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Nel Paradiso del rock color cremisi

La tournee italiana dei King Crimson ha suscitato vivo interesse. Non fosse che per i continui cambi di formazione — scioltosi nel 1974, il gruppo si ricostituì una prima volta nel 1981 —, il tempo alla corte del Re Cremisi sembrerebbe non passare mai. Le cronache dei giornali

Da “Il Mattino di Padova”

King Crimson, continue mutazioni nel rock

VENEZIA. Quando l’idea riaffiora, appaiono i King Crimson. Prima, sarebbe del tutto inutile, perchè non c’è, ancora, qualcosa da suonare. Accade dal 1968, quando al Fulham Palace Cafè di Londra, si formò il primo nucleo dell’idea King Crimson: fu Robert Fripp a coagularla, assieme a Greg Lake (quello degli Emerson, Lake and Palmer), Peter Sinfield e Michael Giles. Da allora, il Re Cremisi è apparso e scomparso, inseguendo le mutazioni dell’idea. L’ultima è di quest’anno. I King Crimson la stanno raccontando in una lunga serie di concerti, che li conduce, domani sera, al Palafenice di Venezia.
«King Crimson vive in corpi e in tempi differenti - dice Robert Fripp - nonchè nella particolare forma in cui il gruppo muta». Adesso, la band comprende, oltre a Fripp, Adrian Belew, (ha suonato con Zappa, Bowie e i Talking Heads), Trey Gunn alle chitarre e Pat Mastellotto, capace di suonare qualunque cosa, elettronica o a percussione canonica, che abbia a che fare con il ritmo. Il progetto musicale si fonda sul cd The power to believe, pensato in tre anni negli studi musicali di Adrian Belew a Nashville, e già presentato in una serie di concerti negli Usa e in Giappone. Qui, l’idea sembra riaffacciarsi tra gli incubi delle utopie negative, in mondi soffocati da una devastante modernità, ed una straordinaria opportunità simbolica, quella di ricominciare a credere. Metafisica compresa, magari ritornando a distinguere la forza della parola, separata dalle chiacchiere vuote, potenza dell’idea che vince l’apatia. Il progetto King Crimson torna ad elogiare l’evidenza dei simboli, potere che richiede però, affinchè sia compreso, la necessità di rimanere con gli occhi bene aperti (come racconta la melodica Eyes Wide Open), per ricordare, o imparare, la capacità di vedere. La musica chiede concetti e simboli, supportati con evidenza dai testi, ma raccontati anche dalle trame delle note, che comprendono, per esempio, cori «a cappella», ma contaminati dall’elettronica, oppure ritorni ai limiti del rock progressive, per sottolineare testi che parlano della impossibilità, triste, di scrivere un coro classico. «Quando la musica appare - continua a raccontare Robert Fripp - quella che soltanto i King Crimson possono suonare, allora, prima o poi, i King Crimson appaiono per suonare la musica». Circolarità della performance, evento che il colto Fripp (in oltre 30 anni di professione che hanno coinvolto musicisti come Keith Tippet, Brian Eno, Peter Gabriel, David Sylvian, eccetera) vuole connesso a richiami e cenni allusivi, capaci di guardare alla mistica e alla filosofia. Fu così anche nel 1969, quando il primo vinile ufficiale, In the Court of the Crimson King, venne salutato come un titolo «iconico» per la storia della musica rock. Allora i Crimson erano «spalla» dei Rolling Stones, ad Hyde Park, e i giornali inglesi li definivano come i «nuovi Beatles». Non accontentandosi di diventare una band storica del rock, i Crimson continuarono a cambiare progetto e formazione, fino ad esaurire quello che gli appassionati chiamano il periodo «classico»: era il 1974, quando Fripp, dopo la pubblicazione di Red, assieme a John Wetton e Bill Bruford, dichiarò conclusa l’esperienza. L’idea, invece, si rinnovò ancora nel 1981, coinvolgendo, per esempio, anche Tony Levin (musicista che ha suonato con John Lennon, Lou Reed e Paul Simon), fino a cd come Discipline o Beat.
Aldo Trivellato

Da “Il Resto del Carlino”

NEI PARADISI DEL ROCK COLOR CREMISI

FERRARA — Aspettando i King Crimson. Non fosse che per i continui cambi di formazione — scioltosi nel 1974, il gruppo si ricostituì una prima volta nel 1981 —, il tempo alla corte del Re Cremisi sembrerebbe non passare mai. Era il 1969 quando i Rolling Stones presentarono sul palco di Hyde Park il cerebrale gruppo di Robert Fripp, che proprio in quell’anno pubblicò quella che sarebbe divenuta una pietra miliare del progressive rock, l’album In the Court of Crimson King. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, i King Crimson sono ancora in vena di sperimentazioni e cambi di pelle. L’ultimo, ha portato al recente album The Power to Believe, il disco uscito tre mesi fa e che è alla base del tour italiano della band. Sulla scena si schiererà una line-up di quattro elementi (il passaggio dall’organico a sei all’attuale a quattro risale all’anno 2000). Con Fripp a guidare una squadra che, persi il bassista Tony Levin e il batterista Bill Bruford, comprende Adrian Belew alla voce e chitarra, Trey Gunn al basso e Pat Mastelotto alle percussioni. Si tratta dello stesso double-duo che si presentò tre anni fa nel nostro paese in occasione del tour The ConstruKction of Light. Quello che si ascolterà questa volta sarà uno show celebrativo dell’era prog-rock, ma anche fortemente influenzato da venature avant rock e hard-stoner. Non a caso negli Stati Uniti i King Crimson hanno voluto al loro fianco i Tool, una delle bande crossover per eccellenza, a testimonianza della voglia di innovazione che ancora li anima. «Mi interessa molto il lavoro degli altri musicisti — spiega Fripp —, e mi interessa vederli dal vivo. Perché è il live che fa veramente la differenza. La prima volta ho ascoltato i Tool nella mia cantina, a Nashville, con Adrian, mentre scrivevo le musiche di The ConstruKction. E sono stato influenzato da loro». I King Crimson cambiano pelle in continuazione. Sono più un modo di essere o di pensare la musica? «Sono un modo di sentire e di interpretare». Il vostro ultimo album, A Power to Believe, ha a che fare con una dimensione trascendentale? «La domanda sarebbe più adatta per Adrian, che è l’autore di tutti i testi. In genere lui scrive testi riferiti a esperienze personali: per esempio, come ha incontrato sua moglie. Ma se si ha la possibilità di leggere i giornali, di avere un contatto col mondo esterno, ci si rende conto che la vita è sempre dificile. Se c’è una morale in questo disco è: imparate a fregarvene. In ogni cosa non c’è assolutamente nulla che possiate fare». Quanto c’è di suo nei testi dei vostri brani? «Poco. La parte creativa è nelle mani di Adrian. Il mio compito è di fare il chitarrista, di imbracciare lo strumento e di suonare». Lei è un grande sperimentatore. Crede di poter ancora inventare qualcosa? «Non credo di voler creare qualcosa. Vorrei solo avere una vita più quieta». Ma allora perché la sua vita è così elettrica e rumorosa? Non è un paradosso? «Le idee sfuggono alle persone, se hanno un valore. Io sono un uomo tranquillo nel privato. Non troverete mai niente di piccante su di me. La cosa più eccitante che posso fare è incontrare mia moglie, la sera, quando rincaso». s. n.