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Lolli: quando cantava "alla Guccini". Gli esordi e la critica

Claudio Lolli nasce come cantautore "alla Guccini". Il 33giri "Aspettando Godot" è del lontano 1972. Così, all'epoca, lo recensiva Enzo Caffarelli su "Ciao 2001", prendendo qualche cantonata...

Enzo Caffarelli (re)censore su “Ciao 2001″ non ci va tanto per il sottile: “Lolli non possiede l’altezza lirica e la maturità dei migliori”. 30 e più anni dopo fa sorridere la cantonata dell’arguto articolista. Come è vero: “scripta manent”…

L’articolo di “Ciao 2001″ del 1972

E’ piuttosto strano come con un vasto patrimonio tradizionale e con tentativi così numerosi, l’Italia abbia partorito negli ultimi dieci anni tanti cantautori sufficientemente apprezzabili, ma un solo indiscutibile genio e poeta, Francesco Guccini.

Ed è a Guccini che Claudio Lolli si avvicina per formule musicali, per gli arrangiamenti scarni e semplici (che qui divengono comunque semplicistici) e per l’impegno ricercato dei testi. Con la differenza che quanto in Francesco è riflesso, implicito e pregnante di un provincialismo culturale che in fondo è proprio e tipico di quasi tutti i grandi artisti del nostro paese, in Claudio è denuncia esplicita e forzata, costantemente sull’orlo del luogo comune e di quella protesta politica che fa di tanti talenti degli uomini “impegnati” ma non degli artisti. E quanto in Guccini è spontanea descrizione di moti del cuore e di paesaggi naturali, in Lolli è frutto di esperienze personali nelle quali la costante ricerca di un’assoluta sincerità merita sicuramente una lode, ma risente qua e là di un notevole sforzo espressivo.

Ciò non significa affatto che il discorso artistico di questo giovane cantautore sia sbagliato o, quel che peggio, sia assente. Tutt’altro. Solo che non c’è bisogno di scomodare Guccini, come taluni hanno fatto, per paragoni dai quali nessuno dei due può trarre giovamento alcuno. In fondo Lolli è un personaggio estremamente sincero, e come tale non va considerato secondo a nessuno: però forse non basta essere se stessi per essere dei grandi artisti.

Claudio deve amare profondamente Samuel Beckett se ha intitolato il primo brano e l’intero album “Aspettando Godot”. Oppure ha trovato estremamente giusto, per ciò che complessivamente vuol dire con questa sue esperienza discografica, la satira del commediagrafo irlandese, per entrare nei panni un po’ scomodi di Vladimiro e di Estragone a confessare l’inutilità della propria esistenza nell’attesa di qualche cosa di superiore. “Aspettando Godot” è il brano più complesso e più valido dell’album, seguito a ruota da “Borghesia”, musicalmente un buono folk italiano, con un quadro davvero tragico dei certa borghesia. poi “L’isola verde” e “Angoscia metropolitana”. Le altre sembrano le poesie d’amore scritte nella prima giovinezza e musicate con l’ombra di Luigi Tenco in mente.

Il tema fondamentale resta l’inutilità della vita: il risultato cui, sfruttando i suoi principi marxisti, Lolli giunge conseguentemente attraverso un’amara ironia della vita con una continua, elementare ma significativa, confessione.

Ciò che resta di questo disco è l’analisi psicologica del personaggio, la vicenda dell’”uomo” non in termini astratti e generali come hanno fatto sinora troppi gruppi italiani con testi talora infelici, ma composta con un mosaico di ricordi, impressioni e sentimenti personali; e restano in mente i brani più belli, da canticchiare scoprendovi magari, inaspettatamente, la problematica che qualcuno di essi pone.

La strada è quella giusta: ricordiamoci però che ci sono altri talenti da scoprire, senza accontentarci di figure mediocri o di doppioni. Lolli non è fortunatamente né l’uno né l’altro, ma non possiede neppure l’altezza lirica e la maturità dei migliori. Un esordio in ogni caso degno di menzione.

Enzo Caffarelli

“Ciao 2001″ - 1972