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Intervista al sassofonista Renato D'Aiello

Incontro con il musicista napoletano

Il tuo recente disco “Introducing” (pubblicato per la Spotlite Records), presenta un repertorio interamente composto da standards. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
Gli standards li studi sempre, tutta la vita; è una forma con la quale ti misuri in continuazione, per inventare sempre qualcosa di nuovo. Inoltre la scelta dei brani non è stata soltanto mia, ma anche del mio produttore, che ha curato la direzione artistica e quindi anche la scelta del repertorio.
Ritorniamo per un momento alle origini della tua carriera musicale. In che modo ti sei avvicinato al mondo del jazz?
A vent’anni per la prima volta mi sono avvicinato al jazz e al sassofono; ho cominciato a suonare e ad ascoltare tantissimo. Dopo due anni ho sentito il bisogno di allontanarmi da Napoli, perché volevo approfondire il discorso jazzistico e sono andato a Bologna dove ho conosciuto tanti, tanti musicisti. Qui ho cominciato a studiare più seriamente lo strumento.
La tua formazione musicale, quindi, non è stata per niente accademica.
Esatto. Nel 1987 vinsi una borsa di studio per il Berklee College di Boston che però non ho mai potuto sfruttare per ragioni personali. Sono cresciuto come autodidatta, cercando di apprendere tantissimo dagli altri musicisti, stando a contatto con loro, manifestando grande curiosità e voglia di imparare.
I tuoi musicisti di riferimento…?
I primissimi sono stati chiaramente John Coltrane, Sonny Rollins. Dopodiché ho ascoltato di tutto. Ad un certo punto però ho sentito il bisogno di andare a conoscere i musicisti che erano vissuti in precedenza, come Lester Young, Coleman Hawkins, Ben Webster, per poi cercare di interpretare la lezione dei “vecchi” maestri in modo contemporaneo. La cosa che più mi colpisce di loro è l’incredibile autenticità, verità nel modo di suonare. Oggi ascolto molta musica classica anche perché sono convinto che tutto viene da lì.
Come consideri le tante contaminazioni presenti nel mondo del jazz?
Beh, una cosa che mi piace molto è la fusione tra sonorità jazz e musica indiana: trovo che per un jazzista affrontare territori musicali così lontani dalla tradizione afro-americana o europea sia molto stimolante. Ho in cantiere un progetto che mi vede coinvolto insieme ad un musicista indiano che suona il sitar e che vive a Londra.
Cosa ti ha spinto a trasferirti a Londra?
In verità volevo andare a Parigi, poi ho conosciuto una persona…e quindi sono arrivato a Londra. Sono passati un po’ più di tre anni. Qui ho cominciato tutto da capo, è stata sicuramente una scelta difficile. Piano piano, con grande umiltà, sono riuscito a conquistare degli spazi. Ora sono abbastanza soddisfatto.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Attualmente sto terminando un disco in trio (con Phil Lee e Nicola Muresu) tutto di ballads. E’ un omaggio ai primi grandi tenoristi (Lester Young, Coleman Hawkins). Poi ho in mente un progetto che riguarda la canzone napoletana, con un paio di “ospiti” italiani e con musicisti inglesi, per creare un certo contrasto. Ed infine la collaborazione (a cui tengo moltissimo) con il mio amico musicista indiano.

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