Questo sito contribuisce alla audience di

Orfeo 9: la rock opera ha 30 anni... Intervista a Tito Schipa jr

Il 19 novembre festa per i 30 anni dell'opera rock. La risposta italiana ad "Hair" è un cult-show che non è mai uscito dai cataloghi, realizzato all'epoca con gli esordienti Renato Zero e Loredana Bertè. Ce ne parla Tito Schipa jr alla vigilia della "festa di compleanno". Documentari su lirica e gastronomia, canzoni sul mistero di Ustica in chiave reggae , colonne sonore per il cinema. E poi la passione per Bob Dylan e la lettura virtuale della Tosca... ecco i vari volti di Tito Schipa jr.

Il 3 agosto “Orfeo 9″ ha compiuto 30 anni. Il 19 novembre l’opera rock verrà festeggiata a Roma.
L’appuntamento è a Villa Sospisio, seicentesca dimora in via S. Francesco di Sales 21b. Per prenotazioni 06.6892743 347.6293893 (Gabriella Libraro).
La serata ha il seguente programma: guida all’ascolto con Tito Schipa Jr. e l’attore Edoardo Nevola dal vivo - cena - proiezione del film.

Il 23 agosto c’era stato un prologo dei festeggiamenti per il trentennale di Orfeo 9 con la proiezione del film dedicato alla rock opera proprio all’Isola d’Elba, dove è stato in gran parte composto, e proprio dentro la chiesetta di S.Giovanni, quella che è servita da modello all’ambiente della storia…
Tra le novità che riguardano Tito Schipa Junior, a dimostrare i suoi molteplici interessi, si evidenziano i documentari “Le ricette della lirica” da lui ideati e diretti per il canale satellitare Raisat Gambero Rosso Channel; si tratta di undici documentari , in onda a partire dal 17 novembre, sui rapporti tra musica e alta gastronomia, in collaborazione con l’Assessorato all’Agricoltura delle Marche e Marche Lirica nel Mondo.

I vari volti di Tito Schipa jr. Ha anche scritto il testo del singolo “Cosa hai fatto ad Ustica” che hanno inciso gli “Arcipelaghi Diversi”.
Il brano Schipa lo ha scritto in collaborazione con il cantante del gruppo veronese David Conati, ed è un mix di reggae e rock.
“Un’altra estate che se ne va / si porta via mille storie segrete I tradimenti le infamità / l’impunità sulle peggio porcate Poca rabbia / tanta sabbia Insabbiare/
Ne ho sorvolate ne ho perdonate / ma questa volta è diverso è diverso/ Stavolta è troppo non mi frenate / è troppo bieca e mi sta per traverso/ Non sfuggire / non cambiare Discorso/
VOGLIO SAPERE COSA HAI FATTO A USTICA”

“Orfeo 9” è il pop-musical per eccellenza. Come Hair. E sarà realizzato proprio dal cast della versione italiana di “Hair” (Edoardo Nevola, Penny Brown, Ronnie Jones) e dagli esordienti Renato Zero (con una memorabile interpretazione del “Venditore di Felicità”) e Loredana Bertè. Le musiche sono suonate da musicisti di valore come il batterista Tullio De Piscopo, l’organista Joel Van Doogenbrock e l’arrangiatore Bill Conti. Ad Internet Tito Schipa jr ha affidato la storia dell’allestimento dello spettacolo, sul filo dei ricordi…

“A conti fatti – annota Schipa nell’intro al making dell’ Orfeo 9 - si parla di un doppio album che a distanza di trent’anni esatti dalla sua pubblicazione e nonostante l’ostracismo totale che la Rai gli decretò, nonostante la censura violenta subita dalla sua versione filmata, nonostante la totale indifferenza (se non dichiarata avversità) dei media, nonostante la assoluta mancanza di ogni forma di pubblicità o promozione, continua a vendere costantemente, raccoglie testimonianze d’affetto e contatti assidui da un vastissimo pubblico che lo ha voluto tramutare in una sorta di cult-show senza alcuna esposizione costante, e non è mai uscito dai cataloghi nemmeno per un giorno, raggiungendo anzi a questo punto il notevole traguardo delle cinque diverse edizioni, caso più unico che raro nel panorama discografico italiano”.

