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Il viaggio di Fabrizio De André in scena a Genova

Nel cartellone della stagione 2004-2005 del Teatro Stabile di Genova c’è stato pure spazio per Fabrizio De André. L’occasione una pièce scritta dal regista Pino Petruzzelli e dallo scrittore Luigi Viva (Vita di Fabrizio De André. Non per un dio ma nemmeno per gioco, Milano, Feltrinelli, 2000): un vero e proprio viaggio attorno all’esistenza (non solo artistica) di Faber, agitata dalla consistenza scenica dell’ottimo Mauro Pirovano (ex Bronkovitz) supportato sul palco dallo stesso regista.

Il Viaggio di Fabrizio De André

di Pino Petruzzelli e Luigi Viva

Genova, Teatro Duse dal 7 al 12 dicembre 2004

Nel cartellone della stagione 2004-2005 del Teatro Stabile di Genova c’è stato pure spazio per Fabrizio De André. L’occasione una pièce scritta dal regista Pino Petruzzelli e dallo scrittore Luigi Viva (Vita di Fabrizio De André. Non per un dio ma nemmeno per gioco, Milano, Feltrinelli, 2000): un vero e proprio viaggio attorno all’esistenza (non solo artistica) di Faber, agitata dalla consistenza scenica dell’ottimo Mauro Pirovano (ex Bronkovitz) supportato sul palco dallo stesso regista.

Ma quel percorso itinerante può anche essere il nostro quando ci si accontenta “di trovare in De André qualcosa che possa essermi utile nel viaggio della vita” e può accadere a “tanti cresciuti con le sue canzoni” (Petruzzelli). In sostanza Un viaggio con 11 partenze (così evidenzia il sottotitolo) snodate tra l’infanzia piemontese, la scoperta della poesia (e della chitarra), i carruggi, i Vangeli apocrifi, il sequestro in Sardegna, la politica, la malattia. E poi, le affinità elettive ovvero Mannerini, Stirner, Brassens e Mutis. Ma non mancano le “stazioni” delle storie: Princesa, gli zingari, Bocca di Rosa, Piero (“l’eroismo di un uomo normale”), Gesù Cristo (“il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”), non punti di arrivo ma di (ri)partenza, da e per altre prospettive.

Una scenografia scarna (due tavoli e due sedie, nulla più) e una regia teatrale ridotta al minimo hanno prodotto una resa drammaturgica, talvolta, al limite di una narrazione quasi didascalica ma determinante per comprendere il flusso di vita dell’artista. Un ottimo copione per chi nulla sa intorno al pianeta Faber; un ripasso – invece – per gli appassionati di vecchia data (che, magari, si sono già letti il libro di Viva).

La differenza, per fortuna, l’hanno fatta i due attori grazie alle loro notevoli capacità interpretative. Abbiamo assistito alla dimostrazione empirica per cui certi testi di canzoni si reggono benissimo in piedi anche senza la stampella musicale.

I picchi più alti sono stati toccati nella ricreazione scenica di Sidun (un Pirovano da pelle d’oca) e nella drammatizzazione di Don Raffaé, recitata da un Petruzzelli assai ispirato, bravissimo nel cogliere l’essenza tragica di Pasquale Cafiero, trasfigurata grottescamente nell’originale.

La lettura de Il testamento di Tito si è fermata al settimo comandamento con un perentorio “Guardatela oggi ‘sta legge di Dio”, ripetuto tre volte sino al momentaneo oscuramento del palcoscenico.

Suggestivo il racconto della folgorazione etnica di De André: l’amore per un Mediterraneo antico e moderno, tradizione e innovazione, il mare che unisce i deserti alle montagne, rivelato da un dialetto che è un mezzo per descrivere un viaggio, prima di tutto, esistenziale.

L’epilogo, un prologo (unico momento musicale), quello che apre Le nuvole: un sipario calato tra il frinire delle cicale, le sicure e rassicuranti voci femminili e le folate sinfoniche dal sapore tardoromantico. Quelle nuvole che “vanno, vengono” e cambiano, in fondo, non sono poi così diversi dalla nostra esistenza.

(Riccardo Storti)