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Floating State: 13 ore sul quadrante

Il debut album della prog band pugliese è favoleggiante e libertario come il sognatore addormentato (di cui narra) che aspira ad un mondo nuovo.Con il pensatore alle rive del fiume del cambiamento (citazione genesisiana). Se dovessimo portare un esempio concreto di cosa si intende per “musica progressiva”, probabilmente questo disco sarebbe perfetto, attraversandola trasversalmente in tutte le sue molteplici correnti e sottocategorie. Un disco che mette d'accordo padri e figli

Floating State

Thirteen tolls at noon

Lizard

 

 

 

 

 

 

 

Colpisce un messaggio lasciato da un fan nel “guestbook ” del sito Internet della band pugliese “Floating State”: «Siete piaciuti anche a mio padre, quindi…». Ci rendiamo conto del “capovolgimento”. Normalmente, per il rock progressive (musica degli anni Settanta), avviene  esattamente il contrario, con figli che scoprono e si innamorano delle sonorità romantiche dei vecchi 33giri dei padri; delle alchimie dei Genesis, dei Jethro Tull, dei New Trolls, della Premiata Forneria Marconi…

Accade invece che questa band pugliese parta dai “figli del prog”, per conquistare i padri… Il loro debut-album, “Thirteen tolls at noon” (per l’etichetta specializzata Lizard, www.modomusica.com/lizard), riporta sul dischetto il disegno di un quadrante di orologio con tredici ore… Il perché lo capiremo ascoltando la traccia finale (ispirata da un racconto di Edgar Allan Poe.)… Ma a noi dà da pensare ad una musica immaginifica, senza tempo o meglio che dilata il tempo, che straordinariamente mette d’accordo padri e figli.

Il disco, trabocchevole di note, ricomprende due lunghe suite (una di  22 minuti, l’altra  addirittura di oltre 44,  a loro volte suddivise in vari  movimenti e molteplici sottoparti) incastonate da  tre brevi brani-gioiellini.

Ed è un cd che mette profonde radici Oltremanica. Con molteplici influenze nei “classici” del british pop ma con una sua originalità e complessità che lasciano piacevolmente sorpresi. Le sonorità del sestetto sono pastose e cangianti, romantiche e elettriche, sinfoniche e classicheggianti, folk e jazzrock… addirittura cabarettistiche; con ritmica, tastiere, chitarre e fiati  che si rincorrono burrascosi, e poi si dilatano quieti in trame melodiche, in un’alternarsi mutevole che non lascia spazi a distrazioni, che richiede un ascolto attento, mai distratto.
Colpisce la freschezza delle composizioni e l’abilità esecutiva. I testi  affondano nell’onirico (il sogno è una costante  fonte di ispirazione, ed in copertina c’è il disegno del giovane William, “bell’addormentato nel bosco”, protagonista della suite “Pilgrimage to Nowhere”) e sfociano nella cultura orientale (nella filosofia indiana esiste la credenza secondo la quale durante il sonno l’Io condizionato lasci libera di apparire l’anima).

Nella suite “White flower” si canta del fior di loto dell’oriente favoloso che nasce nel fango ma i cui petali non si sporcano. Questo sound, mostra la personalità della band, si contamina con il passato ma, miracolosamente, meravigliosamente, ne esce indenne; fiorisce non nostalgico e con la sua purezza immacolata. Proprio come il loto.

Gaetano Menna
 

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