Su “Orfeo 9”, ma anche sull’intera carriera artistica e sulle più recenti iniziative, intervistiamo Tito Schipa Jr, dando appuntamento ai “lettori” a Villa Sospisio per un evento da non perdere.

L’incontro per i festeggiamenti del trentennale con lei, l’attore Edoardo Nevola e la pellicola di “Orfeo 9”. 30 anni dopo… Cosa ricorda di quell’epoca, della stagione di “Orfeo 9”? Non fu un successo immediato, anzi fu un progetto osteggiato, che è maturato lentamente nel tempo. Ma alla fine “Orfeo 9”, con un cast di grande livello, ha fatto il giro del mondo…
Mi fa molto piacere che si cominci col parlare di un collaboratore. Senza l’équipe giusta non accade nulla, e “Orfeo 9” ebbe la fortuna (ma anche la mia precisa volontà) di un cast di primissimo ordine. Quasi tutti i protagonisti venivano dal cast italiano di ”Hair”. Sul palcoscenico del Sistina li avevo incontrati, a volte ri-incontrati, comunque scelti. In particolare la scelta dell’interprete del Vivandiere era molto delicata. Si trattava non di un “antagonista”, come il Venditore, ruolo obbligato in qualsiasi storia, dove si va per contrasti forti, e dove quindi una personalità aggressiva come quella di Renato Zero era fin troppo facile da far funzionare. Qui si trattava invece di una specie di alter ego di Orfeo, un co-protagonista dalle caratteristiche sfumate, dolcissime e molto interiori che affidate a un interprete men che perfetto potevano sconfinare nel patetico o nel ridicolo. Edoardo Nevola fu l’incontro ideale. La grazia e la discrezione che ha sempre espresso nella vita, fin dai tempi dei suoi famosi ruoli da bambino, si trasferirono senza nessuno sforzo in un personaggio che, in fin dei conti, oggi risulta il più amato dell’opera. Con dei talenti così era chiaro che il coperchio di ferro che ci piazzarono addosso avrebbe finito per cedere. Non sono stato solo in questa battaglia, ed è il motivo per cui siamo qui oggi a parlarne.

Al suo fianco dunque, il 19 novembre, ci sarà Edoardo Nevola; ha recitato nell’ “Orfeo 9” ma anche ne “L’isola della tempesta”…
Sì, una collaborazione fissa che è durata dieci anni, e non solo con lui. Il gruppo che partì da “Orfeo 9” era formato anche da Giovanni Agostinucci, scenografo, da Mario Fales e Penny Brown (già coinvolti nell’ ”Opera Beat”, anni prima), cui si aggiunsero Roberto Bonanni, Marco Piacente, Chrystel Dane, Anna Arazzini, Daniela Gara, tutti specialisti del teatro musicale quali all’epoca in Italia bisognava andare al Sistina per vedere, e forse non sempre neanche lì… Ognuno ebbe il suo momento da protagonista assoluto, a rotazione, ognuno il proprio spettacolo per svettare. Per Bonanni e Arazzini “Er Dompasquale”, per Dane “Opera Buffa”, e senza dubbio per Nevola “L’isola nella tempesta”, dove la sua interpretazione di Ariel scatenava isterie nel pubblico di teen agers che non ho mai visto in Italia fuori dai concerti rock.

“Orfeo 9”: in scena nel 70, ma poi il progetto è maturato, a livello discografico e cinematografico, tre anni dopo… attualmente ha accuratamente analizzato l’opera, la sua gestazione, il suo significato con un’interessante “internet-riflessione”. Come mai questa voglia di scandagliare nel profondo?
Lei parla del “Making di Orfeo 9” che stiamo pubblicando a puntate su www.titoschipa.it. Beh per il trentennale qualcosa dovevo fare, visto che l’idea di un riallestimento mi resta ancora dura a digerire, malgrado le richieste sempre più importanti. E poi ripercorrere quei tempi e quell’avventura è un piacere sottile prima di tutto per me.

