
TAPROBAN
Outside Nowhere
Mellow 2004 – 46’32’’
Avevamo lasciato i tre Taprobani in mezzo alle statue inquietanti del parco di Bomarzo e ora li ritroviamo in orbita intorno alla terra: magia della musica progressiva! A tre anni di distanza dal debut album Ogni pensiero vola, e dopo il passaggio dalla etichetta francese Musea alla italica Mellow, il gruppo romano sforna un album che ha tutti i presupposti per diventare uno dei grandi classici del prog sinfonico degli ultimi vent’anni. Il concept stavolta è quello delle esplorazioni spaziali, dei viaggi interstellari, come metafora della fuga dalla realtà e dai problemi quotidiani. Una fuga verso l’ignoto destinata comunque al fallimento, un salto nel buio dell’universo e dell’anima, presago di un ritorno inevitabile e tragico, come quello toccato oltre trent’anni fa all’astronauta russo Sergej Komarov, a cui è dedicato il disco. Ce ne sarebbe abbastanza per pensare al solito polpettone pomp rock a base di astronavi cannoneggianti e tastieroni megalitici, ma i Taproban sono consapevoli del rischio e aggirano il tranello con umiltà e intelligenza. Esemplare a questo proposito la scelta dei timbri di tastiera operata da Gianluca De Rossi, tutta incentrata sull’equilibrio e sulla fedeltà al concept di partenza: moog, sinth e tappeti si cullano, quasi senza peso, in un vuoto gravitazionale Kubrikiano che ne esalta la garbata leggerezza, grazie anche alla scelta di utilizzare poche sovraincisioni, garantendo così alle partiture il giusto respiro. La ritmica di Davide Guidoni, un veterano del prog capitolino, mutua da Neal Peart il giusto mix tra potenza ed eleganza. Il basso metallico di Guglielmo Mariotti si esalta in incisivi giri armonici Yessiani, fino a esplodere in fraseggi distorti di marca Crimsoniana. Un filino sotto tono le voci – permane infatti il problema dell’inflessione marcatamente “romana” dell’inglese di Mariotti – ma fortunatamente l’album è a netta dominanza strumentale. È così possibile esaltarsi lungo i diciannove minuti della suite che dà il titolo al disco, impreziosita dall’ottimo contributo al sax di Alessandro Papotto (Periferia del Mondo, BMS), o respirare profumi Lakiani grazie agli intarsi acustici di Broken Shell e Pieces Left Behind. Ma quando l’organo hammond prende il sopravvento (Outside Nowhere, Il difficile equilibrio tra sorgenti di energia) la sensazione di essere di fronte alla degna continuazione di un album storico come Felona e Sorona delle Orme diventa più che tangibile.
Paolo Carnelli
(da Wonderous Stories)

Claudio Costantino








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