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Marcello Capra: nella Torino prog aiuto a sentire meglio

Chitarrista ed audioprotesista sempre impegnato nella ricerca del suono, nell'ascolto positivo. Intervista sul filo dei ricordi che ci permette di portare all'attenzione uno dei gruppi alfieri del pop torinese: I "Procession".

I “Procession” furono gli alfieri del rock progressive torinese degli anni ‘70. Il loro primo album “Frontiera” del 1972 scorre fluido ed accelerato, tra chitarre acustiche ed hard.

Due le chitarre che si alternano, quella di Roby Munciguerra e l’altra di Marcello Capra. In evidenza anche la voce di Gianfranco Gaza (che ritroviamo poi nel secondo album di “Arti & Mestieri”,”Giro di valzer per domani”) prematuramente scomparso.
Dai Procession all’attività da solista.

Capra, qualche tempo fa, ha realizzato “Alchimie” (Toast Record), un condensato di “nuda” chitarra, con fini cesellature e suoni cristallini che proseguono la ricerca stilistica avviata con i precedenti album, “Danzarella” e”Biosfera” …

Il suo primo album solista, “Aria Mediterranea” è ricompreso nel CD “Imaginations” (1994, Mellow Records) che racchiude la ristampa e tutta una serie di inediti eseguiti, alcuni “in solo”, altri con l’accompagnamento di alcuni validi musicisti della scena torinese.

Di seguito l’intervista a Marcello Capra.

L’esordio è con i Flash, gruppo beat. Ma è con i torinesi “Procession” che approdi a quello che oggi viene definito rock progressive…L’album “Frontiera” del 1972 si presenta interessante anche per i testi che trattano il tema dell’emigrazione. Una sorta di concept album… Musicalmente viene dato molto spazio alle chitarre, tra suoni hardrock e momenti acustici…

Ho iniziato a strimpellare la chitarra nel 66 a 13 anni, la prima è stata quella di mio nonno, pensionato dopo una lunga carriera da tenore nei teatri di tutta Europa, insieme alla nonna soprano e maestra di pianoforte.
Negli ultimi anni prima dei 70, ho partecipato entusiasta
al movimento beat, suonavo alle feste studentesche, nelle
“balere” trasformate in salutari templi variopinti sull’onda
dell”Underground , che faceva capo al movimento anarchico
nato negli anni 50 per merito di scrittori quali Kerouac e
Ginsberg, che in seguito hanno ispirato tutta la generazione
“hippy”.

I Procession nascono il primo gennaio del 71, dopo una nottata in un club a suonare per il divertimento altrui, decido
con Angelo Girardi, Gianfranco Gaza e Ivan Fontanella di
fondare un gruppo che per il primo periodo si esibirà solo
come ospite, per un repertorio di covers Hard-Rock “genere”
che nasceva già alla fine dei 60, da gruppi leggendari come
Led Zeppelin, Jethro Tull, Deep Purple e altri.
Già da un pò di tempo cominciavo a maturare composizioni
che nascevano sulla chitarra acustica, le atmosfere del “folk” inglese, irlandese,scozzese, gli studi classici al
conservatorio sul contrabbasso, il blues misto al sapore
barocco e rinascimentale, sempre di più interferivano nei
pezzi elettrici e con l’inserimento di Roby Munciguerra,
chitarrista dal tocco duro e incisivo, nascono brani “misti”
con testi in italiano , che trovano riferimento alla condizione
di figli dell’immigrazione, in una fredda città industriale, tutto
questo si ritrova nel primo album d’esordio “Frontiera” 72.

Come ricordi l’epoca dei festival e raduni pop… di tutta una stagione creativa, a contatto con altri gruppi che allora si affermavano…?

Villa Pamphili è stato, credo, il più imponente festival pop
in Italia… suonare davanti a decine di migliaia di persone,
insieme ai più famosi gruppi italiani dell’epoca, è stata un’esperienza irripetibile, poi in tour in molte località e altri festivals….

Dissidi interni ti allontaneranno dal gruppo, tanto è vero che non sarai presente nel successivo album dei Procession “Fiaba ,di due anni dopo, che cambia rotta: cosa accadde?

Non dissidi , ma purtroppo il “duro” distacco dalla vita civile,
il servizio militare di 15 mesi , mi allontana dal gruppo, ma
non dalla musica, che continuo a praticare con l’inseparabile chitarra e nella banda del reggimento.
L’inserimento di un sassofonista e di un batterista con trascorsi jazz, porteranno il gruppo al secondo lavoro, con
atmosfere più rarefatte, ma ritengo meno originali; lo
scioglimento porterà Gaza, il cantante bravissimo, verso
gli Arti e Mestieri, purtroppo da molto tempo non è più
tra noi, credo sia stata una perdita enorme, il suo talento
era grande.

