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Intervista a Stefano Bollani

Incontro con l'estroso pianista Stefano Bollani

Quando ti sei avvicinato al jazz?
All’età di undici anni ero letteralmente impazzito per Renato Carosone, gli ho mandato una cassetta in cui suonavo e cantavo le sue canzoni e lui mi ha risposto consigliandomi di studiare il jazz e il blues, perchè “sono alla base di tutto”. Poco dopo ho cominciato a comprare i fascicoli della Fabbri editori in edicola e ho scoperto Charlie Parker e Duke Ellington, che mi hanno folgorato.
Quando hai incominciato veramente a suonare la musica afroamericana?
L’anno successivo, mentre studiavo in conservatorio, ho cominciato anche a prendere lezioni private da Luca Flores, un grandissimo e sfortunato pianista jazz fiorentino. A quindici anni ho cominciato a suonare dal vivo nei locali fiorentini, soprattutto in trio con Antonio Licusati e Andrea Melani.
Come consideri oggi la scena jazzistica italiana?
Ci sono musicisti molto intelligenti e il pubblico, quando li incontra, se ne accorge sempre. I bluff sono difficili nel mondo del jazz, durano poco o sono limitati a un certo tipo di pubblico, a poche persone che ascoltano alcune cose solo per partito preso o per moda senza badare davvero alla qualità e alla bontà della proposta.
A questo proposito, mi parleresti un po’ del tuo rapporto con Enrico Rava?
Rava era da sempre uno dei miei musicisti preferiti, ci siamo conosciuti cinque anni fa e ha creato da subito un clima molto rilassato, che ci ha permesso di scoprire una grande intesa e una comunione di intenti. Questo fa sì che non ci sia bisogno di parlare a lungo di questioni musicali, a volte basta uno sguardo o un cenno per capire la direzione da prendere. E’ una delle poche figure veramente carismatiche del jazz contemporaneo.
Cosa consiglieresti alle istituzioni del nostro paese per migliorare la diffusione di questa musica?
Domanda difficilissima, preferisco dare consigli alle persone che alle istituzioni. Bisognerebbe continuare ad avere curiosità verso il nuovo e l’ignoto. Questo vale anche per molta gente che ascolta jazz, che spesso si ferma a un periodo o a un genere musicale semplicemente perchè è quello che conosce o crede di conoscere meglio.

A parte l’incisione del nuovo disco con l’“Orchestra del Titanic”, quali sono i tuoi prossimi progetti?
Stiamo debuttando in questi giorni con uno spettacolo teatrale, una lettura-concerto per la quale Rava e io abbiamo scritto le musiche e David Riondino i testi. E’ la storia - romanzata - del trombettiere del Generale Custer. Siamo tutti insieme sul palco con un altro attore, Antonio Catania. Nella mia testa, con un po’ di calma, sta prendendo forma un progetto discografico con Lorenzo Brusci, che è un mago dell’elettronica e dei campionamenti.
Apprezzo molto la tua versatilità. La tua capacità di trasformarti continuamente: dalle collaborazioni pop-rock, ai progetti dove il jazz incontra la poesia (come quello insieme a Sandro Veronesi l’anno scorso al festival di Roccella Jonica o al progetto discografico “Gnosi delle Fanfole” su testi poetici Fosco Maraini o ancora alla partecipazione della trascrizione jazz delle musiche di “Rugantino”). Vengo alla domanda. Credi molto alla versatilità della musica, pur avendo ricevuto una formazione classica?
La risposta è piuttosto ovvia ed è sì. Credo che ognuno debba fare ciò che più gli piace. Inutile fingere o chiudersi per far piacere alla critica o agli altri musicisti. Nel nuovo disco del Titanic c’è anche un brano funky, e allora? Prima di tutto io devo divertirmi; se poi continueranno a divertirsi anche quelli che mi ascoltano, bene, se no la vita continua comunque. Il dottore mi ha prescritto varie medicine, ma non mi ha mai prescritto di fare per forza del jazz.
Secondo te la fase evolutiva del jazz è terminata (con i mostri sacri del passato) o c’è ancora spazio per l’invenzione?
La novità va cercata ovunque, non solo nel nostro piccolo mondo del jazz. Te lo dice uno che invece passa il tempo a comprare quasi esclusivamente dischi di quaranta-cinquanta anni fa. Io stesso insomma mi rimprovero perchè vorrei seguire di più quello che accade nelle altre sfere musicali. Tutto si evolve continuamente e il jazz lo sta facendo anche ora, solo che magari non ce ne accorgiamo perchè stiamo ancora a discutere su avanguardia e tradizione, su bop e free, tonale e modale, cose vecchie di decenni che appassionano solo quattro gatti.
Oltre alla musica che cosa ti interessa?
Mah…nel tempo libero, direi la vita.

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