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Iron Maiden___Seventh son of a Seventh Son___1988

Un disco controverso.

Nel 1988, quando i Maiden pubblicarono quest’album, si scatenò un inferno di polemiche fra coloro che erano a favore dell’utilizzo delle tastiere nel Metal e coloro che erano contrari. I primi (tra i quali ero anch’io) sottolineavano come le tastiere potessero contribuire a creare determinate atmosfere e a “legare” i suoni, mentre i secondi sostenevano che inserire le tastiere in un disco metal fosse un oltraggio al metal stesso.

In realtà in Seventh Son – soprattutto se paragonato con i dischi dei nostri giorni – sono sempre le chitarre a prevalere, mentre alle tastiere spetta un ruolo veramente marginale. Quattordici anni fa, evidentemente, i parametri di misura erano ben diversi.

Al di la delle sterili polemiche, considero Seventh Son uno dei migliori lavori degli Iron Maiden sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi. Un album intriso di misticismo, dove oscuri presagi, incubi, follia e dannazione filtrano attraverso melodie e testi che sono vere poesie.

Tutti i pezzi sono suonati benissimo, i suoni sono eccezionali e le armonie – seppure certamente non sofisticatissime – sono perfette per il concept.

Moonchild, velocissima per gli standards del genere, apre la track-list. Infinite Dreams, metà slow metà medium, è uno dei pezzi più belli e profondi. Seguono Can I Play With Madness (che era il singolo) e The Evil That Men Do, che sono piuttosto simili dal punto di vista del ritmo e della velocità ma , nonostante ciò, diversissime (grazie all’incredibile dono di eterna giovinezza della band inglese).

Sul lato B (del 33 giri, ovviamente) troviamo la title-track dove le tastiere sono un po’ più presenti, The Prophecy, The Clairvoyant e Only The Good Die Young che chiude in bellezza.

La line-up dell’epoca era: Bruce Dickinson (voce); Steve Harris (basso); Nicko McBrain (batteria); Dave Murray e Adrian Smith (chitarre).