Nel 1977 pubblichi il tuo album solista “Aria mediterranea” che, come dice il titolo, punta sulla mediterraneità, tra suoni etnici ed orientali. Di rilievo la collaborazione con gli ex musicisti di Arti e Mestieri…

Aria Mediterranea , nasce dopo diversi concerti in trio
chitarra acustica, flauto, basso, in seguito anche percussioni; “aria” nel senso classico del termine, verso il bacino
della culla della civiltà mediterranea, musica come espressione di “pathos” , visioni antiche per nuove emozioni, pensieri “armonici” sulle paludi, a volo di gabbiano.
In quel periodo 77/78 era davvero un lavoro innovativo,
strumentale, acustico, ora potrebbero definirlo World Music
ma nel frattempo concerti e registrazioni con l’elettrica, la
musica del Bar Elena di Enzo Maolucci, i dischi, il Tenco, la 1°
edizione della rassegna “Le corde nel mondo”, gli spettacoli : Songraffiti , Rock e Martello con Enzo, “Canti e Voci
di Raffaele Viviani” con Raffaella de Vita, “Canzoni Impossibili” con Tito Schipa Junior, i tours con John Martyn e Dave Cousins.

L’ultimo documento sonoro di quell’epoca, che ti riguarda, credo che sia “Concerto per un primo amore”, l’album di Tito Schipa jr. Come consideri questa esperienza con Junior?

Con Tito è nato subito un grande feeling, reciproca stima per la nostra immaginazione, un bisogno per entrambi di
affermare valori di musiche non omologate, personali, contro
corrente, sapori italici dimenticati da molti, e poi un legame
profondo, inconscio, forse per i nostri parenti musicisti.

Dopo, c’è il silenzio. Perché hai appeso la chitarra al chiodo per circa un decennio? A cosa ti sei dedicato in questi anni?

Il silenzio che dura una decina di anni, naturalmente risulta
solo per le “cronache”, ho sempre suonato per me stesso,
ho realizzato molti brani, ma la verita’ e’ che non trovavo
piu’ stimoli in un ambiente, dominato da campionatori, gente
superficiale, fenomeni di una stagione, una noiosa e sterile
esposizione di vacuità, dal mio punto di osservazione.
Nel 92 mi risveglio, perche’ “sento” aria di cambiamenti,
la prima stagione new age, mi sembra ricca di stimoli ma
soprattutto di contaminazioni , culturali e generazionali,
mi ritorna la voglia di registrare, ma scelgo un amico,
Luigi Guerrieri, un ex bassista ora affermato tecnico del
suono, Combat entra in una compilation “Fafnir”e una
decina di nuove composizioni saranno pubblicate insieme alla ristampa di Aria Mediterranea.

Il tuo secondo album solista giunge nel 1998, “Danzarella”. Poi c’è un album del tutto privato: “Biosfera”. Come mai è stato dedicato esclusivamente alle tue emozioni?

Danzarella e Biosfera sono il prodotto di una ricerca
stilistica ben definita, suonare la chitarra acustica con il
plettro per composizioni strumentali originali, è una cosa
rara, non solo in Italia, tanto è vero che l’associazione internazionale ADGPA italiana, mi ha invitato anche per seminari ad illustrare il mio stile, hanno apprezzato anche la mia
vena compositiva, così ho ripreso i concerti in “solo”.

E giungiamo al minicd “Alchimie”, che colpisce già dalla copertina…Cinque brani dai titoli suggestivi: “Aura”, “Astro”, “Ametista”,“Acropoli” e “Alchimie” che dà il titolo al compact. Nell’insieme un affresco sonoro, con pennellate di note cristalline che scaturiscono dalla chitarra acustica. Solo una chitarra, nella sua nudità e complessità… Ci parli di quest’ultima esperienza…

Alchimie, come hai ben definito e’ un “affresco sonoro”
ho cercato di entrare in orizzonti viscerali, stati dell’Anima,
pensieri ritmici, e niente e’ piu’ utile del solo strumento.

Stai pensando ad un dopo-Alchimia?

E’ gia’ pronto un nuovo album, inciso e mixato, attendo
solo un nuovo editore, nel frattempo ho partecipato per
il secondo anno con due live al MEI di Faenza.

“Quando mi sono fermato come musicista - ci dice alla fine Marcello Capra - ho intrapreso l’attività di audioprotesista… come vedi aiuto sempre qualcuno, a “sentire meglio”.

A cura di Gaetano Menna