Lei è figlio d’arte: quali i rapporti con suo padre (sul piano professionale)? Mi sembra che ci sia il desiderio di riappropriarsi delle origini (nel senso di far proprio), della figura paterna, con la biografia dedicata a suo padre in occasione del centenario della nascita…
No, nessun rapporto professionale mai, in vita. Troppa differenza di età. Dopo, casomai, e arrivata la strabiliante scoperta di chi fosse in realtà, che mi ha pian piano posseduto. Mi sono scoperto figlio di uno dei più grandi artisti del 900, quando pensavo di essere solo figlio di un tenore. La biografia non l’ho scritta per riappropriarmi di qualcosa, ma per farne appropriare il resto dell’Italia, che in massima parte ignora cosa sia veramente successo in questo paese attorno all’epopea del Melodramma.

La passione per Verdi che si sposa a quella per Dylan: subito “dylaniato”? L’amore per Bob Dylan resta immutato. Il disco “Dylaniato” dell’87, le traduzioni per Arcana Editrice dell’Opera Omnia di Bob Dylan (e Jim Morrison)…
Se Tito Schipa è mio padre, Giuseppe Verdi è mio nonno, Walt Disney è il mio zio d’America e Bob Dylan è mio fratello maggiore (moooolto maggiore!). Questo è il mio albero genealogico, che come mi piace ricordare, ha le radici in Albania. Strana famiglia. Jim Morrison (a proposito, l’8 Dicembre non compie 60 anni?) è un compagno di scuola.

Quasi contemporaneamente all’Orfeo 9 su disco e pellicola, viene pubblicato il disco “Io ed Io solo”, canzone impegnata, figlia di una stagione…
Il fatto è che non erano, le mie, canzoni vere e proprie. Non si sa bene cosa fossero, e quel che è peggio non lo sapevo neanche io. Così invece di divertirmi, al pianoforte o in scena, come mi capita se lavoro a uno spettacolo musicale, lì soffrivo, mi tormentavo, mi interrogavo… No, troppa fatica. Sicuramente c’era qualcosa di buono, ma gli equilibri generali erano sbagliati.

Nel 76 il musical “L’Isola nella tempesta” che mixa Shakespeare ed Aldous Huxley…
Di tutti i miei spettacoli, quello che ho amato di più. Un allestimento realizzato da una cooperativa debuttante e poverissima in un teatro enorme appena aperto e restaurato con le nostre nude mani. Eppure un risultato faraonico, una messa in scena da teatro stabile, qualcosa di inaudito. Multivisione, quadrifonia, multimedialità, musiche e canzoni dal vivo, effetti speciali, scene titaniche, tematiche estreme sul piano individuale, filosofico e politico, pubblico coinvolto fisicamente. Dio mio che forza avevamo, che energia invincibile! Ma non andammo alla tele, come era accaduto con “Orfeo 9”, così quasi nessuno se ne accorse, e i giornalisti italiani non andavano certo a cercarsi queste cose spontaneamente, con il lanternino.

Due anni dopo c’è la riscrittura dell’opera di Donizetti. E Don Pasquale diventa “Er Dom Pasquale”…
Quella è la soddisfazione più bella, soprattutto perché ottenuta senza troppi tormenti o decenni di attesa… Anche in quel caso in Italia non era accaduto quasi nulla, ma andare poi a New York con il disco sotto il braccio, da sconosciuto, da perfetto vucumprà, e nel giro di un weekend sentirmi rispondere da Jo Papp, il massimo produttore di musical al mondo, “ok lo faccio, si debutta a Broadway fra due mesi” fu una tale esperienza, una tale iniziazione che basta da sola a un’intera esistenza. Quando tornai in Italia finalmente se ne accorsero anche qui, e la grande soddisfazione italiana fu vedere le maschere del teatro Flajano chiedere che lo spettacolo venisse prolungato. Solo chi lavora in teatro sa quanto è significativa l’opinione dei lavoratori dello spettacolo, quelli non legati direttamente alle cose artistiche.

