colpi bassi!).
Quali sono i prossimi appuntamenti di Radio Tre con il jazz?
Continuiamo con le registrazioni dai festival e con qualche appuntamento live: dai festival ascolteremo Piero Odorici reinterpretare la musica di Kurt Weill (a proposito di quanto si diceva prima) e Monty Alexander rendere omaggio a Bob Marley e poi ancora Gianni Bedori (nel suo gruppo c’era anche Stefano Cerri!), la Dolmen Orchestra, Claudio Fasoli, Joey Baron, Enten Eller, Eugenio Colombo, il Zentral Quartett… ma insomma non vi dico tutto tutto…venite a scoprirlo nel nostro sito!

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