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One

Nuova categoria, vecchia canzone! Meglio di così...

Vi è mai capitato di sentire qualcuno che, dopo avere ascoltato una ballad di un gruppo metal, vi dica: ” che bella questa canzone, ma io credevo che il metal fosse soltanto casino!” ?

Sono sicuro di sì.

Le ballad sono da sempre l’altra faccia dell’heavy metal; l’occasione nella quale i gruppi sfoderano tutte le loro doti melodiche rendendo la propria musica accessibile a tutti.

In realtà questo è soltanto un effetto collaterale: le ballad piacciono soprattutto a noi! Sono sicuro che anche il più convinto fan di brutal death ha dentro di sé un posticino per una o due ballads, di quelle con le quali magari è cresciuto. Questo il motivo per cui io ho deciso, d’ora in avanti, di dedicare spazio a questo vero e proprio genere nel genere recensendo, di volta in volta, uno o due pezzi. Naturalmente chiunque abbia qualcosa da dire in proposito può farlo attraverso i vari canali che SuperEva mette a disposizione (non ultimo di questi, inviarmi una e-mail), e se i messaggi saranno in numero sufficiente faremo di questo argomento oggetto di discussione in un forum.

Oggi vorrei parlare di One dei Metallica, che ha rappresentato moltissimo sia per quelli della mia generazione, che l’hanno vista nascere, sia per quelli che sono venuti dopo.

È una delle due ballads presenti sul bellissimo “… and justice for all ” con una parte iniziale molto dolce e melodica ed una parte finale invece durissima. Il testo, commovente quanto una poesia, parla di un soldato che dopo essere saltato su una mina anti-uomo si risveglia in un letto di corsia, con gambe e braccia amputate, cieco e senza poter più parlare né sentire nulla. La canzone ci descrive come egli, con terribile lucidità, prenda via via coscienza della propria situazione di prigioniero del proprio corpo ormai inutile senza poter in alcun modo comunicare ad alcuno la propria disperazione.

La parte strumentale ci fa quasi percepire il risveglio e l’angoscia che man mano cresce al crescere della consapevolezza, da parte del povero soldato, di essere stato scagliato in un incubo che supera qualsiasi immaginazione: l’arpeggio iniziale, l’assolo di Kirk Hammett e la devastante parte finale con quelle sestine serratissime di cassa e chitarra ed il cantato ormai quasi “urlato”.

È doveroso, a questo punto, riportare integralmente

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