Solo nell’80 uscirà il suo secondo album da cantautore: il rock progressive sta esaurendo la sua carica, si impongono i cantautori italiani, la canzone impegnata… Come ricorda quel periodo?
Quello fu l’incontro con la discografia indipendente. Un giovane produttore torinese, Gualtiero Gatto, mi diede la possibilità di fare un secondo disco di canzoni dove la mia voglia vera era quella di dare spazio anche a materiale di marco Piacente, un autore che ho sempre considerato un grande. Così nacque “Concerto per un primo amore”, occasione di collaborazione con gli Horus, uno splendido gruppo fusion di Torino capitanato da Antonino Valente. Resta un disco quasi sconosciuto, benché la maggior parte dei miei concerti degli ultimi 15 anni sia basato su quel materiale. Ma non me ne stupisco: quando cominciarono i concerti il disco era già esaurito e, come misteriosamente accade, non più ristampato malgrado l’esaurimento. Misteri del business…

A latere la sua attività, anche rilevante di compositore di colonne sonore per film e serial, tra cui quella per “L’Usignolo di Lecce”…
Ogni tanto qualche regista amico mi chiede una colonna sonora. Non sono un musicista puro, nel senso che non so scrivere musica che non sia legata a suggestioni drammaturgiche, o di testo, particolarmente forti. Quindi non sempre mi sento in grado. Quando le condizioni ci sono, però, mi ci butto. E se posso ci metto una canzone, come accadeva spesso nei film degli anni 70.

E’ anche regista d’opera tra Gluck e Mascagni. Eppoi la Tosca che vuol trasferire dal teatro al mondo virtuale del pc… A proposito, come vede la rilettura della Tosca di Lucio Dalla?
Come potrei non fantasticare sui capolavori che hanno segnato la mia infanzia e la mia adolescenza? Sono stati per me l’equivalente delle favole per gli altri bambini. Quindi se posso metterle in scena come io le ho sempre viste e sentite, è una vera gioia. L’animazione computerizzata, anzi l’animazione in assoluto, è a parer mio il miglior modo possibile di rendere quello che i compositori (visionari totali) avevano in testa. Spero di riuscirci. Quanto a Dalla non saprei dire, non ho ancora visto nulla, salvo piccoli brani in TV. Non sa quanto mi auguro che mi piaccia, e che piaccia alla gente. Abbiamo così bisogno di riavvicinare il pubblico italiano al racconto in musica. Parlo nel mio interesse. Una volta tanto vadano avanti gli altri…

Il 17 novembre comincerà la collaborazione con l’emittente satellitare del “Gambero Rosso”, con 11 documentari tra musica ed alta gastronomia ideati e diretti da Lei… Ce ne può parlare? C’è anche una valorizzazione della regione Marche…
E’ una semplice idea per un canale satellitare, che ripercorre in modo semplice e lineare l’itinerario dei miei seminari sull’opera. Quelli però, dal vivo, sono molto più lunghi e complessi. Il fatto è che il canale è specializzato in gastronomia, ma non tutti sanno che i contatti tra musica e cucina esistono e sono stati sottolineati da Rossini, Leopardi (marchigiani, appunto) e altri. Spero che funzioni. Ancora una volta è una cosa non proprio consueta.

Recentemente, nel corso di una conferenza stampa romana, ha presentato il progetto “Opera full immersion”…
Appunto, sono i miei seminari sull’opera. Li chiamiamo anche “istigazione e assuefazione al melodramma”. Servono a trasformare piccoli gruppi di malcapitati in melomani totali, di quelli che non riescono più a fare a meno di una Traviata al giorno. Però sono felici. E magari cominciano anche a capire il musical…

Il suo impegno nella canzone “politica” ha trovato l’apice in un brano sulla strage di Ustica per gli “Arcipelaghi Diversi”. Come mai questa attenzione musicale ad uno dei capitoli più scabrosi del nostro Paese?
Piuttosto come si fa a non pensarci? Pare la più colossale porcata della storia del nostro povero Paese. Ogni italiano dovrebbe chiederne conto una volta al giorno. Appunto: una Traviata e una domanda su Ustica al giorno. Sarebbe di nuovo il grande paese che è stato per secoli.

Attendiamo la concretizzazione dell’opera-rock “Gioia”… Un proseguimento sui binari di “Orfeo 9”… a che punto è la gestazione del progetto?
Il libretto/sceneggiatura è finito, ed è già vincitore di uno “Script Fund” del progetto Media europeo. Ora sto a metà del guado musicale. Mi sembra una cosa buona. Soprattutto piena di cose che mi preme dire, un po’ come in “Orfeo 9”, ma più vicine alla sensibilità di un uomo che di un ragazzo. Eppure la protagonista è quasi ancora una bambina.

a cura di Gaetano Menna

Argomenti